Che la nostra società occidentale sia dominio incontrastato della tecnologia è fuor di dubbio, ma che anche il linguaggio ne risulti fortemente condizionato appare francamente esagerato.
Il clamore delle settimane scorse, con il rilievo riservato alle tragedie dei migranti, in mare o alle frontiere, ai morti e alle peripezie di donne e bambini, sembra non avere più risonanza nei media; ormai c’è spazio solo per l’incertezza riguardo alle soluzioni avanzate per fronteggiare questo dramma dell’umanità; soluzioni convergenti tutte in un termine: hotspot.
In ambito internazionale vengono denominati con questo vocabolo i punti di accoglienza ed identificazione dei migranti, secondo linee guida che l’Unione Europea dovrebbe definire. La parola è composta da hot, caldo, e spot, macchia o luogo; tradotta “punto caldo”, assume significati diversi a seconda del contesto: può indicare un luogo della superficie terrestre in cui è presente attività vulcanica, oppure in maniera figurata un posto pericoloso – a causa di conflitti, delinquenza o agenti naturali; hotspot è anche un posto conosciuto o frequentato oppure la zona in cui è facile connettersi ad internet grazie alla copertura wi-fi gratuita.
Più di una perplessità sorge riguardo al motivo della scelta del termine per indicare i centri di raccolta dei migranti. Sembra trasparire il cinismo di certa politica ed anche degli organi di informazione che fanno da eco: ricorrere ad un vocabolo vago, magari accattivante ma privo di significato, vuol dire, senza mezzi termini, non compromettersi, non “sporcarsi le mani”, o, peggio, come sosteneva qualche settimana fa Iside Gjergji, il tentativo non troppo velato di creare “un programmato caos … affinché si possa continuare ad imporre le solite decisioni arbitrarie … Tanto si tratta della vita e dei diritti degli immigrati. (il fatto.it).
Se le migliaia di persone che bussano alle porte del nostro mondo occidentale, che premono alle frontiere disposti a sopportare un’infinità di pericoli, senza spaventarsi davanti ai numerosi ostacoli, continuano ad “esserci”, non è più concepibile far finta di niente, rimbalzarsi le responsabilità, attendere la revisione di norme e regolamenti. Gli hotspot dovrebbero essere dei punti di raccolta nei quali le forze dell’ordine del paese di arrivo e funzionari europei dovrebbero operare il riconoscimento e la distinzione tra migranti richiedenti asilo – quelli per intenderci che scappano da nazioni in guerra o perseguitati politici – e quelli che devono essere rimpatriati, e sono coloro che fuggono da un altro grave pericolo, la mancanza di prospettiva di vita perché i loro paesi di origine sono impoveriti, sono devastati dalla siccità, in cui la fame e la malnutrizione mietono vittime ogni giorno.
Ma di hotspot, della loro collocazione e operatività finora si sa ben poco!
Hotspot è il segno della non decisione, dell’atteggiamento reticente di una politica che dovrebbe assumersi delle responsabilità ma che non ha il coraggio di farlo; una maschera per nascondere la reale volontà di azzerare il problema, di non sentirsi in empatia con le moltitudini di disperati che la stessa politica espansionistica ha creato: la vita e la morte di tante persone da un lato, la finanza ed i grossi interessi economici dall’altra!
Hotspot: parola nebulosa, vuota affermazione cui nulla di concreto fa seguito. In parallelo potremmo collocare l’esperienza della ricostruzione post-sisma nella nostra regione. La creazione di questi centri hotspot, il loro indirizzo politico, la loro effettiva utilità nel dare risposte al dramma emigrazione partono dagli stessi presupposti sbandierati all’indomani della tragedia del terremoto in Molise: nessuna azione nel presente, tutto rinviato ad un futuro lontano, senza neanche la consolazione che quest’ultimo possa essere positivo.
E intanto si aspetta … quando non si muore. ☺
Che la nostra società occidentale sia dominio incontrastato della tecnologia è fuor di dubbio, ma che anche il linguaggio ne risulti fortemente condizionato appare francamente esagerato.
Il clamore delle settimane scorse, con il rilievo riservato alle tragedie dei migranti, in mare o alle frontiere, ai morti e alle peripezie di donne e bambini, sembra non avere più risonanza nei media; ormai c’è spazio solo per l’incertezza riguardo alle soluzioni avanzate per fronteggiare questo dramma dell’umanità; soluzioni convergenti tutte in un termine: hotspot.
In ambito internazionale vengono denominati con questo vocabolo i punti di accoglienza ed identificazione dei migranti, secondo linee guida che l’Unione Europea dovrebbe definire. La parola è composta da hot, caldo, e spot, macchia o luogo; tradotta “punto caldo”, assume significati diversi a seconda del contesto: può indicare un luogo della superficie terrestre in cui è presente attività vulcanica, oppure in maniera figurata un posto pericoloso – a causa di conflitti, delinquenza o agenti naturali; hotspot è anche un posto conosciuto o frequentato oppure la zona in cui è facile connettersi ad internet grazie alla copertura wi-fi gratuita.
Più di una perplessità sorge riguardo al motivo della scelta del termine per indicare i centri di raccolta dei migranti. Sembra trasparire il cinismo di certa politica ed anche degli organi di informazione che fanno da eco: ricorrere ad un vocabolo vago, magari accattivante ma privo di significato, vuol dire, senza mezzi termini, non compromettersi, non “sporcarsi le mani”, o, peggio, come sosteneva qualche settimana fa Iside Gjergji, il tentativo non troppo velato di creare “un programmato caos … affinché si possa continuare ad imporre le solite decisioni arbitrarie … Tanto si tratta della vita e dei diritti degli immigrati. (il fatto.it).
Se le migliaia di persone che bussano alle porte del nostro mondo occidentale, che premono alle frontiere disposti a sopportare un’infinità di pericoli, senza spaventarsi davanti ai numerosi ostacoli, continuano ad “esserci”, non è più concepibile far finta di niente, rimbalzarsi le responsabilità, attendere la revisione di norme e regolamenti. Gli hotspot dovrebbero essere dei punti di raccolta nei quali le forze dell’ordine del paese di arrivo e funzionari europei dovrebbero operare il riconoscimento e la distinzione tra migranti richiedenti asilo – quelli per intenderci che scappano da nazioni in guerra o perseguitati politici – e quelli che devono essere rimpatriati, e sono coloro che fuggono da un altro grave pericolo, la mancanza di prospettiva di vita perché i loro paesi di origine sono impoveriti, sono devastati dalla siccità, in cui la fame e la malnutrizione mietono vittime ogni giorno.
Ma di hotspot, della loro collocazione e operatività finora si sa ben poco!
Hotspot è il segno della non decisione, dell’atteggiamento reticente di una politica che dovrebbe assumersi delle responsabilità ma che non ha il coraggio di farlo; una maschera per nascondere la reale volontà di azzerare il problema, di non sentirsi in empatia con le moltitudini di disperati che la stessa politica espansionistica ha creato: la vita e la morte di tante persone da un lato, la finanza ed i grossi interessi economici dall’altra!
Hotspot: parola nebulosa, vuota affermazione cui nulla di concreto fa seguito. In parallelo potremmo collocare l’esperienza della ricostruzione post-sisma nella nostra regione. La creazione di questi centri hotspot, il loro indirizzo politico, la loro effettiva utilità nel dare risposte al dramma emigrazione partono dagli stessi presupposti sbandierati all’indomani della tragedia del terremoto in Molise: nessuna azione nel presente, tutto rinviato ad un futuro lontano, senza neanche la consolazione che quest’ultimo possa essere positivo.
E intanto si aspetta … quando non si muore. ☺
Che la nostra società occidentale sia dominio incontrastato della tecnologia è fuor di dubbio, ma che anche il linguaggio ne risulti fortemente condizionato appare francamente esagerato.
Il clamore delle settimane scorse, con il rilievo riservato alle tragedie dei migranti, in mare o alle frontiere, ai morti e alle peripezie di donne e bambini, sembra non avere più risonanza nei media; ormai c’è spazio solo per l’incertezza riguardo alle soluzioni avanzate per fronteggiare questo dramma dell’umanità; soluzioni convergenti tutte in un termine: hotspot.
In ambito internazionale vengono denominati con questo vocabolo i punti di accoglienza ed identificazione dei migranti, secondo linee guida che l’Unione Europea dovrebbe definire. La parola è composta da hot, caldo, e spot, macchia o luogo; tradotta “punto caldo”, assume significati diversi a seconda del contesto: può indicare un luogo della superficie terrestre in cui è presente attività vulcanica, oppure in maniera figurata un posto pericoloso – a causa di conflitti, delinquenza o agenti naturali; hotspot è anche un posto conosciuto o frequentato oppure la zona in cui è facile connettersi ad internet grazie alla copertura wi-fi gratuita.
Più di una perplessità sorge riguardo al motivo della scelta del termine per indicare i centri di raccolta dei migranti. Sembra trasparire il cinismo di certa politica ed anche degli organi di informazione che fanno da eco: ricorrere ad un vocabolo vago, magari accattivante ma privo di significato, vuol dire, senza mezzi termini, non compromettersi, non “sporcarsi le mani”, o, peggio, come sosteneva qualche settimana fa Iside Gjergji, il tentativo non troppo velato di creare “un programmato caos … affinché si possa continuare ad imporre le solite decisioni arbitrarie … Tanto si tratta della vita e dei diritti degli immigrati. (il fatto.it).
Se le migliaia di persone che bussano alle porte del nostro mondo occidentale, che premono alle frontiere disposti a sopportare un’infinità di pericoli, senza spaventarsi davanti ai numerosi ostacoli, continuano ad “esserci”, non è più concepibile far finta di niente, rimbalzarsi le responsabilità, attendere la revisione di norme e regolamenti. Gli hotspot dovrebbero essere dei punti di raccolta nei quali le forze dell’ordine del paese di arrivo e funzionari europei dovrebbero operare il riconoscimento e la distinzione tra migranti richiedenti asilo – quelli per intenderci che scappano da nazioni in guerra o perseguitati politici – e quelli che devono essere rimpatriati, e sono coloro che fuggono da un altro grave pericolo, la mancanza di prospettiva di vita perché i loro paesi di origine sono impoveriti, sono devastati dalla siccità, in cui la fame e la malnutrizione mietono vittime ogni giorno.
Ma di hotspot, della loro collocazione e operatività finora si sa ben poco!
Hotspot è il segno della non decisione, dell’atteggiamento reticente di una politica che dovrebbe assumersi delle responsabilità ma che non ha il coraggio di farlo; una maschera per nascondere la reale volontà di azzerare il problema, di non sentirsi in empatia con le moltitudini di disperati che la stessa politica espansionistica ha creato: la vita e la morte di tante persone da un lato, la finanza ed i grossi interessi economici dall’altra!
Hotspot: parola nebulosa, vuota affermazione cui nulla di concreto fa seguito. In parallelo potremmo collocare l’esperienza della ricostruzione post-sisma nella nostra regione. La creazione di questi centri hotspot, il loro indirizzo politico, la loro effettiva utilità nel dare risposte al dramma emigrazione partono dagli stessi presupposti sbandierati all’indomani della tragedia del terremoto in Molise: nessuna azione nel presente, tutto rinviato ad un futuro lontano, senza neanche la consolazione che quest’ultimo possa essere positivo.
E intanto si aspetta … quando non si muore. ☺
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