All’indomani del referendum
13 Novembre 2020
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All’indomani del referendum

Ci siamo chiesti in molti come interpretare il risultato del referendum del 20/21 settembre scorso, relativo al taglio dei parlamentari e quale messaggio esso rivolga al ceto politico e alla collettività nazionale, nella quale ci sono anche gli invisibili, ossia coloro che non sono andati a votare. Il 70% dei votanti ha espresso il “Sì” alla riduzione numerica dei parlamentari (400 deputati e 200 senatori), mentre il 30% ha votato per il “N0”, cioè per la permanenza nel Parlamento nazionale dell’ attuale numero degli eletti. Il comitato del “No”, prima e durante la campagna referendaria – lo abbiamo constatato anche a CB nel dibattito pubblico nel pomeriggio del 16 settembre scorso in P.zza Municipio – supponeva un quasi equilibrio nel risultato, che però non è stato così proporzionato.

Ci chiediamo come potrà funzionare la democrazia parlamentare in futuro e come saranno rappresentati i territori, in quanto, diminuendo il numero dei parlamentari, in proporzione aumenterà smisuratamente la percentuale dei votanti necessaria alla loro elezione. Ma come mai, un tale risultato? Non vogliamo fare la storia del disincanto, della sfiducia, della rabbia, del rancore che una parte consistente di italiani in questi ultimi 30/35 anni esprime nei confronti del ceto politico e degli amministratori, incapaci ed inadatti a ricomporre nella società gli assetti di giustizia sociale, necessaria per una distribuzione equa della ricchezza e per un riequilibrio del benessere sociale, dispersi nella melma della crisi economica, e, di conseguenza, divenuti evanescenti anche a causa della pandemia da Covid 19 ancora in atto. In più, a questi profondi disagi si aggiungono acuti e sconfinati rancori generati dalla crisi economica e finanziaria scoppiata a partire dal 2007. Va da sé che qualche breve riflessione debba aprire la strada ad alcune probabili spiegazioni del successo del “Sì”.

In prima battuta c’è la cruenta critica nei confronti delle classi politiche degli ultimi anni, indicata con la parola “casta” (dal libro di Stella e Rizzo La casta, 2007), che presenta e raffigura la classe politica degli ultimi anni come una corporazione corrotta, incapace di governare, inconcludente, scialacquatrice del denaro pubblico, autocelebrativa, lontana abissalmente dai bisogni della stragrande maggioranza della popolazione del nostro Paese, che si è impoverita, indebitata ed incarognita anche. Il ceto politico attuale viene in concreto sostituito da figure di tecnici, di imprenditori, di cittadini che si dichiarano onesti, che non si sono mai, o quasi mai, affacciati in  precedenza alla politica e alle amministrazioni locali. E questa circostanza è come urlare ai quattro venti che tutta la politica, nel suo complesso, sarebbe corrotta, incapace, inetta, dilapidatrice. È chiaro che una tale posizione e una siffatta critica hanno l’odore e la consistenza della superficialità e del qualunquismo, perché mettere tutto nel calderone della corruzione significa che non c’è, allo stato attuale, nessun amministratore onesto e capace, chissà ancora per quanti lustri; a meno che i cittadini, che si vogliono sostituire alla casta, non si dichiarino aprioristicamente incorruttibili e migliori di chi li precede nelle amministrazioni pubbliche. E questo è successo nella polemica aspra contro la casta; solo che la casta, corrotta e dilapidatrice, è stata sostituita da un altro ceto politico legato ai grandi interessi industriali e finanziari e che si sta facendo “potere”, anch’esso inossidabile e buono per tutte le stagioni. Lo vediamo sia perché oggi la maggioranza di governo è costituita da una forza politica, Pd, che ha abbracciato dalla fine degli anni ‘80 la filosofia del liberismo e delle privatizzazioni di tutti i beni comuni appartenenti alla collettività nazionale; come pure viene messo in luce dal movimento 5S, apparso per anni come forza iconoclastica avversa agli assetti classici della politica, ma che, in effetti, si sta comportando come le vecchie classi dirigenti, legata al potere e alla cosiddetta oleosa, discutibile governance. Infatti, quello che era il mantra del movimento di Casaleggio e Grillo, e che costituiva un po’ la novità di questa esperienza, un solo mandato, si sta trasformando nella recitazione accademica e teatrale che conosciamo da una vita, ossia nell’applicazione della partitura classica del mestiere della politica, da cui nascono e si affermano i cosiddetti professionisti della politica. Davvero una modificazione profonda a 360 gradi.

Il “nuovo” così è sprofondato nel “vecchio”, rimarcando come sia difficile mantenersi coerenti e al servizio disinteressato della collettività. Tutto ciò è stato naturalmente accresciuto e accelerato dalla crisi economica in atto, dalla quale appare arduo uscire anche alla luce della pandemia da Covid 19. Il ceto medio e la piccola borghesia impiegatizia sono scivolati in una povertà preoccupante e, per adesso, irrisolvibile, alimentando un profondo rancore ed accrescendo anche una rabbia insofferente ed irrequieta sia nei confronti della classe dirigente, ritenuta incapace e litigiosa, come pure nei riguardi di poveri e migranti, verso i quali si indirizzano le scarse risorse economiche, distolte ai nuovi e vecchi poveri autoctoni. L’ ossessiva presenza pubblicitaria sugli organi di informazione, pubblici e privati, dei 5S, a vantaggio della modificazione degli artt. 56/57/59 che sono stati alla base del referendum, e la complicità strisciante del Pd attuale, in linea con le argomentazioni del tentativo di Boschi/Renzi nel 2016 di smantellare la parte sostanziosa della nostra Costituzione, hanno dato i frutti sperati.

Noi, però, cerchiamo di fare un passo in avanti e tentare di capire che tipo di cultura c’è oggi in Italia che abbia potuto favorire l’esito favorevole al “Sì” nella recentissima tornata referendaria. Tralasciando tutti i costituzionalisti che in questo ultimo decennio hanno indicato i pericoli ai quali si va incontro nell’aggredire e cercare di distruggere la nostra Costituzione, citiamo a questo punto soltanto l’autore degli Scritti corsari (1975), P. P. Pasolini, che nel suo volume si chiede “che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti, ecc.: cioè che essa sia la cultura dell’intellighencjia. Invece non è così. E non è neanche la cultura della classe dominante (…) Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l’insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. (…) Per molti secoli, in Italia, queste culture sono state distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi – quasi di colpo (…) – distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere. (…) Conosco anche (…) alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto (…) la sua smania, per dire cosmica, di attuare fino in fondo lo “Sviluppo”: produrre e consumare (…)”.

Oggi noi sappiamo chi sia e quale volto abbia questo Potere: quello del neoliberismo e della finanza transnazionale, che tutto compra, corrompendo le classi dirigenti ed imponendo modelli di comportamenti omologanti e distruttori delle identità dei popoli e delle loro antiche storie. L’Italia non fa eccezione; da qui prendiamo le mosse per il prossimo numero. ☺

 

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