Bibbia e storia
14 Novembre 2025
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Bibbia e storia

Mentre scrivo questa riflessione si sta vivendo l’attesa per quanto accadrà ora a Gaza dopo la firma della tregua con la benedizione americana. Non sappiamo se è un buon inizio ma è, speriamo, un inizio, in vista di un effettivo cambiamento con il coinvolgimento del popolo palestinese. Abbiamo però assistito allo show di un ministro delirante israeliano nei confronti dei sequestrati (perché tali erano, non certo arrestati legalmente) della Sumud Flotilla, il cui delirio è tutto infarcito di pretese fondate sulla bibbia. Ed è per questo che è necessario continuare a riflettere su una lettura di essa liberata dai fondamentalismi.
Parto quindi da un documento del Concilio Vaticano II riguardo alla bibbia: la Dei Verbum, dove si affronta la questione della verità e della storicità nella bibbia. Dopo secoli in cui si è affermata una verità assoluta non solo in ambito religioso ma anche scientifico (di cui il “caso Galilei” è un esempio famoso) e storico, il Concilio fa propri molti risultati della ricerca esegetica giungendo all’affermazione che la verità della bibbia riguarda ciò che serve per la salvezza; tradotto in linguaggio attuale, ciò che ci porta ad avere una relazione autentica con Dio, che trasforma la nostra vita. Come già sosteneva Galileo, la bibbia non ci dice come è fatto il cielo (astronomico) ma come si va in cielo (teologico). Ma già S. Agostino, in un passo troppo presto dimenticato, affermava che la bibbia vuol formare dei credenti, non degli astronomi. Il Concilio però permette di andare oltre, non solo per quanto riguarda le scienze della natura, ma anche per ciò che riguarda la verità storica; ciò è molto importante per il nostro tempo in cui il fondamentalismo ebraico basa le pretese di Israele sul fatto che realmente Dio ha promesso ad Abramo il possesso di una terra e realmente ha posto Mosè a capo di un popolo numeroso per farlo entrare nella terra promessa. È interessante vedere come la Dei Verbum usi il concetto di storicità solo per i Vangeli: “La Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e costanza massima, che i quattro vangeli, di cui afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù effettivamente operò e insegnò” (DV 19).
Per quanto riguarda i racconti dell’Antico Testamento, il Concilio non parla degli eventi storici ma di libri che raccontano ciò che riguarda Israele. La distinzione è logica: il cristianesimo non si fonda su un libro ma su una persona, Gesù di Nazaret, ebreo vissuto duemila anni fa. Se Gesù fosse solo un mito, come si è tentato di dimostrare negli ultimi secoli, il cristianesimo non avrebbe senso, perché la sua etica è già tutta presente nell’Antico Testamento, tranne qualche innovazione, come l’amore per il nemico, che può essere classificato come una possibile evoluzione dell’etica umana. La ricerca storica su Gesù è quindi importante per la fede cristiana che non può fondarsi su un personaggio inventato. Diversa la situazione per l’Antico Testamento e quindi per l’ ebraismo: l’eventuale non esistenza di personaggi come Abramo o Mosè non pregiudica il fatto che si possa vivere l’etica della Legge biblica. L’identità religiosa ebraica non è fondata sui dogmi ma sull’etica. Per la comprensione cristiana dell’uomo ferito dal peccato, invece, la capacità di vivere in modo etico è resa possibile dal dono che Gesù ha fatto della sua vita; senza la morte di Gesù, ci viene detto da Paolo in poi, nessun uomo è in grado di compiere veramente il bene (anche l’ebreo e anche chi non sa nulla di Gesù o di Dio). Ecco perché la storicità di Gesù riveste una necessità teologica che non ha nessun altro personaggio biblico.
Mentre prima del Concilio si difendeva la storicità di tutta la Scrittura per combattere chi voleva negare la fede cristiana, oggi si riesce a tenere distinte le questioni, consapevoli che non può esserci una fede vera in contrasto con la ragione: se la ricerca storica non riesce a dimostrare l’esistenza di Abramo o Mosè, l’Antico Testamento non perde la sua importanza per i cristiani perché fin dal principio esso è stato letto non come fondamento di salvezza ma come profezia e attesa della salvezza che è data a tutti gli uomini solo tramite Gesù Cristo. Già nel Nuovo Testamento viene detto che l’Antico prefigura la realtà che è Cristo e quando Gesù è arrivato la legge è giunta al termine. Se al tempo di Gesù il mondo ebraico attendeva la restaurazione del regno d’Israele, Gesù ha annunciato il Regno di Dio, in cui tutti erano chiamati ad entrare, non solo gli appartenenti a un popolo che si concepiva privilegiato.
Nel nostro tempo, in cui la pretesa di un gruppo di fanatici su una terra, fatta in nome del Dio della bibbia, produce morte e distruzione fino ad arrivare a concepire un genocidio, è necessario riaffermare la prospettiva cristiana su tutta la bibbia, compreso l’Antico Testamento che non può essere interpretato storicamente in modo acritico sia perché porta al baratro della violenza sia perché la ricerca storica sta sempre più dimostrando la miticità di molti personaggi. La spiritualizzazione e l’universalizzazione delle promesse fatte da Dio ad Abramo, invece, rendono inaccettabili le pretese di fanatici religiosi che uccidono convinti che veramente (in senso storico) Dio ha parlato ad Abramo. La reinterpretazione cristiana che ha spiritualizzato ed elevato il messaggio dell’ Antico Testamento ci dice l’unica verità che la bibbia ci vuol comunicare: in Cristo Gesù non c’è più giudeo né greco perché tutti siamo diventati una sola famiglia, anche se non ne prendiamo ancora coscienza. Il racconto di Dio che parla ad Abramo o a Mosè è il simbolo del fatto che Dio vuol parlare ad ognuno di noi e lo ha reso possibile diventando uomo lui stesso attraverso Gesù di Nazaret e parla ancora ad ogni uomo attraverso chi continua a testimoniare l’amore di Gesù Cristo dal quale, come dice l’ebreo Paolo, nulla ci potrà mai separare.☺

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