Contro il nucleare
La mattina di Sabato 20 giugno il movimento contro le scorie della Tuscia ha portato a Roma la sua protesta, ha navigato sul Tevere con lo slogan “Il Tevere rifiuta le scorie nucleari”. Dice con chiarezza ai romani che i problemi delle scorie nucleari vanno ben oltre i confini amministrativi che dividono il viterbese dalla provincia romana.
Bene hanno fatto il Consiglio comunale e la Provincia di Roma ad approvare all’unanimità un ordine del giorno che sostiene le ragioni della lotta della Tuscia. Roma è a poche decine di chilometri dai siti del viterbese, qualsiasi problema serio finirebbe inesorabilmente per coinvolgere la capitale del nostro Paese. I recenti conflitti bellici dimostrano facilmente come i siti nucleari possono divenire bersagli privilegiati per attacchi militari e terroristici. E se nella bassa Tuscia si dovesse avere, come è accaduto ad Asse in Germania, l’inquinamento delle acque, allora certo sarebbe la contaminazione del Tevere e poi della città di Roma.
Da più di quattro anni nella Tuscia si organizzano cortei di protesta con migliaia di cittadini e comitati nei diversi comuni contro l’ipotesi di un deposito-discarica in superficie di 95mila metri cubi di rifiuti radioattivi dei quali 18mila sono le scorie nucleari delle vecchie centrali. È una mobilitazione che ha coinvolto la totalità dei comuni, l’istituto provinciale di Viterbo e lo stesso Consiglio della regione Lazio. Il Biodistretto della via Amerina e delle Forre, che presiedo, è uno dei luoghi elettivi di questa sacrosanta resistenza.
Abbiamo assistito ad un vero e proprio gioco delle tre carte della politica e della società Sogin che da tanti anni ha l’incarico di liquidare le vecchie centrali e individuare il sito ove mettere le scorie nucleari. In questo gioco che dura da almeno quattro anni siamo stati rassicurati e rabboniti, quando poi ci siamo svegliati, ci siamo trovati dinnanzi ad un’amara realtà: dei 51 siti nazionali virtuali ben 21 sono situati nella piccola Tuscia, virtuali perché in quei 51 vi sono i siti sardi e siciliani che la stessa Sogin considera farlocchi per i rischi del mare nel trasporto di questo pericoloso materiale. Morale della favola: la Tuscia oggi ha più del 50% di possibilità di avere questa mela avvelenata.
A nulla sono servite osservazioni, rilievi tecnici di esperti ed accademici che hanno sottolineato innanzitutto la grave violazione della indicazione dell’Unione Europea che per le scorie nucleari chiede un deposito in profondità di diverse centinaia di metri e non certo in un capannone di superficie. Abbiamo contestato i criteri fasulli utilizzati a proposito della sismicità, abbiamo denunciato la violazione di princìpi non derogabili come le distanze dai centri abitati, dai monumenti naturali, dalle sorgenti e dai corsi d’acqua. Esemplare è la dichiarazione dell’Ordine dei medici di Viterbo e provincia con la quale si sottolinea come gravissimo errore l’idea di un deposito di molte decine di migliaia di metri cubi di rifiuti radioattivi in un territorio di natura vulcanica, quale è la Tuscia, nel quale vi è sia una elevata radioattività naturale, sia la presenza di arsenico nelle acque. Tutte le nostre puntuali contestazioni tecniche sono state ignorate, ma la cosa ancora più clamorosa è il disconoscimento di tutte le ragioni sociali ed economiche che rendono proibitiva la prospettiva di questa discarica nucleare nel viterbese.
La Tuscia è un territorio a vocazione agricola, l’agricoltura e le sue eccellenze rappresentano la spina dorsale dell’intero sistema economico-sociale, le sue bellezze storiche, culturali ed ambientali sono il nu- trimento di questo sistema. La discarica di rifiuti radioattivi sarebbe un colpo al cuore, una ferita letale per il futuro del nostro territorio. Già oggi si iniziano a vedere i primi segnali di questa ipotetica deriva: le case e le terre iniziano a perdere di valore.
Il rischio reale è quello di trasformare una terra laboriosa, operosa, in un luogo per mantenuti ed assistiti. In questa vicenda è stato scandaloso il comportamento dei soggetti istituzionali. La Sogin non ha tenuto in alcuna considerazione le obiezioni fatte nel seminario nazionale, il ministro Pichetto Fratin non ha mai risposto ad una lettera firmata da 35 sindaci che chiedevano, ben tre anni fa, un incontro per chiarire le nostre posizioni.
D’altronde è evidente l’imbarazzo di un governo che propone il nucleare come jolly per la crisi energetica e non riesce a trovare una soluzione al problema delle scorie di ieri. Così come è altrettanto evidente il tentativo di occultare la realtà, quello di un nucleare pericoloso che produceva scorie e che anche con il “nuovo”, “pulito”, “sostenibile” nucleare continuerà a produrre quelle scorie che resteranno pericolose per decine di migliaia di anni e che giustamente nessuno vuole.☺
