Dalle lacrime alla gioia
1 Maggio 2017
La Fonte (351 articles)
0 comments
Share

Dalle lacrime alla gioia

«Tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Poi Neemia disse loro: “Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza”» (Ne 8,9-10).
Il Libro di Neemia ci presenta la figura dell’omonimo coppiere del persiano Artaserse che nominato governatore della Giudea riceve la missione di ricostruire le mura di Gerusalemme, dopo che la vittoria di Ciro sui Babilonesi ha provvidenzialmente liberato i deportati (538 a.C.) e permesso ai reduci ebrei di ricostruire il Tempio (515 a.C.). Innalzate le mura, Neemia s’investe per risolvere alcuni problemi sociali come l’indebitamento dei contadini, lo spopolamento di Gerusalemme, la povertà dei leviti, e anche alcuni problemi religiosi, come il rapporto con gli stranieri e il rispetto del riposo sabbatico. Dopo quest’opera che si conclude con il ripristino del diritto ebraico e dei criteri di purezza della stirpe, Gerusalemme può riconfigurare la sua identità di città santa.
Malgrado la catastrofe dell’esilio, il popolo ha custodito la chiara coscienza di essere ancora Israele per il suo Dio e per celebrare l’evento della rinascita organizza una solenne liturgia. Questa liturgia, celebrata fuori dall’area sacra del Tempio, si presenta come il modello di liturgia della Parola destinato a radicarsi in seguito, come lettura sinagogale, in ogni villaggio di Giuda. In tal modo ognuno potrà nutrirsi della parola del Signore, anche se lontano dal Tempio e dalla possibilità di offrire sacrifici. La parola proclamata molto probabilmente è quella del Deuteronomio, con tutto il suo tipico carico di pathos. Libro della legge di Mosè, infatti, è una dizione rara nell’AT e si trova solo in questo libro. Questa seconda legge-alleanza appare come la riformulazione della legge-alleanza sinaitica (Es 20-31) in vista dell’ingresso nella terra promessa.
Nel popolo che si raduna (il verbo in greco è sýnago, da cui deriva il termine sinagoga), nel libro sacro presentato con solennità, nella lettura dall’alto di una tribuna con leggio, nella venerazione del popolo, riconosciamo la matrice della nostra liturgia della Parola, quando durante la celebrazione eucaristica sediamo alla mensa della Parola prima che alla mensa del pane consacrato. Colpisce del racconto il radunarsi del popolo come un solo uomo (v. 1), la durata della lettura dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno (v. 3), e il dinamismo della lettura/proclamazione-traduzione e spiegazione-comprensione (vv. 3.8.12). Appare una prima tappa in cui si sprigiona tutto il potenziale della Parola e una seconda in cui si permette alla Parola di colpire il cuore e trasformare l’esistenza. L’ascolto della Parola sortisce così tre effetti: raduna il popolo, asciuga le lacrime restituendo la gioia e ricompatta il popolo restituendogli la dimensione della festa, attraverso il ritorno alle antiche tradizioni. La festa ripristinata è quella delle capanne, cioè la festa del raccolto in cui si ricordava la dimora dei padri nelle capanne dopo l’esodo dall’Egitto.
In un tempo in cui la parola è abusata e, malgrado la valanga di notizie che ci travolge, la disinformazione regna sovrana, la comunità civile ed ecclesiale ha bisogno di una parola altra e alta. Una parola che non produca gossip o illazioni ma tracci il sentiero di mete significative che possano areare il clima asfittico dei dibattiti sterili e muovere il risveglio e la rinascita. Serve a tutti noi la Parola vera, quella capace di raccogliere dalla dispersione, di curare le ferite e di estirpare una volta per tutte il cancro dell’arroganza, della prevaricazione e di ogni pensiero e atto mafioso che ostacola il germogliare del regno di Dio nella storia.

La Fonte

La Fonte