Campagne resistenti
Genoeffa Cocconi e Alcide Cervi erano due genitori contadini, esemplari nell’aver sopportato una tragedia come la perdita dei sette figli, fucilati per mano dei fascisti, e per il contributo dato dalla famiglia Cervi alla costruzione della democrazia italiana, coniugando l’orizzonte ampio degli ideali con la pratica e l’azione in un luogo preciso: i Campi Rossi, come si chiama la località della bassa pianura emiliana dov’era il podere che Alcide prese in affitto nel 1934 e dove ancora oggi si trova Casa Cervi, ora trasformata nel Museo Cervi e nell’Istituto Alcide Cervi (www.istitutocervi.it). Qui si dispiegò l’impegno antifascista, ma prima ancora quello lavorativo e innovativo in campo agricolo, per una trasformazione dell’ agricoltura e del paesaggio. Siamo fatti così, la storia è così: le idee e la testa spaziano nell’orizzonte grande del mondo, ma le vicende, le azioni concrete si svolgono sempre da qualche parte, in un posto, coi piedi poggiati su uno spicchio di terra. Anche l’agricoltura, il paesaggio e il buon governo del territorio sono elementi del vivere democratico, espressione della qualità della vita e dei diritti dei lavoratori. Anche fare bene il proprio lavoro è politica, nel senso più alto del termine, come impegno civile e costruzione di una società migliore. Lontano da un’idea di politica come esclusiva gestione del potere.
I Cervi erano contadini. Alcide fu prima bracciante, quindi mezzadro, poi affittuario e infine proprietario della terra che insieme ai sette figli aveva reso più produttiva e più bella. Con Genoeffa si era sposato sul cadere del secolo precedente, nel 1899. Sempre restò agricoltore, come milioni di italiani, lavoratori infaticabili di un’Italia contadina che solo dopo la metà del secolo si avviò ad essere un paese industriale. Gli agricoltori, si sa, producono cibo, ma tramite il duro e continuo lavoro producono anche paesaggio, più o meno consapevolmente. Con il loro impegno hanno saputo resistere all’oppressione e prodotto anche libertà e democrazia. E il paesaggio e la democrazia, come il cibo, sono patrimonio comune, un bene di tutti.
Livellando i campi, scavando i canali, terrazzando le pendici dei colli, coltivando i foraggi e i cereali, piantando ulivi e viti, tracciando fosse, strade e siepi… in tutta Italia i contadini hanno disegnato il paesaggio. Alcide e i suoi figli disegnarono quello della pianura reggiana. Lo hanno fatto per andare avanti e perché credevano nel progresso, con il fine del miglioramento delle loro condizioni di vita, ma anche di quelle degli altri lavoratori della terra, della società rurale in genere. Nel corso degli anni ’30, nonostante il difficile periodo del fascismo e le angherie dei gerarchi locali, la terra dei Cervi aveva conosciuto un sensibile miglioramento agrario, economico e sociale, che nello stesso tempo rappresentava anche un processo di cura del territorio e di costruzione paesaggistica. Un bel paesaggio agrario migliorava anche la condizione del contadino, al buon paesaggio dei campi corrispondeva anche un migliore paesaggio sociale.
Così i Cervi si mossero nell’Italia fascista degli anni ’30, tra la fatica dei campi e la lettura dei libri, di fronte alla dittatura e alle velleità imperiali del regime: invece che alla guerra d’Africa, andarono a comprare il trattore, uno dei primi trattori nelle campagne reggiane. Insieme al trattore il figlio Aldo portò a casa un mappamondo, che poi diventerà il simbolo di Casa Cervi: conoscere il mondo, averlo sotto gli occhi e tra le mani per poter coltivare il cambiamento.
L’agricoltura e la libertà, il lavoro e la democrazia, pratiche che diventano valori e che entreranno a far parte della Costituzione Italiana, frutto maturo dell’antifascismo e della resistenza per cui i Cervi pagarono il tributo più alto della vita.
I sette fratelli Cervi furono arrestati nel novembre 1943 per la loro attività antifascista e fucilati senza processo il 28 dicembre dello stesso anno, come atto di rappresaglia da parte dei fascisti dopo un attentato avvenuto mentre essi erano detenuti. Martiri ed eroi della Resistenza, che oltre alla guerra partigiana fu un fenomeno di massa nel quale un ruolo fondamentale fu svolto proprio dai contadini e da coloro che abitavano le campagne, protagonisti silenziosi ma decisivi nella lotta contro il nazifascismo.
I contadini costituivano una larga parte della popolazione italiana dell’epoca, soprattutto nelle aree rurali e montane dove molte formazioni partigiane trovavano rifugio. La loro conoscenza del territorio si rivelò essenziale: sentieri, boschi, vie di fuga e nascondigli erano elementi strategici che solo chi viveva quotidianamente quei luoghi poteva conoscere bene. Grazie a queste competenze, i contadini offrirono supporto logistico indispensabile ai partigiani, facilitandone i movimenti e contribuendo alla loro battaglia per la libertà.
I contadini e le campagne italiane non furono semplici spettatori della Resistenza, ma attori centrali di un processo storico che portò alla liberazione del Paese. Il loro contributo, spesso poco celebrato, fu determinante per il successo della lotta partigiana e la vicenda dei sette fratelli Cervi rappresenta ancora oggi un limpido esempio di coraggio, solidarietà e impegno civile.☺
