L’imitazione del comportamento altrui non è sempre positiva, soprattutto a causa del modello preso a riferimento. Nei confronti delle nazioni estere noi italiani avvertiamo spesso un complesso di inferiorità che genera quale effetto negativo l’ acquisizione acritica di costumi che, oltre ad essere distanti dalla nostra cultura, non ricadono sotto il profilo dell’etica.
E così, in Italia, le giovani generazioni, sempre recettive rispetto a nuovi modelli di comportamento, si stanno lasciando affascinare da un divertimento “folle”, un gioco violento, già da qualche anno in voga presso i loro coetanei americani. Knockout game [pronuncia: nocaut-gheim] si chiama e game traduce “gioco”. Negli Stati Uniti è diventata purtroppo una tendenza cui a fatica gli adolescenti riescono a sottrarsi: il “gioco” – ma il termine è improprio – consiste nello sferrare pugni (o anche calci) ad ignari passanti per semplice divertimento, quasi fosse un incontro di pugilato. Peccato che la vittima, colta di sorpresa, non possa esserne al corrente. Le cronache degli ultimi mesi fanno registrare negli USA la morte di alcune persone, aggredite in strada da ragazzini che, per il solo gusto di mostrarsi forti agli occhi degli altri, le hanno colpite con pugni, senza alcun motivo. Il terribile fenomeno del knockout game si sta purtroppo diffondendo anche nel nostro paese, complice la pericolosa sindrome di emulazione!
L’espressione inglese che definisce questo “ignobile” passatempo è derivata dal linguaggio sportivo, precisamente dal termine del pugilato knockout, meglio noto con la sigla K.O., che indica il colpo decisivo che costringe uno dei due pugili a cadere al tappeto e non riuscire ad alzarsi entro dieci secondi. Metaforicamente, in diversi ambiti, si utilizza l’espressione K.O. per indicare una sconfitta, un fallimento. Il vocabolo proviene dal verbo knock [pronuncia: noch], (battere, abbattere) seguito dall’avverbio out [pronuncia: aut], “fuori”, in questo caso nella sua accezione temporale, vale a dire fuori del tempo consentito.
Appare chiaro quindi come la violenza del gioco, che tanto appassiona i ragazzi, abbia assunto questa denominazione: la “vittima” è colpita, costretta a terra, come un pugile sconfitto in un incontro di boxe. Ma, viene da chiedersi, al di là della necessaria descrizione del fenomeno, può, anzi deve, sollevarsi una voce di condanna, di biasimo, di indignazione per simili manifestazioni di violenza? Non sarebbe ora di condannare definitivamente la violenza, anche da un punto di vista linguistico, evitando di edulcorarla con epiteti quali “gratuita”, “immoti- vata”? Chiamiamola con il suo nome, violenza e basta!
In secondo luogo è doveroso interrogarsi sulle ragioni di comportamenti del genere. Sia la società americana che la nostra sono ormai attraversate da profonde crisi; in Italia, stando ai dati ISTAT e CNEL dello scorso giugno, la nostra società è caratterizzata da “un benessere fragile, poco equo, perciò difficilmente sostenibile;… fragile perché non si vede ancora la fine della crisi, l’occupazione continua a diminuire e la povertà, specie tra i minori, i giovani e le loro famiglie tende ad aumentare. È un benessere poco equo perché la crisi ha rafforzato le disuguaglianze tradizionali nel nostro paese – a livello territoriale e di classi sociali – e ne ha create di nuove” (Chiara Saraceno). Sempre secondo l’analisi della sociologa “gli italiani mostrano uno dei più bassi tassi di fiducia verso gli altri tra gli abitanti dei paesi Ocse, ne emerge un quadro di persone chiuse in cerchie famigliari e amicali sottoposte a tensioni crescenti, poco disponibili a fidarsi di altri, quindi a impegnarsi per qualche obiettivo comune”.
Il disagio sociale potrebbe essere interpretato come causa di fenomeni delinquenziali, ma certamente non ne può rappresentare la giustificazione. Ma paradossalmente la metafora del knockout sembra uscire dal ristretto ambito generazionale. Il recente scandalo romano ha portato alla luce ancora atteggiamenti violenti, capaci di annientare, di immobilizzare, di ridurre al tappeto la collettività.
Può riemergere la fiducia degli italiani in una classe dirigente che sembra giocare anch’essa a questo gioco, vittime inconsapevoli i cittadini che li hanno designati quali rappresentanti? ☺
L’imitazione del comportamento altrui non è sempre positiva, soprattutto a causa del modello preso a riferimento. Nei confronti delle nazioni estere noi italiani avvertiamo spesso un complesso di inferiorità che genera quale effetto negativo l’ acquisizione acritica di costumi che, oltre ad essere distanti dalla nostra cultura, non ricadono sotto il profilo dell’etica.
E così, in Italia, le giovani generazioni, sempre recettive rispetto a nuovi modelli di comportamento, si stanno lasciando affascinare da un divertimento “folle”, un gioco violento, già da qualche anno in voga presso i loro coetanei americani. Knockout game [pronuncia: nocaut-gheim] si chiama e game traduce “gioco”. Negli Stati Uniti è diventata purtroppo una tendenza cui a fatica gli adolescenti riescono a sottrarsi: il “gioco” – ma il termine è improprio – consiste nello sferrare pugni (o anche calci) ad ignari passanti per semplice divertimento, quasi fosse un incontro di pugilato. Peccato che la vittima, colta di sorpresa, non possa esserne al corrente. Le cronache degli ultimi mesi fanno registrare negli USA la morte di alcune persone, aggredite in strada da ragazzini che, per il solo gusto di mostrarsi forti agli occhi degli altri, le hanno colpite con pugni, senza alcun motivo. Il terribile fenomeno del knockout game si sta purtroppo diffondendo anche nel nostro paese, complice la pericolosa sindrome di emulazione!
L’espressione inglese che definisce questo “ignobile” passatempo è derivata dal linguaggio sportivo, precisamente dal termine del pugilato knockout, meglio noto con la sigla K.O., che indica il colpo decisivo che costringe uno dei due pugili a cadere al tappeto e non riuscire ad alzarsi entro dieci secondi. Metaforicamente, in diversi ambiti, si utilizza l’espressione K.O. per indicare una sconfitta, un fallimento. Il vocabolo proviene dal verbo knock [pronuncia: noch], (battere, abbattere) seguito dall’avverbio out [pronuncia: aut], “fuori”, in questo caso nella sua accezione temporale, vale a dire fuori del tempo consentito.
Appare chiaro quindi come la violenza del gioco, che tanto appassiona i ragazzi, abbia assunto questa denominazione: la “vittima” è colpita, costretta a terra, come un pugile sconfitto in un incontro di boxe. Ma, viene da chiedersi, al di là della necessaria descrizione del fenomeno, può, anzi deve, sollevarsi una voce di condanna, di biasimo, di indignazione per simili manifestazioni di violenza? Non sarebbe ora di condannare definitivamente la violenza, anche da un punto di vista linguistico, evitando di edulcorarla con epiteti quali “gratuita”, “immoti- vata”? Chiamiamola con il suo nome, violenza e basta!
In secondo luogo è doveroso interrogarsi sulle ragioni di comportamenti del genere. Sia la società americana che la nostra sono ormai attraversate da profonde crisi; in Italia, stando ai dati ISTAT e CNEL dello scorso giugno, la nostra società è caratterizzata da “un benessere fragile, poco equo, perciò difficilmente sostenibile;… fragile perché non si vede ancora la fine della crisi, l’occupazione continua a diminuire e la povertà, specie tra i minori, i giovani e le loro famiglie tende ad aumentare. È un benessere poco equo perché la crisi ha rafforzato le disuguaglianze tradizionali nel nostro paese – a livello territoriale e di classi sociali – e ne ha create di nuove” (Chiara Saraceno). Sempre secondo l’analisi della sociologa “gli italiani mostrano uno dei più bassi tassi di fiducia verso gli altri tra gli abitanti dei paesi Ocse, ne emerge un quadro di persone chiuse in cerchie famigliari e amicali sottoposte a tensioni crescenti, poco disponibili a fidarsi di altri, quindi a impegnarsi per qualche obiettivo comune”.
Il disagio sociale potrebbe essere interpretato come causa di fenomeni delinquenziali, ma certamente non ne può rappresentare la giustificazione. Ma paradossalmente la metafora del knockout sembra uscire dal ristretto ambito generazionale. Il recente scandalo romano ha portato alla luce ancora atteggiamenti violenti, capaci di annientare, di immobilizzare, di ridurre al tappeto la collettività.
Può riemergere la fiducia degli italiani in una classe dirigente che sembra giocare anch’essa a questo gioco, vittime inconsapevoli i cittadini che li hanno designati quali rappresentanti? ☺
L’imitazione del comportamento altrui non è sempre positiva, soprattutto a causa del modello preso a riferimento.
L’imitazione del comportamento altrui non è sempre positiva, soprattutto a causa del modello preso a riferimento. Nei confronti delle nazioni estere noi italiani avvertiamo spesso un complesso di inferiorità che genera quale effetto negativo l’ acquisizione acritica di costumi che, oltre ad essere distanti dalla nostra cultura, non ricadono sotto il profilo dell’etica.
E così, in Italia, le giovani generazioni, sempre recettive rispetto a nuovi modelli di comportamento, si stanno lasciando affascinare da un divertimento “folle”, un gioco violento, già da qualche anno in voga presso i loro coetanei americani. Knockout game [pronuncia: nocaut-gheim] si chiama e game traduce “gioco”. Negli Stati Uniti è diventata purtroppo una tendenza cui a fatica gli adolescenti riescono a sottrarsi: il “gioco” – ma il termine è improprio – consiste nello sferrare pugni (o anche calci) ad ignari passanti per semplice divertimento, quasi fosse un incontro di pugilato. Peccato che la vittima, colta di sorpresa, non possa esserne al corrente. Le cronache degli ultimi mesi fanno registrare negli USA la morte di alcune persone, aggredite in strada da ragazzini che, per il solo gusto di mostrarsi forti agli occhi degli altri, le hanno colpite con pugni, senza alcun motivo. Il terribile fenomeno del knockout game si sta purtroppo diffondendo anche nel nostro paese, complice la pericolosa sindrome di emulazione!
L’espressione inglese che definisce questo “ignobile” passatempo è derivata dal linguaggio sportivo, precisamente dal termine del pugilato knockout, meglio noto con la sigla K.O., che indica il colpo decisivo che costringe uno dei due pugili a cadere al tappeto e non riuscire ad alzarsi entro dieci secondi. Metaforicamente, in diversi ambiti, si utilizza l’espressione K.O. per indicare una sconfitta, un fallimento. Il vocabolo proviene dal verbo knock [pronuncia: noch], (battere, abbattere) seguito dall’avverbio out [pronuncia: aut], “fuori”, in questo caso nella sua accezione temporale, vale a dire fuori del tempo consentito.
Appare chiaro quindi come la violenza del gioco, che tanto appassiona i ragazzi, abbia assunto questa denominazione: la “vittima” è colpita, costretta a terra, come un pugile sconfitto in un incontro di boxe. Ma, viene da chiedersi, al di là della necessaria descrizione del fenomeno, può, anzi deve, sollevarsi una voce di condanna, di biasimo, di indignazione per simili manifestazioni di violenza? Non sarebbe ora di condannare definitivamente la violenza, anche da un punto di vista linguistico, evitando di edulcorarla con epiteti quali “gratuita”, “immoti- vata”? Chiamiamola con il suo nome, violenza e basta!
In secondo luogo è doveroso interrogarsi sulle ragioni di comportamenti del genere. Sia la società americana che la nostra sono ormai attraversate da profonde crisi; in Italia, stando ai dati ISTAT e CNEL dello scorso giugno, la nostra società è caratterizzata da “un benessere fragile, poco equo, perciò difficilmente sostenibile;… fragile perché non si vede ancora la fine della crisi, l’occupazione continua a diminuire e la povertà, specie tra i minori, i giovani e le loro famiglie tende ad aumentare. È un benessere poco equo perché la crisi ha rafforzato le disuguaglianze tradizionali nel nostro paese – a livello territoriale e di classi sociali – e ne ha create di nuove” (Chiara Saraceno). Sempre secondo l’analisi della sociologa “gli italiani mostrano uno dei più bassi tassi di fiducia verso gli altri tra gli abitanti dei paesi Ocse, ne emerge un quadro di persone chiuse in cerchie famigliari e amicali sottoposte a tensioni crescenti, poco disponibili a fidarsi di altri, quindi a impegnarsi per qualche obiettivo comune”.
Il disagio sociale potrebbe essere interpretato come causa di fenomeni delinquenziali, ma certamente non ne può rappresentare la giustificazione. Ma paradossalmente la metafora del knockout sembra uscire dal ristretto ambito generazionale. Il recente scandalo romano ha portato alla luce ancora atteggiamenti violenti, capaci di annientare, di immobilizzare, di ridurre al tappeto la collettività.
Può riemergere la fiducia degli italiani in una classe dirigente che sembra giocare anch’essa a questo gioco, vittime inconsapevoli i cittadini che li hanno designati quali rappresentanti? ☺
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