Ci vuole poco a cancellare le donne
“Uno su mille ce la fa” canta Gianni Morandi e, ad essere ottimisti, ce ne sono altri 999 destinati, nel migliore dei casi, a una vita grigia con un piccolo seguito di parenti e amici, e il resto dell’umanità che li ignora del tutto. Una cosa certa è che quasi tutti i grandi artisti hanno dovuto impegnarsi parecchio ma il loro impegno non sarebbe bastato se non ci fossero state anche le circostanze a favorirli.
Un capitolo a parte è quello delle donne artiste che hanno dovuto affermarsi in campi tradizionalmente riservati agli uomini. Le conosciamo? Frida Kahlo, forse dopo il film con Salma Hayek; Artemisia Gentileschi, per la faccenda dello stupro e del processo, se si è letto Il Maestro e Margherita nell’edizione Einaudi degli anni ’70; forse è familiare Zinaida Serebriakova, perché c’era un suo quadro in copertina.
E le altre? Sofonisba Anguissola, Winifred Knights, Gwen John, Anna Bilinska, Paula Modersohn, Angelica Kaufmann, Natalia Goncharova, tanto per citarne qualcuna a caso? Eppure stiamo parlando di pittrici davvero importanti. Quindi non c’è da sorprendersi che quasi nessuno conosca Pauline Boty, artista inglese importante e sfortunata, fondatrice ed esponente di punta della Pop Art inglese.
Il suo primo amore è la pittura, ma dopo essere stata informata che le percentuali di accettazione alla Scuola di pittura del Royal College of Art di Londra sono rare per le donne, studia alla Scuola di vetro colorato.
Londinese di Croydon, nata il 6 marzo 1938, cresce nella media borghesia: il padre non guarda alle sue inclinazioni con particolare simpatia, ma la madre, che in gioventù avrebbe voluto frequentare una scuola d’arte, la incoraggia e Pauline segue un percorso formativo di ottimo livello.
Si fa conoscere anche per la sua avvenenza fisica, al punto che i compagni l’hanno soprannominata “the Wimbledon Bardot”. Pauline è un’artista polivalente, capace di riuscire in diverse discipline. Nel 1962 è uno dei quattro artisti emergenti.
Lei vorrebbe solo dipingere ma, anche se le sue opere hanno successo, i guadagni non le permettono di essere indipendente. Finisce per accettare le offerte degli impresari e si ritrova in scena a ballare, cantare e recitare, soprattutto in teatro, ma anche in televisione.
Invece Pauline esprime, nei suoi quadri, un punto di vista femminile che forse la società non è abbastanza matura per apprezzare. Realizza opere su quelle che considera i suoi modelli di bellezza femminile (Monica Vitti e Marilyn Monroe) ma dipinge anche come sex symbol gli uomini che le piacciono di più: Elvis Presley, Jean-Paul Belmondo.
Nel giugno del 1963 incontra Clive Goodwin, attore, impresario teatrale e poi agente letterario nato nel 1932; tra i due scocca un imprevedibile colpo di fulmine e dopo dieci giorni si spo- sano.
Pauline in- troduce nell’ arte pop concetti più marcatamente politici (l’assassinio di JFK, la guerra del Vietnam, ecc).
Nell’estate del 1965 resta incinta e si sottopone agli esami di rito. Esami più approfonditi evidenziano la presenza di un raro tumore maligno del timo. La malattia è già ad uno stadio piuttosto avanzato e l’unica speranza è un intervento chirurgico e massiccia chemioterapia: ma, prima di sottoporsi a questo protocollo, Pauline deve abortire. Lei rifiuta l’aborto, rifiuta le cure palliative per non danneggiare il feto e si limita a fumare cannabis per alleviare la sofferenza. La figlia Kathy nasce il 12 febbraio 1966, ma la malattia incalza e il 1° luglio dello stesso anno, al Royal Marsden Hospital, Pauline muore.
Ci vuole poco a dimenticarla.
Solo nel 1986, un giovane critico d’arte, David Alan Mellor, che ha sempre avuto una passione per lei, riesce a contattare la figlia Kathy, che lo conduce al fienile in cui i quadri sono custoditi. Nonostante il lungo periodo di abbandono, sono ancora in buone condizioni. Mellor li ripropone quindi in una mostra di successo, Art in 60s London del 1993. Tra i visitatori, c’è una studentessa di Arte destinata a diventare docente universitaria, Sue Tate; anche per lei l’opera di Pauline Boty è una folgorazione. Ha visto pochi giorni prima una mostra ancora più importante, l’enorme retrospettiva della Royal Academy sulla Pop Art inglese, e ha contato una sola opera di mano femminile su 202 esposte.
Ci vuole poco a cancellare le donne.☺
