Antropocene
Quella attuale è una civiltà potente ma fragile. Grande e pervasiva, ma appesa a un filo che può spezzarsi da un momento all’altro. È perfino presuntuosa e beffarda nell’autodefinirsi come nuova era geologica: Antropocene. La parola identifica un’epoca caratterizzata dall’impatto dominante delle attività umane sui cicli naturali del pianeta (la vegetazione, l’acqua, il clima, gli scarti…). Per gli scienziati l’Antropocene ha preso le mosse a partire dalla rivoluzione industriale dei secoli XVIII e XIX, ma si è affermata in particolare con la “grande accelerazione” della seconda metà del ‘900, sostituendosi così all’Olocene in cui eravamo rimasti per oltre 10.000 anni dopo l’ultima era glaciale.
Prendiamo le piante, a cui la fonte dedica da tempo i ripetuti e interessanti articoli di Gildo Giannotti. Come storico dell’ambiente devo dire che le piante, erbacee e arboree, sono inseparabili dalla storia dell’umanità, che senza la vegetazione non avrebbe nemmeno potuto esistere. In quanto componenti essenziali dell’ecosistema, esse hanno sempre svolto un ruolo multifunzionale nel complesso rapporto tra uomo e natura. Un rapporto che si è rotto, generando squilibri e preoccupazioni. Il modello di sviluppo capitalistico che ha generato la società tecnologica e consumistica dei nostri giorni ha progressivamente trascurato le piante e la vegetazione, finendo per cancellare pratiche, saperi e perfino memoria. Abbiamo perso il contatto con le piante, prevalentemente legate al bosco e alla campagna, per concentrarci sulle città e sull’industria. C’è stata, specialmente nel corso del ‘900, una sorta di rimozione della natura, soggetta a un crescente dominio umano che rischia di ritorcersi contro di noi. Anche se oggi le superfici boscate in Italia stanno sensibilmente aumentando, ciò è il frutto spontaneo e problematico dell’abbandono, più che di una ritrovata e consapevole attenzione per il mondo vegetale.
L’Antropocene è caratterizzato dal cambiamento climatico e dalla perdita di biodiversità, dalla rottura di quel rapporto e da uno squilibrio crescente tra popolazione e risorse naturali. Questa evoluzione storica è leggibile nel paesaggio, che diventa così la griglia attraverso cui osservare la misura dei processi di trasformazione storica e le possibili linee di cambiamento futuro. Ben oltre la dimensione estetica, il paesaggio è l’insieme di relazioni e funzioni che parlano della formazione del territorio, cioè del lungo e incessante processo attraverso il quale natura e uomo, interagendo tra di loro, hanno trasformato la spazio naturale in qualcosa di più evoluto e organizzato, che noi chiamiamo, appunto, territorio. L’agricoltura è stata uno dei principali strumenti di territorializzazione, ma ancora prima che si affermassero le pratiche di coltivazione, la raccolta di frutti e erbe spontanee ha costituito uno degli aspetti del rapporto alimentare con la natura. Sul lungo o lunghissimo periodo, le piante, elemento naturale per eccellenza, hanno incontrato processi di domesticazione che, al pari di quelli riguardanti gli animali, hanno condotto l’uomo verso la civiltà, verso l’agricoltura, la città, il progresso. La raccolta e la coltivazione delle piante è stata una delle prime forme di organizzazione dello spazio. Tutto ciò ha prodotto non solo cibo, ma anche paesaggio nel senso che abbiamo detto, cioè come risultato delle forme di utilizzazione della natura da parte dell’uomo. Così alle pratiche si sono aggiunti i saperi.
L’analisi paesaggistica di lungo periodo ci aiuta a capire quanto le condizioni di crisi ecologica in cui versa la società contemporanea nascano essenzialmente dal fatto che l’economia capitalistica non ha riconosciuto nella natura la sola e vera forza produttiva esistente. E ci spinge ad operare per rimettere consapevolmente la natura al centro di un progetto di una nuova forma di governo dell’economia. Al contrario, le società industriali hanno visto nella natura solo una risorsa della produzione, realizzata di fatto dal lavoro e dalla tecnica, mentre nulla hanno fatto per riprodurre le vere condizioni materiali di ogni produzione, vale a dire la natura stessa. Così, molte delle attuali questioni ecologiche sono determinate da un sistema economico che, basandosi solo sul consumo e trascurando la riproduzione, ha divorato le fonti stesse della propria ricchezza e della propria sopravvivenza. Quanta distanza dagli abitanti del Molise, ad esempio, che per secoli sono stati intenti a raccogliere le erbe selvatiche, l’origano, gli asparagi e tante altre piante che popolavano il paesaggio tra il campo, il pascolo e il bosco! O da quelli della Maremma toscana che nella macchia cercavano liquirizia, borragine, pungitopi e varie erbe spontanee per alimentarsi o curarsi. Regioni vegetali, comunità nelle quali alcune pratiche di raccolta di piante spontanee sono rimaste, o delle quali troviamo una memoria ancora viva. Fili di memoria – potremmo dire – utili a riannodare il passato con il futuro in chiave ecologica.
Di fronte a un’economia capitalistica, che ormai possiamo chiamare tradizionale, c’è bisogno di innovare, o meglio di retro-innovare. La rivitalizzazione e il riuso dei paesaggi rurali storici è uno degli scenari su cui applicare i processi di retroinnovazione attraverso la riattivazione di saperi ambientali che possano riportare in armonia la relazione uomo-natura e rispondere ai problemi del cambiamento climatico. Occorre elaborare un diverso modello economico e alimentare, che riconosca alla natura la sua funzione produttiva. Ciò può avvenire riunendo saperi esperti e saperi contestuali, sperimentando nel livello locale una riconnessione tra economia e risorse ambientali, verso una ritrovata economia della natura, specialmente nelle aree rurali e interne, nelle periferie territoriali che attendono una rinascita.☺
