Carne a tavola?
13 Novembre 2017
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Carne a tavola?

In attesa della pioggia scriviamo! Mi sento in difficoltà perché devo convincere i lettori che una delle maggiori fonti di inquinamento ambientale è rappresentato dal settore agricolo/zootecnico. I telegiornali tutti i giorni fanno vedere le città della pianura padana e delle aree climaticamente più stabili del centro con un’aria sempre più grigia che realmente sembra quella di Pechino o di Londra dei decenni passati. Tutti pensano alle auto ed al riscaldamento. Il problema appare locale ma ovviamente, come ho già scritto, non lo è. Il cambiamento climatico è un fatto globale con ricadute spesso opposte nelle varie regioni della terra, alternate per natura ed entità, che vanno affrontate in modo globale e sistematico.

Un rapporto della FAO del 2006 sottolineava come ci sia una stretta correlazione tra allevamenti di bestiame e cambiamenti climatici. In tale valutazione si prendeva in esame sia la gestione dei terreni sfruttati con coltivazioni superintensive in monocolture, il che abbatteva una condizione imprescindibile per la corretta vitalità del territorio e cioè la biodiversità, sia la produzione di liquami/letame, sia la emissione in quanto tale per singolo capo di bestiame di gas (fino al protossido d’azoto ed al metano), sia l’inquinamento che deriva dalle fasi di lavorazione delle carni e sia il consumo di acqua che a seconda delle fonti varia da 10.000 a 15.000 litri. Ogni mucca da latte che produce decine di litri di latte al giorno è in grado di produrre fino a 700 litri di metano, gas che ha una capacità di danneggiare l’atmosfera circa 20 volte maggiore dell’anidride carbonica.

Questi dati ovviamente sono conosciuti dagli organi di comando e controllo, molto meno dalla popolazione e molto meno dagli imprenditori agricoli, appiattiti su un unico obbiettivo: la sussistenza economica che, se sei agganciato a quel sistema, riesci a mantenere solo seguendo quel modello, altrimenti scompari.

In pratica cosa accade. Il tenore di vita delle popolazioni cresce (si veda il modello demografico della Cina) e cresce l’esigenza di consumare prodotti animali. Come risponde la società? Con l’aumento della produzione. Classica legge della domanda e dell’offerta. Come puoi negare ad un cittadino, che dalla povertà della campagna finalmente, per scalata sociale, è arrivato ad un ottimo stipendio e desidera, pretende di mangiare come si usa nei modelli di società che ha sempre osservato in televisione, rimpinzandosi di ogni leccornia che il mercato gli pone.

L’unica strada è la conoscenza e cioè la cultura, ma ahimè la cultura rappresenta uno dei tanti aspetti della nostra società in rapido declino.

Per alimentare tanti capi di bestiame dobbiamo avere superficie terrestre in quantità sempre maggiore, libera da alberi, e quindi si abbatte quella bella e fresca vegetazione bucolica dei nostri sogni! Presto fatto. Le grosse multinazionali hanno acquistato immense superfici di foresta pluviale in Amazzonia e di savana boschiva, sempre in Brasile, e dopo aver tolto il legno hanno avviato le coltivazioni estensive e monocolturali di soia ed altri cereali. Tutto questo per l’unico scopo dell’alimentazione animale. Questi prodotti vengono trasportati in Europa e negli Stati Uniti. Anche in Africa ci sono ampie regioni dove accade questo. Pensate: in un territorio dove c’è fame e povertà noi andiamo, lo distruggiamo, vi coltiviamo cereali e soia che carichiamo e portiamo via! E loro che mangiano? Chissà poi perché tanti di loro arrivano sulle coste del Mediterraneo per quanto riguarda l’Africa o del Nord America per quanto riguarda il continente americano?

Abbattere le foreste pluviali e distruggere altre aree verdi significa eliminare l’unica possibilità che la natura ha di “metabolizzare” i gas serra. Distruggendoli si fa un doppio danno perché si alimenta una catena alimentare perversa e si abbatte il polmone, che la natura ha fornito, di scambio gassoso tra il mondo animale e quello vegetale, per restare in equilibrio. Intervenendo con le monocolture superintensive poi si distrugge la biodiversità.

Biodiversità è la ricchezza dell’ essere diversi, così come tra noi uomini, riconoscendo ognuno i punti di forza dell’altro per avere più risorse per andare più lontano. La biodiversità ci consente di utilizzare minori concimazioni, minori fitofarmaci, quindi avere cibi meno inquinati, meno tossici per la nostra salute, a vantaggio dell’ambiente. Il 40-50% dei cereali ed il 70% della soia prodotta sono destinati ad alimentazione animale. Ma necessitano 7 kg di cereali e 7 kg di soia per produrre un kg di carne!!!

Questo modello si mostra inefficace per il trasferimento di energia in quanto nella fase intermedia (fase animale) se ne perde tanta. Quante persone mangiano con un kg di carne e quante persone mangerebbero con 14 kg di cereali e soia o altra leguminosa? Non è un invito al veganesimo, è semplicemente uno spunto per una profonda riflessione per la ricerca di un giusto equilibrio alimentare.

Riassumendo: per mangiare tutti i giorni carne inquiniamo il nostro pianeta come nessuna altra causa fino ad ora, distruggiamo il territorio e questo ne peggiora le condizioni e mangiando sempre carne (ne parleremo un’altra volta) procuriamo un danno profondo al nostro organismo.☺

 

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