Un tempo esistevano gli “inventori”, oggi preferiamo chiamarli maker [pronuncia: meicher]! E di recente si sono incontrati a Roma in una fiera loro dedicata, vetrina di ciò che sarà la realtà del futuro!
Il ricorso al vocabolo inglese allontana dal nostro immaginario la figura a volte bizzarra dell’inventore, riportandoci alla fredda attualità di una società che, nel contesto occidentalizzato in cui siamo inseriti, è sempre più caratterizzata dall’ innovazione tecnologica; il termine però nello stesso tempo traduce fedelmente il reale significato: maker, colui che fabbrica!
Il sostantivo, infatti, deriva dal verbo make [pronuncia: meich] – “fare” nell’accezione pratica, produrre materialmente: esso è noto ai più perché il suo participio passato, made [pronuncia: meid] si ritrova sull’etichetta dei prodotti che acquistiamo (made in…), vale a dire “fabbricato in …”.
Da alcuni anni e, come accennato soprattutto grazie allo sviluppo sempre più rapido della tecnologia, di “invenzioni” se ne fanno molte, sia relativamente a prodotti finiti che a semplici componenti. I campi di realizzazione includono – per fare qualche esempio – le apparecchiature elettroniche, la stampa in tre dimensioni, le macchine per lavorare i materiali. Sul sito Web del Museo della Scienza si può leggere infatti che “per la maggior parte di noi le invenzioni degli ultimi decenni sono figlie di nessuno, una sorta di frutto naturale dell’evoluzione tecnologica”.
Quello che sembra emergere oggi è una cultura di “inventori” che si muovono dal basso e intendono dar luogo ad innovative sperimentazioni sia per produrre beni di grande utilità che per ridurre i costi: “artigiani digitali” – come amano definirsi – che tentano di promuovere un nuovo modello economico e sociale dei processi di produzione delle merci. E gran parte di questi maker sono giovani.
Il settore maggiormente interessato dal fenomeno, quello dell’informatica, si basa da tempo sul sistema delle comunità di sviluppo che condividono, senza pretendere diritti di proprietà, processi ed elementi che sono in grado di offrire ad altri la possibilità di riprodurre un prodotto e distribuirlo sul mercato con licenza libera. Questo sistema, conosciuto come open source [pronuncia: open sors] – sorgente aperta, cioè accessibile – si ispira ad una visione del mondo refrattaria ad ogni sorta di oscurantismo e proclama la condivisione della conoscenza.
Finalità degne di rispetto, certamente condivisibili, da applicare necessariamente su vasta scala, e che auspichiamo siano recepite e messe in pratica da molti altri destinatari! Una bella prospettiva con cui accogliere il futuro, ma qualche perplessità permane! La realtà è ben diversa. Basta volgere lo sguardo semplicemente a livello locale, nella nostra regione. C’è posto per un maker, un inventore?
Maker sottende l’idea di una mente giovane, entusiasta, piena di vitalità ed iniziativa, inserita in un contesto di istruzione e di lavoro che formino e che valorizzino. Quale? È capace il nostro territorio di costruire opportunità e di consentire alle giovani generazioni di trovare il loro spazio?
Maker, in Molise, si confronta ancora con precarietà, immobilismo, abitudine a lasciare in attesa: in una parola scoraggiare.☺
Un tempo esistevano gli “inventori”, oggi preferiamo chiamarli maker [pronuncia: meicher]! E di recente si sono incontrati a Roma in una fiera loro dedicata, vetrina di ciò che sarà la realtà del futuro!
Il ricorso al vocabolo inglese allontana dal nostro immaginario la figura a volte bizzarra dell’inventore, riportandoci alla fredda attualità di una società che, nel contesto occidentalizzato in cui siamo inseriti, è sempre più caratterizzata dall’ innovazione tecnologica; il termine però nello stesso tempo traduce fedelmente il reale significato: maker, colui che fabbrica!
Il sostantivo, infatti, deriva dal verbo make [pronuncia: meich] – “fare” nell’accezione pratica, produrre materialmente: esso è noto ai più perché il suo participio passato, made [pronuncia: meid] si ritrova sull’etichetta dei prodotti che acquistiamo (made in…), vale a dire “fabbricato in …”.
Da alcuni anni e, come accennato soprattutto grazie allo sviluppo sempre più rapido della tecnologia, di “invenzioni” se ne fanno molte, sia relativamente a prodotti finiti che a semplici componenti. I campi di realizzazione includono – per fare qualche esempio – le apparecchiature elettroniche, la stampa in tre dimensioni, le macchine per lavorare i materiali. Sul sito Web del Museo della Scienza si può leggere infatti che “per la maggior parte di noi le invenzioni degli ultimi decenni sono figlie di nessuno, una sorta di frutto naturale dell’evoluzione tecnologica”.
Quello che sembra emergere oggi è una cultura di “inventori” che si muovono dal basso e intendono dar luogo ad innovative sperimentazioni sia per produrre beni di grande utilità che per ridurre i costi: “artigiani digitali” – come amano definirsi – che tentano di promuovere un nuovo modello economico e sociale dei processi di produzione delle merci. E gran parte di questi maker sono giovani.
Il settore maggiormente interessato dal fenomeno, quello dell’informatica, si basa da tempo sul sistema delle comunità di sviluppo che condividono, senza pretendere diritti di proprietà, processi ed elementi che sono in grado di offrire ad altri la possibilità di riprodurre un prodotto e distribuirlo sul mercato con licenza libera. Questo sistema, conosciuto come open source [pronuncia: open sors] – sorgente aperta, cioè accessibile – si ispira ad una visione del mondo refrattaria ad ogni sorta di oscurantismo e proclama la condivisione della conoscenza.
Finalità degne di rispetto, certamente condivisibili, da applicare necessariamente su vasta scala, e che auspichiamo siano recepite e messe in pratica da molti altri destinatari! Una bella prospettiva con cui accogliere il futuro, ma qualche perplessità permane! La realtà è ben diversa. Basta volgere lo sguardo semplicemente a livello locale, nella nostra regione. C’è posto per un maker, un inventore?
Maker sottende l’idea di una mente giovane, entusiasta, piena di vitalità ed iniziativa, inserita in un contesto di istruzione e di lavoro che formino e che valorizzino. Quale? È capace il nostro territorio di costruire opportunità e di consentire alle giovani generazioni di trovare il loro spazio?
Maker, in Molise, si confronta ancora con precarietà, immobilismo, abitudine a lasciare in attesa: in una parola scoraggiare.☺
Un tempo esistevano gli “inventori”, oggi preferiamo chiamarli maker [pronuncia: meicher]! E di recente si sono incontrati a Roma in una fiera loro dedicata, vetrina di ciò che sarà la realtà del futuro!
Un tempo esistevano gli “inventori”, oggi preferiamo chiamarli maker [pronuncia: meicher]! E di recente si sono incontrati a Roma in una fiera loro dedicata, vetrina di ciò che sarà la realtà del futuro!
Il ricorso al vocabolo inglese allontana dal nostro immaginario la figura a volte bizzarra dell’inventore, riportandoci alla fredda attualità di una società che, nel contesto occidentalizzato in cui siamo inseriti, è sempre più caratterizzata dall’ innovazione tecnologica; il termine però nello stesso tempo traduce fedelmente il reale significato: maker, colui che fabbrica!
Il sostantivo, infatti, deriva dal verbo make [pronuncia: meich] – “fare” nell’accezione pratica, produrre materialmente: esso è noto ai più perché il suo participio passato, made [pronuncia: meid] si ritrova sull’etichetta dei prodotti che acquistiamo (made in…), vale a dire “fabbricato in …”.
Da alcuni anni e, come accennato soprattutto grazie allo sviluppo sempre più rapido della tecnologia, di “invenzioni” se ne fanno molte, sia relativamente a prodotti finiti che a semplici componenti. I campi di realizzazione includono – per fare qualche esempio – le apparecchiature elettroniche, la stampa in tre dimensioni, le macchine per lavorare i materiali. Sul sito Web del Museo della Scienza si può leggere infatti che “per la maggior parte di noi le invenzioni degli ultimi decenni sono figlie di nessuno, una sorta di frutto naturale dell’evoluzione tecnologica”.
Quello che sembra emergere oggi è una cultura di “inventori” che si muovono dal basso e intendono dar luogo ad innovative sperimentazioni sia per produrre beni di grande utilità che per ridurre i costi: “artigiani digitali” – come amano definirsi – che tentano di promuovere un nuovo modello economico e sociale dei processi di produzione delle merci. E gran parte di questi maker sono giovani.
Il settore maggiormente interessato dal fenomeno, quello dell’informatica, si basa da tempo sul sistema delle comunità di sviluppo che condividono, senza pretendere diritti di proprietà, processi ed elementi che sono in grado di offrire ad altri la possibilità di riprodurre un prodotto e distribuirlo sul mercato con licenza libera. Questo sistema, conosciuto come open source [pronuncia: open sors] – sorgente aperta, cioè accessibile – si ispira ad una visione del mondo refrattaria ad ogni sorta di oscurantismo e proclama la condivisione della conoscenza.
Finalità degne di rispetto, certamente condivisibili, da applicare necessariamente su vasta scala, e che auspichiamo siano recepite e messe in pratica da molti altri destinatari! Una bella prospettiva con cui accogliere il futuro, ma qualche perplessità permane! La realtà è ben diversa. Basta volgere lo sguardo semplicemente a livello locale, nella nostra regione. C’è posto per un maker, un inventore?
Maker sottende l’idea di una mente giovane, entusiasta, piena di vitalità ed iniziativa, inserita in un contesto di istruzione e di lavoro che formino e che valorizzino. Quale? È capace il nostro territorio di costruire opportunità e di consentire alle giovani generazioni di trovare il loro spazio?
Maker, in Molise, si confronta ancora con precarietà, immobilismo, abitudine a lasciare in attesa: in una parola scoraggiare.☺
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