APE e i suoi paradossi
Alcune considerazioni in relazione all’APE di cui tanto si parla in questi giorni.
Finalmente pare che qualche tecnico di Palazzo Chigi o del MEF si sia accorto che appare incongruo chiedere a lavoratori dipendenti nati negli anni 1951-1953, cui mancano 1-2-3 anni per andare in quiescenza, di cessare l’attività lavorativa facendosi prestare (“APE”=anticipo pensionistico) da banche private – tramite INPS – l’equivalente della pensione mensile che andrebbero a riscuotere se rimanessero in servizio sino alla scadenza stabilita dalla Legge Fornero. Ben sapendo che ai medesimi lavoratori altre norme di pochi anni or sono impediscono di riscuotere il proprio TFR – “trattamento fine rapporto”, o TFS -“trattamento fine servizio” nel caso di dipendenti pubblici nell’immediatezza dell’ uscita dal lavoro.
Proprio così: questo benedetto TFR (o TFS) verrà versato loro soltanto 2-3 anni dopo l’uscita dal lavoro. Mi spiego con un esempio, così diventa tutto più chiaro. Poniamo il caso di un lavoratore (lo chiamiamo Gino) che oggi ha 64 anni di età. In base alla Legge Fornero, costui dovrebbe andare in pensione, nel caso di pensione di vecchiaia, nel 2019 all’età di 66 anni e 11 mesi (semplificando, fra 3 anni). Perciò, stanti le norme attuali in materia, percepirebbe il suo TFR/TFS non prima del 2021-2022 (all’età di 69-70 anni). Orbene, l’APE (anticipo pensionistico), se approvato con l’imminente legge Finanziaria, diventerebbe operativo entro il 2017 (diciamo, tra gira e rivolta, all’incirca tra un anno, se non ad inizio 2018), cioè quando il nostro Gino avrà già compiuto 65 anni di età.
Ora, facciamo attenzione: un TFR/TFS di media entità è più o meno equivalente (semplificando) alla somma che lo stesso Gino dovrebbe chiedere alle banche per uscire dal lavoro con 3 anni di anticipo. Cioè, Gino (ossia io, tu, noi) dovrebbe indebitarsi con le banche, a 65 anni di età, per un importo, grosso modo, equivalente ad una somma che gli è già stata messa da parte (il TFR/TFS, appunto, costruito con danaro uscito dalla sua busta-paga in più o meno di 40 anni di lavoro) ma che lo Stato terrà bloccata per altri 5-6 anni da oggi. Insomma, Gino dovrebbe indebitarsi con le banche nonostante che, presso la Cassa Depositi e Prestiti o chissà dove, tengono bloccato danaro che egli stesso ha accantonato, ma che riceverà (forse) non prima di 5-6 anni da oggi.
Che cosa farà dunque Gino del suo TFR, che gli verrebbe versato all’età di 69-70 anni? Per prima cosa dovrà restituire alle banche (con interessi) il famoso APE che, ad oggi, eviterebbe di chiedere se lo Stato gli versasse, da sùbito, il TFR/TFS di spettanza al momento di lasciare il lavoro (e non 4-5 anni dopo). Credo che nemmeno Franz Kafka troverebbe parole adeguate per rendere il paradosso qui denunciato. In conclusione, Governo e Stato a che gioco stanno giocando?
Dopo che per decenni il fondo del barile è stato più che raschiato, e non avendo il coraggio di decurtare di un solo euro le “super pensioni”, che cosa si sono inventati? Si sono inventati l’APE. E con quali machiavellismi … Roba da “Premio Nobel del paradosso”.
Ma chi ci governa è uscito di testa o che cosa? Hanno capito o no che le chiacchiere stanno a zero e che può essere pericoloso giocare sulla pelle di chi di bastonate ne ha già prese abbastanza?☺
