Di parte, ostinatamente
19 Aprile 2021
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Di parte, ostinatamente

Bipartisan [pronuncia: baipartisan] è un termine inglese che, da noi, comunemente viene pronunciato all’italiana. Esso è composto da bi– (due) e partisan – dal latino pars – che traduce “colui che sta da una parte, partigiano”. Il vocabolo indica ciò che è accettato o sostenuto da due parti contrapposte, oppure la persona che riconosce entrambe le posizioni: prevalente nel linguaggio della politica, esso è utilizzato e riproposto, di conseguenza, dai media. Se pensiamo al sistema politico, sia britannico che americano, manifestamente bipolare, costituito cioè da due forze principali alternative, possiamo riscontrare la matrice anglosassone del termine.

Non nascondo una personale avversione al suddetto vocabolo, soprattutto nel contesto della politica, per la sua connotazione semantica. Bipartisan riconosce legittimità e dignità a “due” protagonisti, nonché contendenti o avversari, e fin qui nulla quaestio. Ciò che mi convince meno è la conseguenza di tale atteggiamento che – a mio modesto parere – veicola una visione astratta, alienante della realtà. Bipartisan è una parola che spesso traduce “neutralità, non ingerenza” e ciò il più delle volte rappresenta una posizione di non coinvolgimento, anzi di freddo distacco. Esprime una logica molto simile a quella che ha ispirato la formazione dell’attuale governo italiano. Collocarsi al di sopra delle parti non sempre rappresenta la soluzione: sono altre le strade per affrontare i problemi, comprenderne i motivi e studiare azioni volte al superamento ed alla composizione delle divergenze, e spesso passano attraverso il conflitto! La scelta bipartisan invece elimina i conflitti, tende all’immobilismo, non rende ragione delle cause reali, non prende in considerazione risoluzioni che siano vere e condivisibili.

Una delle motivazioni per cui mi sto soffermando, in queste note, sul vocabolo bipartisan mi è stata offerta da Sparta e Atene, recente saggio della prof.ssa Eva Cantarella. Mi preme precisare che la lettura delle sue encomiabili opere di divulgazione, in qualità di esperta di diritto romano e greco antico, ha avuto per effetto un sempre più crescente interesse personale, seppur tardivo ed esclusivamente amatoriale, per il mondo classico.

Il confronto che Eva Cantarella ci presenta delle due principali polis del mondo greco, articolato e puntualmente documentato, spazza via alcuni degli stereotipi con cui da secoli queste due città-stato sono state identificate e fa luce su aspetti dell’età antica che ancora possono offrire stimoli e insegnamenti nel presente. Sparta e Atene, a livello bipartisan, rappresentano modelli di vita politica: e credo non siano esempi trascurabili, anzi da osservare e, perché no, da cui attingere! Si prenda ad esempio ciò che dice Pericle nel suo discorso nel primo anno della guerra del Peloponneso: “nell’ amministrazione dello Stato preferiamo chi emerge in un determinato settore, non per la sua appartenenza sociale, ma per quello che vale”. Non è forse la competenza ciò che nel nostro Paese si va ricercando?

Certamente l’abisso temporale che ci separa dalla Grecia antica è enorme e secoli di storia costituiscono un’evoluzione del pensiero e della civiltà umana che ha raggiunto traguardi sempre più qualificati e significativi. Oggi i problemi di Sparta e di Atene possono apparire lontani, il loro modo di pensare distante, le risoluzioni arcaiche o magari ingenue, ma non si può negare del tutto il valore delle civiltà antiche; come rileva l’autrice, “in un mondo iperconnesso, nel quale la tecnologia domina ogni aspetto della vita e dove esiste solo il presente, non mancano le ragioni per temere che il passato (soprattutto remoto) smetta di svolgere il suo fondamentale ruolo nel processo di formazione delle nuove generazioni”.

E da Sparta, modello di organizzazione da sempre ritenuto autoritario, ci giunge un sorprendente insegnamento relativo all’arte di parlare – oggigiorno così negletta -: “Come tutti i greci, gli spartani erano perfettamente consapevoli dell’importanza della parola come strumento di potere. La parola era l’arma che consentiva di convincere gli altri delle proprie opinioni e di imporle, se in contrasto con quelle altrui. … [Essi] ritenevano che la parola per essere efficace dovesse essere sintetica: uno dei primi insegnamenti che impartivano ai giovani … era l’importanza di ‘parlare in modo pungente e insieme piacevole, e racchiudere in poche parole una ricchezza di pensiero’ perché ‘l’intemperanza nel parlare rende la parola vana e insensata’”.

Per noi un invito a riflettere…☺

 

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