Cani da guardia
11 Settembre 2025
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Cani da guardia

“Dobbiamo essere i cani da guardia del potere, non i cani da riporto”. Quando ho iniziato a collaborare a la fonte, il nostro direttore, Antonio Di Lalla, trovava spesso l’occasione per ripetere – a noi e ai lettori – la su citata frase, precisando che il cane da riporto è il semplice segugio del cacciatore che va a prelevare la preda cacciata, e quindi non manifesta alcuna autonomia di giudizio. Fatta salva la metafora, magari poco gradevole per quanti di noi si schierano contro la caccia, il senso di quanto veicolato dalla frase non è mutato nel corso degli anni e lo ‘stato’ della nostra rivista lo dimostra.
Ciò premesso, rispondo volentieri alla richiesta della nostra collaboratrice Tiziana Antonilli che, nel suo articolo del numero di giugno scorso, mi invitava a riflettere sul termine inglese watch dog [pronuncia: uoc dog] che appunto traduce “cane da guardia”.
Il vocabolo è composto dal sostantivo dog (cane) – credo noto a tutti e tutte – e dal verbo watch i cui significati vanno dal semplice ‘guardare’, oppure ‘seguire con lo sguardo un’azione’, ‘osservare’, fino a ‘sorvegliare’; ne consegue che la funzione dell’amico a quattro zampe risulti essere quella di proteggere e salvaguardare la famiglia che lo ha adottato, segnalando pericoli e garantendo l’incolumità dei suoi componenti.
Il cane, notoriamente animale d’affezione, rappresenta per noi umani un amico fedele, una creatura che dimostra l’attaccamento e la devozione nei confronti delle persone nella cui vita è entrato e dalle quali non vorrebbe separarsi. Succede quindi che nei confronti di qualsiasi pericolo o rischio per uno/a di loro, ma anche per l’abitazione che lo ospita, l’animale esprima il suo controllo con abbai, rincorse, movimenti e gesti di inquietudine.
Sin dall’antichità il rapporto uomo-animale – specialmente riguardo alla famiglia dei canidi – si è rafforzato e consolidato, ma al di là di ciò che avviene nel nostro contemporaneo, la funzione primaria dell’animale è stata sempre quella di custode e guardiano: si pensi alla iscrizione Cave Canem (Attenti al cane) riprodotta in modi infiniti all’ingresso delle abitazioni, oppure a tutti quei cagnolini lasciati a guardia di case di campagna, luoghi di lavoro, strutture abitative secondarie.
Cosa potrebbe suggerirci l’immagine del cane da guardia? A cosa potremmo paragonarla nel tempo che stiamo vivendo? Un watch dog deve porre attenzione a tutto ciò che potrebbe causare un danno all’ ambiente e alle persone presso cui esercita la sua custodia; ha il dovere di individuare pericoli, controllare gli ingressi e le uscite per evitare infrazioni o furti, verificare che tutto si svolga nella consueta corretta normalità. Fin qui il compito dell’animale, ma la medesima funzione dovrebbe spettare anche a coloro – mi riferisco a noi persone – che hanno a cuore il nostro mondo.
Se da un lato l’immagine del cane da guardia potrebbe veicolare una condizione di asservimento, di mera esecuzione di compiti assegnati da altri, al contrario essa va intesa come scelta di campo, decisione autonoma, desiderio di perseguire uno o più obiettivi. E ce ne sarebbe tanto bisogno nella modernità che viviamo e di cui, specialmente in Occidente, ci sentiamo così fieri! “Il senso di umanità dei Greci è migliore del nostro? Le “cose”, oggi, suscitano sempre meno lacrime, le “cose” non piangono più. Da Gaza ai migranti che lasciamo morire in mare. Siamo più chiusi, più ostili, ci sentiamo comunità, ci sentiamo popolo, sempre e solo quando è il confine, la paura dell’altro, a definire il nostro spazio”.
L’insensibilità, per non dire l’ indifferenza, ci contraddistingue – come ben argomenta Maddalena Oliva – e progressivamente ci allontana da quell’incarico di watch dog che, come componenti della società, ci è assegnato proprio perché ne siamo parte. E inseguiamo miti, ci raccontiamo favole, riempiamo la mente di illusioni e volgiamo lo sguardo da un’altra parte. “La fragilità della democrazia attuale dipende anche da noi. Che abbiamo smesso di essere cittadini e siamo diventati sudditi. E ‘il suddito ideale – diceva Hannah Arendt – del regime totalitario è l’individuo per il quale la distanza tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più’”.
Come scriveva recentemente Simona Ruffino – riguardo alla copertina di Time dedicata al ‘nostro’ (!) presidente del consiglio – “il problema non è la propaganda. Il problema siamo noi, che non vogliamo più la verità: vogliamo solo la versione che ci fa comodo”. E allora riprendiamoci il nostro compito di cani da guardia, riabituiamo gli occhi a guardare attentamente la realtà che ci circonda, prestiamo attenzione a quanto accade, impegniamoci a contrastare false visioni del mondo.
Grazie, Tiziana, per avercelo ricordato!☺

“Pensai, ma forse in sogno, oppure guardando il telegiornale della sera. Immaginai un orto recintato da muretti a secco (come quelli che si trovano nelle campagne del mio Salento), dove nessun cane da guardia o allarme sonoro alla vista dell’intruso. Nessun padrone con arco e frecce.” (Enzo Bacca, Questa pietà – Prefazione di Orazio Antonio Bologna, Edizioni Esperidi, p. 17)

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