L’amarezza e il disgusto
L’amarezza è il sentimento che, immagino, proviamo anche per quello a cui stiamo assistendo in Palestina: massacro, sterminio, genocidio di un popolo, quello palestinese, che terrorista non è, ma che è, invece, “partigiano”, – e ribadiamo ancora una volta con forza la condanna politica ed etica del massacro, ad opera dei miliziani di Hamas – 7 ottobre 2023 -, di più di 1.000 civili israeliani, di giovani inermi e pieni di vita, anche di altre nazioni che si trovavano in Israele -.
Per quale ragione abbiamo usato il lessema “partigiano”? Per il semplice motivo che vede il popolo palestinese combattere contro Israele, che occupa, col consenso e con le armi dell’Occidente e degli USA, quel minuscolo 35% di territorio che le disposizioni dell’ONU nel 1947/48 hanno assegnato ai Palestinesi, concedendo agli Ebrei una quota maggiore – il 65% – di territorio arabo/palesti- nese, verosimilmente a causa del senso di colpa del popolo tedesco, in gran parte complice dello sterminio di quasi 6 milioni di Ebrei innocenti. Ma, spinto dalla visione sionista e messianica, dello Stato ebraico e dal motto “Un popolo senza terra per una terra senza popolo”, Israele dal 1947ad oggi – più di 70 anni – sta assumendo sul territorio palestinese un controllo poliziesco e l’assoluta governabilità, estorcendola con leggi restrittive (i palestinesi in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme est sono soggetti ad un regime militare, che ne inficia le libertà fondamentali, quali di pensiero, di movimento) alle istituzioni palestinesi, legittimi governanti sulla parte araba dei territori, che rappresentano il nucleo della nazione alla quale aspira, avendone l’assoluto diritto, il popolo palestinese.
Lo Stato israeliano sta selvaggiamente attuando la politica di espropriazione delle terre ai danni dei palestinesi grazie al sostegno impavidamente elargito dall’amico alleato statunitense. Le immagini che quotidianamente vediamo in Tv o sui social ci restringono il cuore, comunicandoci amarezza profonda ed indicibile sofferenza. Bambini inermi, adulti – maschi e femmine – che si muovono come fantasmi tra macerie e distruzione di ogni cosa senza alcun limite; uccisioni proditorie ad opera dell’esercito israeliano di quanti, palestinesi della Striscia di Gaza, si lanciano su quei pochi camion che, a stento e per i divieti ingiusti dell’esercito israeliano, portano viveri e medicine per una popolazione stremata e prossima alla morte per fame e per malattie. Difatti, questa sopraggiunge inesorabile, spietata, crudele su una popolazione inerme, che viene fatta spostare da nord a sud della Striscia secondo lo schema del gioco “guardia e ladri”, o del “cane che insegue la sua vittima” all’interno di uno spazio di piccole dimensioni, che alimenta l’ illusione della vittima di potersi salvare, ma che in effetti finisce fatalmente colpita da un fuoco fedifrago.
Case abbattute da droni, chiese e scuole demolite dalle bombe, ospedali, considerati nascondigli e sedi di Hamas. Prima privati di ogni rifornimento necessario per la cura e l’assistenza dei feriti, dei malati, dei bambini appena nati, e poi completamente sprovvisti del personale medico ed infermieristico che viene quasi sempre impedito di svolgere il proprio lavoro, come pure penosamente denudato e tenuto all’addiaccio in ginocchio per ore, come delinquenti comuni – le immagini dolorose di questi ultimi giorni lo stanno ampiamente dimostrando. Le motivazioni sono sempre le stesse: il personale medico e paramedico sarebbe complice di Hamas, oppure in quegli edifici si nasconderebbero i terroristi che tengono ancora prigionieri gli ostaggi israeliani. E così tutto viene annientato, raso al suolo. Le persone vengono umiliate al punto di vederle considerate come bestie.
Molti ministri dell’attuale governo israeliano, razzista e segregazionista, hanno definito i palestinesi, fin dall’inizio delle operazioni di guerra, tutti indistintamente, adulti e giovani e fanciulli, uguali agli animali. Ecco, dunque, la motivazione ideologica dell’ annientamento continuo dei palestinesi ad opera dell’attuale governo segregazionista di Israele. (Siamo all’epoca della guerra dei 6 giorni -5/10 giugno 1967) “Con occhi che narravano la prostrazione di notti insonni e angosciate, Umm (la madre di) Jamal, la nostra vicina di casa, continuava a chiedere ai ragazzi: – sai qualcosa di Jamal, Yussef ? Dimmelo, Mahmud, figliolo. L’hai visto? Sta bene? (…) Io e Jamal siamo stati separati. È tutto quello che so – mentì Yussef -. Seppi in seguito che la morte di Jamal era servita come esempio. I soldati lo giustiziarono sotto gli occhi di mio fratello e di altri cinquanta. Jamal venne bendato, fatto inginocchiare e gli furono legate le mani. Poi un soldato israeliano conficcò un proiettile dentro la testa di quel ragazzino che frequentava casa nostra ogni giorno, che giocava a calcio nei campi infangati, che mi chiamava sempre – ammura – adorabile – e veniva in gita con noi a Gerusalemme, sul fiume Giordano, a Betlemme o a Gerico. Aveva sedici anni quando diventò un esempio” (Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Feltrinelli, 2023, pag.112).
All’amarezza si accompagnano il disgusto e l’avversione. Nei giorni scorsi, nell’intervista rilasciata ad una televisione svizzera, papa Francesco, a proposito del conflitto russo/ucraino, su cui da sempre invoca l’incontro tra le parti in guerra ed il dialogo che possano porre fine alle tante sofferenze che il conflitto sta provocando in entrambe le nazioni, ha detto che sarebbe necessario issare una “bandiera bianca”, perché il conflitto cessi. Solitamente, quando si parla di “bandiera bianca” in un conflitto, si è sempre inteso raffigurare la possibilità che i contendenti/nemici si possano incontrare avviando in questo modo un dialogo che porti alla cessazione della guerra o semplicemente ad una pausa che serva a creare le basi per la cessazione delle ostilità. Questo è il senso dell’immagine della “bandiera bianca” e non necessariamente la resa aprioristica di uno dei due contendenti, situazione alla quale il pontefice non ha minimamente fatto cenno. Dopo gli incontri e la definizione di accordi equanimi che non umilino lo sconfitto, solo allora si può indicare nella “bandiera bianca” il significato di una resa, augurabilmente decorosa per l’avversario.
Non è stato così, perché le risposte immediate sono state scomposte. La prima reazione, collerica e stizzosa, è stata quella del presidente ucraino, Zelensky, che, in maniera poco rispettosa, al pontefice ha risposto dicendo che l’unica bandiera che l’Ucraina conosce è quella giallo/blu, ossia la bandiera con i colori nazionali. Ma appena dopo, il segretario della NATO – Stoltemberg – ha ribadito che la guerra continuerà fino alla vittoria dell’Ucraina; e a questo personaggio ha fatto da cornice gran parte dell’ establishment politico dell’Occidente e della UE. Così sappiamo in maniera inequivocabilmente chiara quale sia l’atteggiamento dell’ Occidente e della UE, compreso quello del nostro Paese, nei confronti della Russia, che resta comunque colpevole di un’aggressione eslege e di una occupazione illegittima nei confronti di uno Stato nazionale indipendente e libero.
Ci soffermiamo ancora sulla Crimea (lo abbiamo fatto con i Racconti di Sebastopoli di Tolstoj) che è stata considerata dai grandi scrittori russi del XIX e XX secolo regione contigua, prossima all’Europa; e lo facciamo citando un poeta russo, Maksimilian Aleksandrovic Volosin (1877-1932), che è vissuto anche per alcuni anni in Europa, autore, tra altre numerose opere, del volume di poesie Versi sulla Crimea, da cui traiamo la composizione “Grida il vento d’autunno”: “Grida il vento d’autunno come un oracolo nel campo./ Avvolta nelle pieghe di un cupo mantello/ Geme la notte tempestosa della nostalgia dei nomadi,/ Geme dal dolore./ Straziando l’oscurità, le nubi, la foschia,/ E tendendo le mani scarlatte verso la Notte,/ La Sera abbraccia nel tormento/ Le ferite sanguinanti./ Ululate, ululate, ululate venti folli/ Sul monte, sul campo deserto, sulle terre arate…/ Odo nei rami scarni, nell’erba secca/ I lamenti di Demetra”. – 1907 – pp. 52-53. (M. A. Volosin Versi sulla Crimea, Aracne Editrice, 2016, pp.52/53).☺
