Dario fo rivive in molise
In una gelida e piovosa serata inizio primaverile, a Ferrazzano, un piccolo teatro ha fatto rivivere l’emozione di uno spettacolo del premio Nobel per la letteratura, Dario Fo, a distanza di dieci anni dalla sua scomparsa e a cento dalla nascita, la cui memoria tuttavia è rimasta immutata.
All’interno del piccolo teatro, per combinazione, quella sera l’illuminazione normale era assente: solo ombre e deboli luci di emergenza delineavano vagamente i corridoi e i posti. Il silenzio era sospeso. Un fruscìo di cappotti. Il passo dei visitatori che cercavano il loro posto nell’imbarazzo generale degli organizzatori.
In questo particolare contesto è andato in scena Mistero Buffo, l’opera più celebre di Dario Fo, portata in scena dal giovane attore Matthias Martelli, scelto ed incaricato unico dalla Fondazione Dario Fo di valorizzare e riportare in scena gli spettacoli del Maestro. Nonostante l’assenza di luci, Martelli ha deciso ugualmente di tenere lo spettacolo, affidandosi alla sola voce, alla presenza scenica e alla partecipazione del pubblico, trasformando condizioni del tutto particolari della situazione in un elemento che ha reso la serata ancora più intensa e raccolta.
Lo spettacolo si è articolato attorno a tre “misteri”, episodi autonomi, ma legati da una stessa visione: quella di un racconto popolare, ironico e profondamente umano, capace di mescolare comicità e riflessione. Tra questi, uno dei momenti più attesi, grazie ad un cambio di programma dettato dalla situazione creatasi, è stato quello dedicato allo Zanni, il contadino della bassa bergamasca, nonché figura archetipica della tradizione popolare, riproposta sapientemente con energia ed ironia.
Martelli ha attraversato questi quadri popolari con ritmo e precisione, costruendo personaggi, situazioni ed atmosfere affidandosi alla sola voce ed un’importante presenza scenica.
Elemento centrale della rappresentazione, andata in scena in versione ridotta per ovvi motivi, è stato l’uso del grammelot, il linguaggio espressivo reso celebre proprio da Dario Fo: una miscela di suoni, inflessioni, dialetti reinventati e parole solo apparentemente senza senso, capaci però di comunicare in modo immediato ed universale. Attraverso il grammelot, Martelli ha dato vita ai personaggi ed alle situazioni, rendendo comprensibili emozioni, conflitti e dinamiche al di là del significato letterale delle parole, anche per un pubblico molisano poco avvezzo ai suoni ed alle improvvisazioni giullaresche medievali provenienti dalle valli lombarde più profonde.
Il cuore di Mistero Buffo resta infatti nella parola. Una parola che non è solo racconto, ma azione, ritmo, suono. Ed è proprio su questo piano che lo spettacolo ha trovato la sua efficacia: nella capacità di trasformare il linguaggio in immagine, di evocare senza bisogno di altro. Nonostante le condizioni tecniche non ordinarie, lo spettacolo ha comunque trovato la sua forza nel dialogo diretto con il pubblico. L’assenza di illuminazione si è accompagnata infatti a un’altra mancanza sostanziale: quella degli amplificatori e degli effetti sonori. Nessun supporto tecnico a sostenere la voce. Martelli ha dovuto affidarsi interamente alla propria capacità espressiva, modulando toni, ritmi ed intensità con precisione assoluta.
Il numeroso pubblico ha risposto con una forma di partecipazione altrettanto disciplinata: un silenzio pieno, compatto. Non un rumore superfluo, un ascolto collettivo che non era semplice attenzione, ma condizione necessaria perché lo spettacolo potesse riuscire.
Ferrazzano ha accolto con entusiasmo una rappresentazione che solo pochi giorni prima aveva calcato il palco del Teatro Carignano di Torino, uno dei teatri più prestigiosi d’Italia. Il contrasto tra i grandi palcoscenici nazionali ed il piccolo Teatro del Loto ha reso ancora più tangibile la forza della cultura come esperienza condivisa.
Nel corso della rappresentazione, come se non bastasse, anche le luci di emergenza si sono gradualmente spente, riducendo ulteriormente la visibilità. Il pubblico ha reagito in modo spontaneo, illuminando la scena con i cellulari e permettendo allo spettacolo di terminare senza interruzioni, senza che questo ne modificasse il senso o il ritmo.
Ciò che è rimasto centrale, dall’ inizio alla fine, è stato il lavoro attorale. Martelli ha mantenuto saldo il filo dei racconti, nonostante gli imprevisti effetti esogeni, passando da un registro all’altro con naturalezza, alternando momenti comici e passaggi più intensi, sempre in dialogo diretto con la platea. L’uso del grammelot, delle pause, dei silenzi e dei cambi di tono hanno trasformato la narrazione in un’esperienza viva.
La vicinanza tra attore e spettatori ha reso concreta quella sensazione di teatro “di una volta”, quando non esistevano effetti, luci o macchine per stupire, ma ad illuminare le sale c’erano solo le candele, come era nello spirito delle storie nate con le maschere del grammelot, figlie dalla Commedia dell’Arte del tempo passato.
Alla fine, il pubblico si è alzato in piedi, tra applausi convinti e sorrisi, in ugual misura per la difficoltà tecnica affrontata da Martelli, ma anche per la bellezza delle storie, la precisione della voce e la potenza del linguaggio. Una conferma che, anche in condizioni avverse, la cultura trova ascolto e partecipazione. Il Molise ha dato prova di essere una terra pronta ad accogliere con entusiasmo ed attenzione il teatro di qualità.
Un piccolo teatro in un piccolo paese ha accolto un’opera che vive normalmente nei grandi palcoscenici nazionali e l’ha resa propria, con partecipazione, attenzione e passione. Una serata che rimarrà impressa nella memoria degli spettatori, ma sicuramente anche in quella dell’attore protagonista.☺
