Dentro e oltre l’intelligenza artificiale
di Andrea Barsotti
L’intelligenza artificiale (IA) si sta progressivamente inserendo nella nostra vita quotidiana, non solo come strumento di lavoro o di utilità, ma anche come presenza che solleva interrogativi profondi sul nostro modo di conoscere, pensare e vivere. Le preoccupazioni sono legittime, ma gli allarmismi vanno evitati.
L’umanità ha sempre ampliato le proprie conoscenze e sviluppato le proprie capacità. Dalla costruzione dei primi strumenti rudimentali, che hanno esteso le possibilità del corpo umano, siamo passati all’evoluzione della comunicazione, della cooperazione e dell’ organizzazione sociale. Questi passaggi hanno dato origine a società sempre più complesse e alla capacità di gestire tecnologie avanzate, co- me le reti digitali, che proiettano la nostra capacità cognitiva ben oltre i limiti individuali.
Ogni innovazione ha modificato il nostro modo di agire, non soltanto perché è cambiata la tecnologia: sono cambiati anche il modo di vivere insieme, di lavorare e di costruire relazioni. Abbiamo sempre convissuto con i benefici e con i rischi delle nostre invenzioni. Con il progresso, i vantaggi sono aumentati, ma sono cresciuti anche i pericoli e gli effetti collaterali. Allontanandoci progressivamente dai ritmi naturali, abbiamo spesso faticato a governare le conseguenze indesiderate delle innovazioni che noi stessi abbiamo introdotto.
Oggi ne vediamo chiaramente gli effetti. Abbiamo costruito il nostro benessere su un modello di consumo che fatichiamo a ridimensionare. Accecati dal desiderio di possedere sempre di più, spesso ignoriamo gli scarti che produciamo e che finiscono per contaminare le risorse naturali da cui dipende la nostra stessa esistenza. Per produrre e consumare di più accettiamo, talvolta senza riflettere, processi che impoveriscono le risorse naturali, inquinano l’aria, il suolo e le acque e compromettono gli ecosistemi in cui viviamo. Per questo è necessario recuperare una cultura del rispetto verso la natura e verso tutto ciò che ci circonda, comprendendo che le tecnologie, anche le più avanzate, devono restare strumenti al servizio della persona e non diventare fini a sé stesse; è proprio partendo da questa consapevolezza che scaturisce la domanda sul loro funzionamento reale.
Se un’intelligenza artificiale scrive una poesia, formula una diagnosi medica o vince una partita a scacchi, possiamo davvero affermare che comprenda ciò che sta facendo? Nel libro Scimmia Sapiens, Marco Malvaldi riporta numerosi esempi reali e significativi di interazione tra uomo e macchina. In uno degli esempi raccontati, una ricerca per prenotare un appuntamento con uno specialista restituì una risposta perentoria: “Non è possibile effettuare la prenotazione perché il professionista risulta deceduto”. Solo successive verifiche e alcune telefonate permisero di scoprire che si trattava di un semplice caso di omonimia. In un altro esperimento, un sistema di IA fu invitato a ricostruire una poesia composta da parole inventate. Oltre a commettere errori ripetuti, il sistema fornì spiegazioni plausibili, ma anche altre completamente false, per giustificare le proprie risposte. Un ulteriore esempio fornito è la richiesta, apparentemente semplice, di descrivere un tavolo da biliardo con quattro palle rosse e cinque blu, in cui l’IA ha prodotto risultati errati nonostante i tentativi di correzione.
La spiegazione di questi errori risiede nella natura stessa dei Large Language Model (LLM). Le risposte che riceviamo, spesso formulate in modo convincente e cortese, non derivano da una comprensione autentica della realtà, né da un ragionamento consapevole. Sono invece il risultato di elaborazioni statistiche che individuano le sequenze di parole più probabili sulla base dei dati appresi durante l’ addestramento. Naturalmente, quanto più sofisticato è il modello e quanto maggiore è la qualità del suo addestramento, tanto più accurate saranno le sue risposte. Ma in cosa consiste realmente l’addestramento? Un chatbot viene alimentato attraverso l’analisi di enormi quantità di testi digitali. Sistemi come ChatGPT, Gemini e Claude sono stati addestrati su porzioni vastissime del patrimonio informativo disponibile online. Tuttavia, la semplice quantità di dati non è sufficiente a spiegare le prestazioni di questi sistemi. Contano altrettanto l’architettura del modello, la qualità del training, i criteri di selezione e filtraggio dei dati, i meccanismi di apprendimento e il contributo della supervisione umana.
Il vero cuore del problema risiede però nella provenienza dei dati. Se un chatbot viene addestrato prevalentemente su contenuti provenienti da determinati contesti culturali, linguistici o geopolitici, rischia di assorbire e riprodurre una visione del mondo parziale, presentandola implicitamente come universale. In questo modo una specifica prospettiva culturale potrebbe essere percepita come l’unica rappresentazione corretta della realtà, influenzando gli utenti spesso senza che essi ne siano consapevoli. Poiché una neutralità assoluta è probabilmente impossibile da raggiungere, l’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire modelli fondati su fonti il più possibile diversificate, pluralistiche e trasparenti. Il problema, dunque, non è la macchina. Il problema è ciò che decidiamo di riflettere in quello specchio.
Possiamo amplificare disuguaglianze, pregiudizi e conflitti, oppure utilizzare questi strumenti per promuovere conoscenza, inclusione e cooperazione. Una volta chiarito che l’intelligenza artificiale non è un soggetto autonomo ma uno strumento, emerge una domanda ancora più importante: al servizio di quale idea di società vogliamo metterla? A questa domanda offre una risposta significativa il documento Fraternità nell’era dell’Intelligenza Artificiale e l’appello rivolto da papa Leone XIV.
Il progresso tecnologico non dovrebbe essere misurato soltanto in termini di efficienza, ma anche in base alla sua capacità di rafforzare la dignità della persona, la giustizia e la qualità delle relazioni umane. La domanda fondamentale, quindi, non è semplicemente “che cosa può fare l’IA”, ma piuttosto “che cosa può fare l’IA per la persona umana e per la fraternità tra gli esseri umani”. In questa prospettiva, la fraternità non rappresenta un tema accessorio, bensì il criterio fondamentale con cui valutare il futuro dell’intelligenza artificiale, auspicando che ci possa aiutare a riscoprire i cicli naturali che sostengono la vita, a rispettarli ed a integrarci in essi con maggior consapevolezza, contribuendo a costruire un futuro più armonioso, sostenibile e autenticamente umano.☺
