Donne e scrittura
25 Maggio 2017
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Donne e scrittura

La parola è un’esigenza insopprimibile. Essa apre le porte dell’anima, è viaggio di amore e conoscenza, di noi e del nostro rapporto con noi stessi e con l’Altro.

Eppure la parola, fatto usuale e normale per gli uomini, per la donna è conquista relativamente recente. La detentrice di parole che racchiudono una forma di potere, le parole delle formule, dei riti, è stata vista come pericolosa, e la medichessa, la guaritrice, è diventata spesso “la strega”. Per quanto riguarda la parola “forte” la donna è stata per molto tempo confinata nello spazio tra il silenzio dell’esclusione e il grido della follia. O muta, o matta.

Le più fragili si sono piegate al silenzio. Le più ribelli, le più scomode, non catalogabili, hanno conosciuto la costrizione del chiostro, dei collegi, dei manicomi. E se la parola è già conquista, la scrittura, che “conferma” la parola e le dà durata e memoria, è la più forte e trasgressiva delle conquiste. La scrittura ha una straordinaria valenza simbolica: è il potere degli iniziati, dei sacerdoti, degli scribi, è potere non solo di espressione e comunicazione, ma di gestione dei “segni”, di interazione tra la mente e le cose, l’Io e il mondo. Questo rapporto tra silenzio e parola, tra silenzio e parola scritta, ha ricevuto valore di simbolo nella Marianna Ucria di Dacia Maraini. La scrittura per la donna è identificazione, conferma del Sé come individuo e come genere.

Perciò ogni donna che matura una sua consapevolezza e riesce a darvi forma, non parla solo per sé, ma parla per tutte le donne, anche per le escluse, le dimenticate, quelle che finora non possono farlo. Il rapporto delle donne con la scrittura si è sempre misurato con le consuete domande. Esiste una specificità femminile nella scrittura? Le donne scrivono in modo diverso dagli uomini? Esiste sempre a prescindere dal tema trattato un’ottica femminile?

Non sono domande semplici. Intanto non è facile conquistare un linguaggio proprio quando si è tanto taciuto. Esprime bene questo senso di inadeguatezza Pirandello ne La ragione degli altri, quando fa dire a Livia: “Non sento come mia la mia voce … un tono che mi sembri giusto. Ho troppo, troppo taciuto…”. E poi, certamente esiste l’ottica femminile, ma qual è? Forse non lo sappiamo ancora, non lo sappiamo interamente. Tanti sono i condizionamenti che si sono insediati nella memoria storica delle donne. Ce ne rendiamo conto leggendo i saggi sulla donna, della De Beauvoir ed altre.

Scrive Coleridge che “la mente dell’artista è androgina”. Tuttavia, volendo trovare una specificità nella scrittura femminile, potremmo richiamarci alla definizione data da Marianne Moore per la poesia: “uno spazio per l’autentico”. “La stanza tutta per sé” di cui parla Virginia Woolf è stata il richiamo dell’estremo, il suo non mediare, nell’arte come nella vita. Una volta presa coscienza, la donna che agisce la sua ribellione non media, vi si consegna senza riserve. Ed ecco da un lato le scelte di avanguardia nei movimenti letterari, le scelte estreme nella politica (Achmatova, Barkova, Cvetaeva), nel privato (Lou Salomè, Sibilla Aleramo…).

E a volte le scelte estreme implodono in se stesse e la parola non riesce ad essere salvifica. Molte, moltissime donne non si sono salvate attraverso la parola. La lucidità razionale e la visione magmatica e oscura sono entrambe presenti con l’aspetto bifronte dell’ermafrodito: il vissuto, il contesto sociale, spesso contraddicono l’esigenza interiore, il sogno. Tante donne che hanno escluso il silenzio si sono trovate strette nella trappola di inestinguibili conflitti. L’identità conquistata a prezzo di tanta scissione non è ancora libertà.

Per molte è arrivata la “follia”. Sono le scrittrici, le poetesse suicide: Cvetaeva, Sexton, Bishop, Plath, Pozzi, Rosselli… quelle il cui sguardo sull’abisso si è incrociato con quello dell’abisso verso di loro. Ma era follia? Basta leggere Virginia Woolf o Plath per comprendere il lavorio continuo e la fatica dello scrivere, per capire come la parola non è un selfie o una leggiadra fanciulla che s’incontra al supermercato delle idee; è qualcosa che deve superare il profondo dell’ intorno, dell’oggetto e del soggetto per diventare poesia o prosa. Perciò anche se troviamo poi carne dolente, nella scrittura anche il malessere, questo è stato trasfigurato.

Così possiamo avere parole come queste di Alda Merini. Le mie impronte/ prese in manicomio/ hanno perseguitato le mie mani/ come un rantolo che salisse la vena della vita,/ quelle impronte digitali dannate/ sono state registrate nel cielo/ e vibrano insieme/ ahimé/ alle stelle dell’Orsa maggiore”. Antonia Pozzi: “Oh le parole prigioniere/ che battono furiosamente/alle porte dell’anima”.

Amelia Rosselli: Mentre tu partisti, io mi rimirai nel vasto/ arcipelago che era la mia mente, molto severa, logica,/ disperata di tanto vuoto: una battaglia, due, tre battaglie/ perdute. Ma il furore dei nostri sguardi, tu lanterna/ che credevi guidare, io manovella rotta, ma il /furore di questi nostri due sguardi c’inceppò: la vittoria scontata/ la battaglia vinta, i banditi più forti di noi, l’unione/ di due anime una tarantella.

Ed infine il massimo della rappresentazione del sé il giorno prima del suicidio: La donna ora è perfetta/ Il suo corpo/ morto ha il sorriso della compiutezza. L’illusione di una necessità greca/fluisce nei volumi della sua toga, i suoi piedi/ nudi sembrano dire:/ Siamo arrivati fin qui, è finita./ I bambini morti si sono acciambellati,/ ciascuno, bianco serpente, presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota./ Lei li ha raccolti di nuovo nel suo corpo come i petali/ di una rosa si chiudono quando il giardino s’irrigidisce e sanguinano i profumi/ dalle dolci gole profonde del fiore notturno. La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,/ non ha motivo di essere triste. È abituata a queste cose./ I suoi neri crepitano e tirano (Sylvia Plath 5 febbraio 1963).

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