Aspettando il risveglio
6 Settembre 2015 Share

Aspettando il risveglio

Guarda cara, carissima: siamo tu ed io alcuni anni fa, Selinunte al tramonto, non ricordo quale porta, c’è la luce davanti a noi, una luce forte, particolare. Di lì continuammo la nostra ecolalia privata e arousal, che era iniziata quando mi telefonasti per la presentazione del mio libro a Campobasso (scrivendo retablo di una passione una delle analisi critiche più attente, appassionate e intelligenti delle mie poesie). Scoprimmo di avere gli stessi fondi-profondi. Ricordi? Il diavolo e la donzella, l’attrazione per le crepe, il profondo dei muri e degli angoli oscuri, la casa, la grande casa che è sempre quella della madre, il caldo del guanciale, noi perdute ad essere grandi in mondi che ci contenevano infanti e ci laceravano ali e poi le gioie, le luci improvvise e continue di vita e i dolori pronti ad azzannare. Ce lo raccontavamo in quella luce, a Selinunte, in quella lingua che solo la poesia conosce e che abbiamo parlato per tanto tempo, da quando ti ho conosciuto la prima volta nel 1983, facendoti interpretare Lisabetta della nota novella di Boccaccio. Ricordo il tuo profilo che in rallentato si stagliava verso la finestra, verso il basilico amato, verso l’amore oltraggiato e perso. Avevi il viso di madonna medioevale che mai hai perso e la profondità negli occhi di chi da secoli vive le sue avventure di mare di terra e di nuvole.

Ci appassionavamo agli stessi argomenti ricordi? I Misteri, il preferito, il diavolo e la donzella: io nel mio radiofonico la vedevo poi librarsi in aria con il suo ventaglio, aggrappata ad un mazzo di palloncini colorati; libera in cielo, tipo la donna cannone.

tu invece

mi fanno male le ali

avevate promesso

di sistemarmele meglio

ora non ce la faccio più a volare

e poi

in  trono sta immota distante

-tunzella r’ore- vergine violata tentata

vergine tutta d’oro splendente

vergine nera

sporca sirena marcente.

e già sulle ossa le carni si disfano

in aeternum  labitur

tempus occulte

ruit breve hora.

E l’exitus, la soglia, la luce, il come, il perché. Lì a Selinunte in tenera ecolalia continuammo a parlarne e dire. C’era troppa luce e troppo tutto per potere dimenticare. Adesso rileggo i miei e i tuoi versi che anticipano, che sanno, che premoniscono, che accettano e nello stesso tempo rinfocolano lo spazio della resistenza, la resistenza alla vita.

tu scrivi

che ne sapranno mai,

quelli oltre  le mura le porte, le torri

cosa accade qui tra le pietre

………

che ne sapranno mai

quelli che questo oltre non abitano

questa soglia muschiata

di noi così lievi inventori di storie

di mazzamaurielli

e iammcenne a la casa nova noi

………

per questo infame oltraggio

ho perduto il centro della mia vita mia vita.

 

io

ma qualcuno è andato

profondamente addormentato e preso

convinto che il nero fosse il nero

e il buio non avesse altro profondo

ancor più buio di quello.

non è stato possibile avvisarlo

dargli annotazioni di viaggio

precise scritte in scrittura minuta

scolorita ai bordi della pelle

deformata ferita dal passaggio

altro atterraggio approdo arrembaggio

ritorni di eliche infrante emozioni

forse che creano luce o era solo luce

che segnava la rotta l’apertura

della battuta strada.

dopo l’oltraggio solo il coraggio dell’assenza

viso scavato -alla finestra- muto .

 

tu

o mia quiete mia sosta

mio azzurro sogno lasciami andare

lasciami tornare solo tu mi salvi stretta porta del ritorno,

lasciami tornare indenne al presente

salvami dal tarlo che rode la rosa

e rosicchia la carne. canto alla lentezza canto del ritorno

 

io

dopo trentanni una distesa di gelsomini

nel bosco  – di sorpresa – ancora c’è

speranza o meglio non è stata chiusa

la porta: qualcuno piange – non sa il giorno –

ma torna, ha voluto tagliare

il traguardo di nuovo questo sguardo su

scatola nera illuminata – qualcuno

parla sottovoce – dice il nome –

forse l’uscita non é uscita

è stretto passaggio lei è andata

ritornata da quel gorgo l’ingorgo

più diviso dalla vita e

il rovinare dopo

ha

rumore di

cascata di

cristallo.

Lo so, mia cara, come è fulgida quella luce, come la vita si srotola nella sua bellezza in attimi irripetibili. Come voci vicine ti riscaldano e ti chiamano. So, come a Selinunte, quale sia il fascino e la pace profonda di quella luce. Ma, come mi scrivesti tu, rimproverandomi un forte dolore nel settembre di anni fa su questo stesso giornale, “preferisco continuare la mia resistenza tutta umana in questo interregno (parola di Gramsci)”.

Allora tunzella tunzella, ritorna ritorna!

Gramscianamente è certo. ☺

 

(i versi di mariaconcetta barone sono tratti  da i canti della bizzarra, 2006 ;

quelli di loredana alberti da “ exitus” 1991 in  dialoghi di un anno con il testimone,  2006)

 

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