Guarda cara, carissima: siamo tu ed io alcuni anni fa, Selinunte al tramonto, non ricordo quale porta, c’è la luce davanti a noi, una luce forte, particolare. Di lì continuammo la nostra ecolalia privata e arousal, che era iniziata quando mi telefonasti per la presentazione del mio libro a Campobasso (scrivendo retablo di una passione una delle analisi critiche più attente, appassionate e intelligenti delle mie poesie). Scoprimmo di avere gli stessi fondi-profondi. Ricordi? Il diavolo e la donzella, l’attrazione per le crepe, il profondo dei muri e degli angoli oscuri, la casa, la grande casa che è sempre quella della madre, il caldo del guanciale, noi perdute ad essere grandi in mondi che ci contenevano infanti e ci laceravano ali e poi le gioie, le luci improvvise e continue di vita e i dolori pronti ad azzannare. Ce lo raccontavamo in quella luce, a Selinunte, in quella lingua che solo la poesia conosce e che abbiamo parlato per tanto tempo, da quando ti ho conosciuto la prima volta nel 1983, facendoti interpretare Lisabetta della nota novella di Boccaccio. Ricordo il tuo profilo che in rallentato si stagliava verso la finestra, verso il basilico amato, verso l’amore oltraggiato e perso. Avevi il viso di madonna medioevale che mai hai perso e la profondità negli occhi di chi da secoli vive le sue avventure di mare di terra e di nuvole.
Ci appassionavamo agli stessi argomenti ricordi? I Misteri, il preferito, il diavolo e la donzella: io nel mio radiofonico la vedevo poi librarsi in aria con il suo ventaglio, aggrappata ad un mazzo di palloncini colorati; libera in cielo, tipo la donna cannone.
tu invece
mi fanno male le ali
avevate promesso
di sistemarmele meglio
ora non ce la faccio più a volare
e poi
in trono sta immota distante
-tunzella r’ore- vergine violata tentata
vergine tutta d’oro splendente
vergine nera
sporca sirena marcente.
e già sulle ossa le carni si disfano
in aeternum labitur
tempus occulte
ruit breve hora.
E l’exitus, la soglia, la luce, il come, il perché. Lì a Selinunte in tenera ecolalia continuammo a parlarne e dire. C’era troppa luce e troppo tutto per potere dimenticare. Adesso rileggo i miei e i tuoi versi che anticipano, che sanno, che premoniscono, che accettano e nello stesso tempo rinfocolano lo spazio della resistenza, la resistenza alla vita.
tu scrivi
che ne sapranno mai,
quelli oltre le mura le porte, le torri
cosa accade qui tra le pietre
………
che ne sapranno mai
quelli che questo oltre non abitano
questa soglia muschiata
di noi così lievi inventori di storie
di mazzamaurielli
e iammcenne a la casa nova noi
………
per questo infame oltraggio
ho perduto il centro della mia vita mia vita.
io
ma qualcuno è andato
profondamente addormentato e preso
convinto che il nero fosse il nero
e il buio non avesse altro profondo
ancor più buio di quello.
non è stato possibile avvisarlo
dargli annotazioni di viaggio
precise scritte in scrittura minuta
scolorita ai bordi della pelle
deformata ferita dal passaggio
altro atterraggio approdo arrembaggio
ritorni di eliche infrante emozioni
forse che creano luce o era solo luce
che segnava la rotta l’apertura
della battuta strada.
dopo l’oltraggio solo il coraggio dell’assenza
viso scavato -alla finestra- muto .
tu
o mia quiete mia sosta
mio azzurro sogno lasciami andare
lasciami tornare solo tu mi salvi stretta porta del ritorno,
lasciami tornare indenne al presente
salvami dal tarlo che rode la rosa
e rosicchia la carne. canto alla lentezza canto del ritorno
io
dopo trentanni una distesa di gelsomini
nel bosco – di sorpresa – ancora c’è
speranza o meglio non è stata chiusa
la porta: qualcuno piange – non sa il giorno –
ma torna, ha voluto tagliare
il traguardo di nuovo questo sguardo su
scatola nera illuminata – qualcuno
parla sottovoce – dice il nome –
forse l’uscita non é uscita
è stretto passaggio lei è andata
ritornata da quel gorgo l’ingorgo
più diviso dalla vita e
il rovinare dopo
ha
rumore di
cascata di
cristallo.
Lo so, mia cara, come è fulgida quella luce, come la vita si srotola nella sua bellezza in attimi irripetibili. Come voci vicine ti riscaldano e ti chiamano. So, come a Selinunte, quale sia il fascino e la pace profonda di quella luce. Ma, come mi scrivesti tu, rimproverandomi un forte dolore nel settembre di anni fa su questo stesso giornale, “preferisco continuare la mia resistenza tutta umana in questo interregno (parola di Gramsci)”.
Allora tunzella tunzella, ritorna ritorna!
Gramscianamente è certo. ☺
(i versi di mariaconcetta barone sono tratti da i canti della bizzarra, 2006 ;
quelli di loredana alberti da “ exitus” 1991 in dialoghi di un anno con il testimone, 2006)
Guarda cara, carissima: siamo tu ed io alcuni anni fa, Selinunte al tramonto, non ricordo quale porta, c’è la luce davanti a noi, una luce forte, particolare. Di lì continuammo la nostra ecolalia privata e arousal, che era iniziata quando mi telefonasti per la presentazione del mio libro a Campobasso (scrivendo retablo di una passione una delle analisi critiche più attente, appassionate e intelligenti delle mie poesie). Scoprimmo di avere gli stessi fondi-profondi. Ricordi? Il diavolo e la donzella, l’attrazione per le crepe, il profondo dei muri e degli angoli oscuri, la casa, la grande casa che è sempre quella della madre, il caldo del guanciale, noi perdute ad essere grandi in mondi che ci contenevano infanti e ci laceravano ali e poi le gioie, le luci improvvise e continue di vita e i dolori pronti ad azzannare. Ce lo raccontavamo in quella luce, a Selinunte, in quella lingua che solo la poesia conosce e che abbiamo parlato per tanto tempo, da quando ti ho conosciuto la prima volta nel 1983, facendoti interpretare Lisabetta della nota novella di Boccaccio. Ricordo il tuo profilo che in rallentato si stagliava verso la finestra, verso il basilico amato, verso l’amore oltraggiato e perso. Avevi il viso di madonna medioevale che mai hai perso e la profondità negli occhi di chi da secoli vive le sue avventure di mare di terra e di nuvole.
Ci appassionavamo agli stessi argomenti ricordi? I Misteri, il preferito, il diavolo e la donzella: io nel mio radiofonico la vedevo poi librarsi in aria con il suo ventaglio, aggrappata ad un mazzo di palloncini colorati; libera in cielo, tipo la donna cannone.
tu invece
mi fanno male le ali
avevate promesso
di sistemarmele meglio
ora non ce la faccio più a volare
e poi
in trono sta immota distante
-tunzella r’ore- vergine violata tentata
vergine tutta d’oro splendente
vergine nera
sporca sirena marcente.
e già sulle ossa le carni si disfano
in aeternum labitur
tempus occulte
ruit breve hora.
E l’exitus, la soglia, la luce, il come, il perché. Lì a Selinunte in tenera ecolalia continuammo a parlarne e dire. C’era troppa luce e troppo tutto per potere dimenticare. Adesso rileggo i miei e i tuoi versi che anticipano, che sanno, che premoniscono, che accettano e nello stesso tempo rinfocolano lo spazio della resistenza, la resistenza alla vita.
tu scrivi
che ne sapranno mai,
quelli oltre le mura le porte, le torri
cosa accade qui tra le pietre
………
che ne sapranno mai
quelli che questo oltre non abitano
questa soglia muschiata
di noi così lievi inventori di storie
di mazzamaurielli
e iammcenne a la casa nova noi
………
per questo infame oltraggio
ho perduto il centro della mia vita mia vita.
io
ma qualcuno è andato
profondamente addormentato e preso
convinto che il nero fosse il nero
e il buio non avesse altro profondo
ancor più buio di quello.
non è stato possibile avvisarlo
dargli annotazioni di viaggio
precise scritte in scrittura minuta
scolorita ai bordi della pelle
deformata ferita dal passaggio
altro atterraggio approdo arrembaggio
ritorni di eliche infrante emozioni
forse che creano luce o era solo luce
che segnava la rotta l’apertura
della battuta strada.
dopo l’oltraggio solo il coraggio dell’assenza
viso scavato -alla finestra- muto .
tu
o mia quiete mia sosta
mio azzurro sogno lasciami andare
lasciami tornare solo tu mi salvi stretta porta del ritorno,
lasciami tornare indenne al presente
salvami dal tarlo che rode la rosa
e rosicchia la carne. canto alla lentezza canto del ritorno
io
dopo trentanni una distesa di gelsomini
nel bosco – di sorpresa – ancora c’è
speranza o meglio non è stata chiusa
la porta: qualcuno piange – non sa il giorno –
ma torna, ha voluto tagliare
il traguardo di nuovo questo sguardo su
scatola nera illuminata – qualcuno
parla sottovoce – dice il nome –
forse l’uscita non é uscita
è stretto passaggio lei è andata
ritornata da quel gorgo l’ingorgo
più diviso dalla vita e
il rovinare dopo
ha
rumore di
cascata di
cristallo.
Lo so, mia cara, come è fulgida quella luce, come la vita si srotola nella sua bellezza in attimi irripetibili. Come voci vicine ti riscaldano e ti chiamano. So, come a Selinunte, quale sia il fascino e la pace profonda di quella luce. Ma, come mi scrivesti tu, rimproverandomi un forte dolore nel settembre di anni fa su questo stesso giornale, “preferisco continuare la mia resistenza tutta umana in questo interregno (parola di Gramsci)”.
Allora tunzella tunzella, ritorna ritorna!
Gramscianamente è certo. ☺
(i versi di mariaconcetta barone sono tratti da i canti della bizzarra, 2006 ;
quelli di loredana alberti da “ exitus” 1991 in dialoghi di un anno con il testimone, 2006)
Guarda cara, carissima: siamo tu ed io alcuni anni fa, Selinunte al tramonto, non ricordo quale porta, c’è la luce davanti a noi, una luce forte, particolare. Di lì continuammo la nostra ecolalia privata e arousal, che era iniziata quando mi telefonasti per la presentazione del mio libro a Campobasso (scrivendo retablo di una passione una delle analisi critiche più attente, appassionate e intelligenti delle mie poesie). Scoprimmo di avere gli stessi fondi-profondi. Ricordi? Il diavolo e la donzella, l’attrazione per le crepe, il profondo dei muri e degli angoli oscuri, la casa, la grande casa che è sempre quella della madre, il caldo del guanciale, noi perdute ad essere grandi in mondi che ci contenevano infanti e ci laceravano ali e poi le gioie, le luci improvvise e continue di vita e i dolori pronti ad azzannare. Ce lo raccontavamo in quella luce, a Selinunte, in quella lingua che solo la poesia conosce e che abbiamo parlato per tanto tempo, da quando ti ho conosciuto la prima volta nel 1983, facendoti interpretare Lisabetta della nota novella di Boccaccio. Ricordo il tuo profilo che in rallentato si stagliava verso la finestra, verso il basilico amato, verso l’amore oltraggiato e perso. Avevi il viso di madonna medioevale che mai hai perso e la profondità negli occhi di chi da secoli vive le sue avventure di mare di terra e di nuvole.
Ci appassionavamo agli stessi argomenti ricordi? I Misteri, il preferito, il diavolo e la donzella: io nel mio radiofonico la vedevo poi librarsi in aria con il suo ventaglio, aggrappata ad un mazzo di palloncini colorati; libera in cielo, tipo la donna cannone.
tu invece
mi fanno male le ali
avevate promesso
di sistemarmele meglio
ora non ce la faccio più a volare
e poi
in trono sta immota distante
-tunzella r’ore- vergine violata tentata
vergine tutta d’oro splendente
vergine nera
sporca sirena marcente.
e già sulle ossa le carni si disfano
in aeternum labitur
tempus occulte
ruit breve hora.
E l’exitus, la soglia, la luce, il come, il perché. Lì a Selinunte in tenera ecolalia continuammo a parlarne e dire. C’era troppa luce e troppo tutto per potere dimenticare. Adesso rileggo i miei e i tuoi versi che anticipano, che sanno, che premoniscono, che accettano e nello stesso tempo rinfocolano lo spazio della resistenza, la resistenza alla vita.
tu scrivi
che ne sapranno mai,
quelli oltre le mura le porte, le torri
cosa accade qui tra le pietre
………
che ne sapranno mai
quelli che questo oltre non abitano
questa soglia muschiata
di noi così lievi inventori di storie
di mazzamaurielli
e iammcenne a la casa nova noi
………
per questo infame oltraggio
ho perduto il centro della mia vita mia vita.
io
ma qualcuno è andato
profondamente addormentato e preso
convinto che il nero fosse il nero
e il buio non avesse altro profondo
ancor più buio di quello.
non è stato possibile avvisarlo
dargli annotazioni di viaggio
precise scritte in scrittura minuta
scolorita ai bordi della pelle
deformata ferita dal passaggio
altro atterraggio approdo arrembaggio
ritorni di eliche infrante emozioni
forse che creano luce o era solo luce
che segnava la rotta l’apertura
della battuta strada.
dopo l’oltraggio solo il coraggio dell’assenza
viso scavato -alla finestra- muto .
tu
o mia quiete mia sosta
mio azzurro sogno lasciami andare
lasciami tornare solo tu mi salvi stretta porta del ritorno,
lasciami tornare indenne al presente
salvami dal tarlo che rode la rosa
e rosicchia la carne. canto alla lentezza canto del ritorno
io
dopo trentanni una distesa di gelsomini
nel bosco – di sorpresa – ancora c’è
speranza o meglio non è stata chiusa
la porta: qualcuno piange – non sa il giorno –
ma torna, ha voluto tagliare
il traguardo di nuovo questo sguardo su
scatola nera illuminata – qualcuno
parla sottovoce – dice il nome –
forse l’uscita non é uscita
è stretto passaggio lei è andata
ritornata da quel gorgo l’ingorgo
più diviso dalla vita e
il rovinare dopo
ha
rumore di
cascata di
cristallo.
Lo so, mia cara, come è fulgida quella luce, come la vita si srotola nella sua bellezza in attimi irripetibili. Come voci vicine ti riscaldano e ti chiamano. So, come a Selinunte, quale sia il fascino e la pace profonda di quella luce. Ma, come mi scrivesti tu, rimproverandomi un forte dolore nel settembre di anni fa su questo stesso giornale, “preferisco continuare la mia resistenza tutta umana in questo interregno (parola di Gramsci)”.
Allora tunzella tunzella, ritorna ritorna!
Gramscianamente è certo. ☺
(i versi di mariaconcetta barone sono tratti da i canti della bizzarra, 2006 ;
quelli di loredana alberti da “ exitus” 1991 in dialoghi di un anno con il testimone, 2006)
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