Ci sarà capitato spesso di udire la frase: “Vado a fare shopping [pronuncia: “sciopping”] da parte di chi, nel tentativo di abbellire il linguaggio quotidiano, vuole comunicarci l’intenzione di andar per negozi e vetrine, per acquistare o anche solo per guardare. Dichiarare di andare a fare la spesa significherebbe rievocare la desueta figura della massaia – tutta preoccupata di garantire il pranzo e la cena per la sua famigliola! Farci sapere invece che si fa shopping, pone automaticamente l’ascoltatore di fronte all’incanto delle vetrine sfarzose, al bagliore dei fiocchi e dei nastri da imballaggio, al sorriso accattivante delle commesse, ai prodotti all’ultima moda. Peccato poi che il rovescio della medaglia contempli un portafoglio quasi sempre vuoto, entrate mensili insufficienti o inesistenti, il rammarico di dover scegliere tra un oggetto voluttuario e un genere di prima necessità, perché non si può spendere così tanto!
Eh sì, shopping è la versione inglese di acquistare: è il gerundio del verbo to shop (= girare per negozi) – e shop vuol dire negozio – ma per gli anglosassoni non ha il significato patinato che troppo spesso noi italiani gli attribuiamo. Non ha per loro quella connotazione di natura psicologica a noi così cara: “fare acquisti” è diventata un’attività ricreativa, una pausa dai problemi esistenziali, un modo per rilassarsi, la scusa per trascorrere un po’ di tempo fuori casa. Per non parlare poi di quanti soffrono di quella smania di comprare a tutti costi, perché altrimenti non ci si sente tranquilli e la vita sembra non sorriderci più. Nel nostro paese, quindi, con la moda sempre più pressante dei centri commerciali, lo shopping è diventato un vero e proprio culto, un’attività cui nessuno sembra riuscire a sottrarsi, e per la quale qualche soluzione è stata predisposta.
Ecco allora il fiorire dei discount [pronuncia: “discaunt”], punti vendita dove puoi comprare prodotti a prezzi più bassi, scontati appunto – come indicato dal nome stesso (discount in inglese indica lo “sconto”). Questo genere di supermercati, piuttosto diffusi nel settore dei prodotti alimentari, ha la caratteristica di fornire alla clientela più attenta all’economia negli acquisti un ridotto assortimento di merci, con prevalenza di marchi commerciali meno conosciuti; poco appariscente nell’esposizione degli articoli, spesso lasciati negli stessi scatoloni di imballaggio, consente la vendita a prezzi più bassi grazie alle spese di personale e allestimento che sono ovviamente inferiori. I clienti non mancano: la percentuale di risparmio sulla spesa non è indifferente per le famiglie con un solo stipendio o i pensionati, o per quanti riescono a non farsi schiacciare dalla seduzione della macchina pubblicitaria che “costringe” a preferire prodotti dall’aspetto attraente e di conseguenza più costosi.
Accanto ai discount, e soprattutto nel settore dell’abbigliamento, sono comparsi negli ultimi anni gli outlet [pron.: “autlet”], negozi o centri commerciali specializzati nella vendita di prodotti di marche famose, non venduti o appartenenti alla collezione della stagione precedente. Il termine inglese, in realtà, indica semplicemente il negozio in cui un particolare articolo viene venduto oppure il magazzino di un’azienda presso il quale è possibile acquistare il prodotto. Da noi è invalsa la moda degli outlet: essi raccolgono i capi invenduti o difettosi delle ditte più note e li propongono ai clienti a prezzi scontati; la disposizione delle merci nei magazzini outlet ricalca quella dei normali negozi o centri commerciali, ma in tono meno appariscente, e spesso ci si può servire da soli. Per i consumatori la convenienza è assicurata, soprattutto quando si riesce a trovare un articolo firmato o un paio di scarpe, pagandolo molto meno di quanto si sarebbe pagato qualche mese prima. Bisognerebbe controllare, però, che siano esposte merci realmente outlet, e non capi confezionati appositamente per essere venduti come avanzi di magazzino. Il fenomeno sta vivendo un’ampia fase di crescita, sia di richiesta, perché i prezzi praticati sono contenuti e la clientela è in forte aumento, sia di offerta, perché le ditte traggono ulteriori vantaggi dal maggior numero di vendite.
Acquirenti e consumatori lo siamo tutti, poiché nessuno può ritenersi immune dal comprare e utilizzare prodotti di consumo nella società contemporanea. Vien da chiedersi però se non convenga scoprirsi piuttosto consumatori critici e consapevoli, di quelli che non vogliono a tutti i costi essere alla moda, cui non importa di rientrare nel campionario della stagione passata, tanto ciò che conta è altrove. ☺
dario.carlone@tiscali.it
Ci sarà capitato spesso di udire la frase: “Vado a fare shopping [pronuncia: “sciopping”] da parte di chi, nel tentativo di abbellire il linguaggio quotidiano, vuole comunicarci l’intenzione di andar per negozi e vetrine, per acquistare o anche solo per guardare. Dichiarare di andare a fare la spesa significherebbe rievocare la desueta figura della massaia – tutta preoccupata di garantire il pranzo e la cena per la sua famigliola! Farci sapere invece che si fa shopping, pone automaticamente l’ascoltatore di fronte all’incanto delle vetrine sfarzose, al bagliore dei fiocchi e dei nastri da imballaggio, al sorriso accattivante delle commesse, ai prodotti all’ultima moda. Peccato poi che il rovescio della medaglia contempli un portafoglio quasi sempre vuoto, entrate mensili insufficienti o inesistenti, il rammarico di dover scegliere tra un oggetto voluttuario e un genere di prima necessità, perché non si può spendere così tanto!
Eh sì, shopping è la versione inglese di acquistare: è il gerundio del verbo to shop (= girare per negozi) – e shop vuol dire negozio – ma per gli anglosassoni non ha il significato patinato che troppo spesso noi italiani gli attribuiamo. Non ha per loro quella connotazione di natura psicologica a noi così cara: “fare acquisti” è diventata un’attività ricreativa, una pausa dai problemi esistenziali, un modo per rilassarsi, la scusa per trascorrere un po’ di tempo fuori casa. Per non parlare poi di quanti soffrono di quella smania di comprare a tutti costi, perché altrimenti non ci si sente tranquilli e la vita sembra non sorriderci più. Nel nostro paese, quindi, con la moda sempre più pressante dei centri commerciali, lo shopping è diventato un vero e proprio culto, un’attività cui nessuno sembra riuscire a sottrarsi, e per la quale qualche soluzione è stata predisposta.
Ecco allora il fiorire dei discount [pronuncia: “discaunt”], punti vendita dove puoi comprare prodotti a prezzi più bassi, scontati appunto – come indicato dal nome stesso (discount in inglese indica lo “sconto”). Questo genere di supermercati, piuttosto diffusi nel settore dei prodotti alimentari, ha la caratteristica di fornire alla clientela più attenta all’economia negli acquisti un ridotto assortimento di merci, con prevalenza di marchi commerciali meno conosciuti; poco appariscente nell’esposizione degli articoli, spesso lasciati negli stessi scatoloni di imballaggio, consente la vendita a prezzi più bassi grazie alle spese di personale e allestimento che sono ovviamente inferiori. I clienti non mancano: la percentuale di risparmio sulla spesa non è indifferente per le famiglie con un solo stipendio o i pensionati, o per quanti riescono a non farsi schiacciare dalla seduzione della macchina pubblicitaria che “costringe” a preferire prodotti dall’aspetto attraente e di conseguenza più costosi.
Accanto ai discount, e soprattutto nel settore dell’abbigliamento, sono comparsi negli ultimi anni gli outlet [pron.: “autlet”], negozi o centri commerciali specializzati nella vendita di prodotti di marche famose, non venduti o appartenenti alla collezione della stagione precedente. Il termine inglese, in realtà, indica semplicemente il negozio in cui un particolare articolo viene venduto oppure il magazzino di un’azienda presso il quale è possibile acquistare il prodotto. Da noi è invalsa la moda degli outlet: essi raccolgono i capi invenduti o difettosi delle ditte più note e li propongono ai clienti a prezzi scontati; la disposizione delle merci nei magazzini outlet ricalca quella dei normali negozi o centri commerciali, ma in tono meno appariscente, e spesso ci si può servire da soli. Per i consumatori la convenienza è assicurata, soprattutto quando si riesce a trovare un articolo firmato o un paio di scarpe, pagandolo molto meno di quanto si sarebbe pagato qualche mese prima. Bisognerebbe controllare, però, che siano esposte merci realmente outlet, e non capi confezionati appositamente per essere venduti come avanzi di magazzino. Il fenomeno sta vivendo un’ampia fase di crescita, sia di richiesta, perché i prezzi praticati sono contenuti e la clientela è in forte aumento, sia di offerta, perché le ditte traggono ulteriori vantaggi dal maggior numero di vendite.
Acquirenti e consumatori lo siamo tutti, poiché nessuno può ritenersi immune dal comprare e utilizzare prodotti di consumo nella società contemporanea. Vien da chiedersi però se non convenga scoprirsi piuttosto consumatori critici e consapevoli, di quelli che non vogliono a tutti i costi essere alla moda, cui non importa di rientrare nel campionario della stagione passata, tanto ciò che conta è altrove. ☺
Ci sarà capitato spesso di udire la frase: “Vado a fare shopping [pronuncia: “sciopping”] da parte di chi, nel tentativo di abbellire il linguaggio quotidiano, vuole comunicarci l’intenzione di andar per negozi e vetrine, per acquistare o anche solo per guardare. Dichiarare di andare a fare la spesa significherebbe rievocare la desueta figura della massaia – tutta preoccupata di garantire il pranzo e la cena per la sua famigliola! Farci sapere invece che si fa shopping, pone automaticamente l’ascoltatore di fronte all’incanto delle vetrine sfarzose, al bagliore dei fiocchi e dei nastri da imballaggio, al sorriso accattivante delle commesse, ai prodotti all’ultima moda. Peccato poi che il rovescio della medaglia contempli un portafoglio quasi sempre vuoto, entrate mensili insufficienti o inesistenti, il rammarico di dover scegliere tra un oggetto voluttuario e un genere di prima necessità, perché non si può spendere così tanto!
Eh sì, shopping è la versione inglese di acquistare: è il gerundio del verbo to shop (= girare per negozi) – e shop vuol dire negozio – ma per gli anglosassoni non ha il significato patinato che troppo spesso noi italiani gli attribuiamo. Non ha per loro quella connotazione di natura psicologica a noi così cara: “fare acquisti” è diventata un’attività ricreativa, una pausa dai problemi esistenziali, un modo per rilassarsi, la scusa per trascorrere un po’ di tempo fuori casa. Per non parlare poi di quanti soffrono di quella smania di comprare a tutti costi, perché altrimenti non ci si sente tranquilli e la vita sembra non sorriderci più. Nel nostro paese, quindi, con la moda sempre più pressante dei centri commerciali, lo shopping è diventato un vero e proprio culto, un’attività cui nessuno sembra riuscire a sottrarsi, e per la quale qualche soluzione è stata predisposta.
Ecco allora il fiorire dei discount [pronuncia: “discaunt”], punti vendita dove puoi comprare prodotti a prezzi più bassi, scontati appunto – come indicato dal nome stesso (discount in inglese indica lo “sconto”). Questo genere di supermercati, piuttosto diffusi nel settore dei prodotti alimentari, ha la caratteristica di fornire alla clientela più attenta all’economia negli acquisti un ridotto assortimento di merci, con prevalenza di marchi commerciali meno conosciuti; poco appariscente nell’esposizione degli articoli, spesso lasciati negli stessi scatoloni di imballaggio, consente la vendita a prezzi più bassi grazie alle spese di personale e allestimento che sono ovviamente inferiori. I clienti non mancano: la percentuale di risparmio sulla spesa non è indifferente per le famiglie con un solo stipendio o i pensionati, o per quanti riescono a non farsi schiacciare dalla seduzione della macchina pubblicitaria che “costringe” a preferire prodotti dall’aspetto attraente e di conseguenza più costosi.
Accanto ai discount, e soprattutto nel settore dell’abbigliamento, sono comparsi negli ultimi anni gli outlet [pron.: “autlet”], negozi o centri commerciali specializzati nella vendita di prodotti di marche famose, non venduti o appartenenti alla collezione della stagione precedente. Il termine inglese, in realtà, indica semplicemente il negozio in cui un particolare articolo viene venduto oppure il magazzino di un’azienda presso il quale è possibile acquistare il prodotto. Da noi è invalsa la moda degli outlet: essi raccolgono i capi invenduti o difettosi delle ditte più note e li propongono ai clienti a prezzi scontati; la disposizione delle merci nei magazzini outlet ricalca quella dei normali negozi o centri commerciali, ma in tono meno appariscente, e spesso ci si può servire da soli. Per i consumatori la convenienza è assicurata, soprattutto quando si riesce a trovare un articolo firmato o un paio di scarpe, pagandolo molto meno di quanto si sarebbe pagato qualche mese prima. Bisognerebbe controllare, però, che siano esposte merci realmente outlet, e non capi confezionati appositamente per essere venduti come avanzi di magazzino. Il fenomeno sta vivendo un’ampia fase di crescita, sia di richiesta, perché i prezzi praticati sono contenuti e la clientela è in forte aumento, sia di offerta, perché le ditte traggono ulteriori vantaggi dal maggior numero di vendite.
Acquirenti e consumatori lo siamo tutti, poiché nessuno può ritenersi immune dal comprare e utilizzare prodotti di consumo nella società contemporanea. Vien da chiedersi però se non convenga scoprirsi piuttosto consumatori critici e consapevoli, di quelli che non vogliono a tutti i costi essere alla moda, cui non importa di rientrare nel campionario della stagione passata, tanto ciò che conta è altrove. ☺
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