CLIMA E MALANNI
26 Marzo 2020
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CLIMA E MALANNI

L’avvento del Coronavirus ha permesso, a molti di noi, di venire a conoscenza di quanto il mondo scientifico internazionale sapeva e denunciava da tempo ovvero quanto, in che modo e perché il riscaldamento globale influirà sulla diffusione d’insetti e mammiferi in grado di trasmettere malattie con diverso livello di pericolosità. Saranno inevitabili le conseguenze sugli attuali equilibri ambientali ed economici locali e globali. I pericoli non riguarderanno soltanto gli effetti indiretti, come le ondate di calore, le frane, le inondazioni, la stabilità delle aree costiere e quant’altro relativo agli equilibri geodinamici e idrici superficiali, ma anche quelli indiretti. La comunità scientifica internazionale ritiene che sia largamente prevedibile che con l’aumentare delle temperature si diversificheranno anche le mutazioni e le aree d’influenza di virus e batteri zoonotici, cioè quelli capaci di trasmettere le malattie dagli animali all’uomo, proprio a causa di situazioni ambientali sempre più favorevoli ad accogliere insetti e animali trasportatori di microrganismi.
Sembra che le malaugurate zoonosi diventeranno sempre più frequenti nei prossimi anni, se non altro per i sempre più probabili contatti degli animali portatori, roditori in particolare, con gli insediamenti umani, proprio a causa dei cambiamenti climatici e delle relative conseguenze. Il prevedibile aumento della deforestazione, la ridotta superficie di copertura nevosa di sempre più ampie aree, sia in latitudine che in altitudine e per tempi sempre più lunghi e la possibile liberazione di pericolosi organismi patogeni, in seguito allo scioglimento del permafrost, in cui sono stati finora intrappolati, non potranno che aggravare quanto mostrato dai già tanti fenomeni premonitori cui stiamo assistendo.
Finora si è sempre pensato che le aree maggiormente soggette alle epidemie virali, comprese quelle dovute alle zoonosi, fossero quelle calde e tropicali, sia per il clima che per le situazioni sociali ed economiche degli abitanti. In occasioni di epidemie, la povertà di risorse, economiche e culturali in senso lato, limita fortemente la possibilità sia nell’azione di prevenzione che in quella d’intervento nei confronti delle popolazioni interessate.
Col riscaldamento globale, la suddetta minore copertura temporale del suolo, da parte della neve, favorisce, inevitabilmente, l’aumentare delle occasioni di contatto, ad esempio, nelle aree nord americane ed europee, tra i possibili trasportatori di virus e gli esseri umani presenti in loco.
Stesso discorso, sia pure con modalità diverse a seconda delle differenze di specie e ambienti presenti, può essere ipotizzato, per gli insetti. È largamente probabile, infatti, che con l’aumentare delle temperature, essi saranno in grado, sia di occupare più ampie superfici geografiche che accrescere il loro tasso di riproduzione.
Gli studi più recenti compiuti sull’argomento ovvero sui livelli massimi e minimi di temperature più favorevoli per la diffusione delle tante malattie infettive, indicano che col riscaldamento globale in questo campo avremo un vero e proprio sconvolgimento di quanto fino ad ora conosciuto e gestito. Avremo, cioè, il crescere dei casi di malaria, nelle zone tradizionalmente con climi freddi e l’aumento delle malattie, presenti attualmente nei climi torridi, nelle zone temperate. Esistendo, com’è noto, anche un limite superiore di sopportazione delle temperature, è altresì ragionevole pensare che nelle attuali zone torride possa venir meno la presenza di zanzare e la conseguente diminuzione in esse del numero di possibili contagi.

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