L’Egitto a un passo dal collasso
17 Settembre 2016
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L’Egitto a un passo dal collasso

L’Egitto è a un passo dal collasso. Il prestito del Fondo Monetario significherà licenziamenti degli statali, aumento delle tasse, tagli ai sussidi sui beni e servizi essenziali. Ogni giorno ci sono nuove proteste, non organizzate da attivisti politici ma spontanee e diffuse tra le classi popolari. Non è detto che questa situazione porterà a un’esplosione generalizzata come nella rivolta del 2011, ma una grande maggioranza della popolazione è frustrata dal peggioramento delle condizioni di vita e dalla mancanza di prospettive.

Mentre le diseguaglianze e la disoccupazione aumentano, il regime si dimostra ogni giorno più debole e incapace di elaborare un’idea di sviluppo. Occupando tutte le istituzioni e reprimendo dissidenti e gente comune pensa di mettersi al sicuro dalla rabbia popolare. Secondo un rapporto dell’Arabic Network for Human Rights Information dal 2011 il governo ha costruito 19 nuove carceri. Ad oggi sono 60mila i prigionieri politici e almeno 1250 i desaparecidos.

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[ot-link url="http://ilmanifesto.info/lausterity-del-cairo-riaccende-la-protesta/"]Leggi l’articolo di Chiara Cruciati pubblicato su Il manifesto del 9 settembre[/ot-link]

 

Le madri egiziane non ce l’hanno fatta più: il taglio dei sussidi per il latte artificiale, con il prezzo salito del 40%, ha scatenato l’ultima protesta. La scorsa settimana decine di donne hanno bloccato le strade del Cairo con i bimbi piccoli tra le braccia e mescolato la rabbia degli slogan al pianto.

È disperazione quelle che le ha guidate in piazza, una disperazione condivisa da buona parte della popolazione egiziana, 80 milioni di persone alle prese con una crisi economica che ha cancellato la classe media e moltiplicato i poveri.

[caption id="attachment_16775" align="alignright" width="300"]piazza-tahrir Piazza Tahrir nel 2011[/caption]

A guardarlo da fuori pare che Il Cairo viaggi su due binari: quello della repressione di massa e quello di un raffazzonato neoliberismo. Due binari che però si intrecciano e proliferano. Le disuguaglianze sociali ed economiche, alla base della rivoluzione di piazza Tahrir nel 2011, si ampliano invece che ridursi. La società civile ne è consapevole e lo denuncia. Da qui la necessità di coprire l’inefficienza totale del governo con il silenzio.

Un circolo vizioso: si reprime per evitare le proteste e si tiene occupata la gente con la crisi per non farle venire strani grilli per la testa, diritti politici e civili. Intanto, si continuano a militarizzare le istituzioni: mercoledì il presidente al-Sisi ha nominato sei nuovi governatori provinciali (tra cui quelli di Alessandria e Il Cairo), cinque dei quali ex generali di esercito e polizia.

«La crisi sta mettendo sotto pressione la popolazione e questa situazione può avere due sbocchi: o indebolisce i movimenti della base o, al contrario, li fa riorganizzare – spiega al manifesto Tamer Wageeh, attivista della sinistra egiziana e direttore dell’Unità di Giustizia economica e sociale dell’associazione Egyptian Initiative for Personal Rights – In Egitto spesso abbiamo assistito a movimenti di protesta inusuali: non scioperi di massa organizzati ma piuttosto manifestazioni spontanee e imprevedibili. Sta già accadendo: nelle ultime settimane se ne sono già registrate molte».

Il regime egiziano non è come viene descritto, debole in casa ma forte fuori. È ad un passo dal collasso. A tenerlo in piedi è il denaro distribuito a piene mani da chi vuole un Egitto burattino, funzionale agli interessi regionali e globali. E allora l’Arabia Saudita gira 20 miliardi di dollari nelle casse egiziane, le altre petromonarchie del Golfo altri 15, il Fondo Monetario Internazionale 12 miliardi di prestito in tre anni.

Al-Sisi incassa e va alla caccia di altri investitori: dalla Cina all’India il lungo tour del generale golpista prova a tenere a galla una barca che fa acqua. Chi investe, però, poi pretende: Riyadh fedeltà in politica estera e repressione dei Fratelli Musulmani, l’Fmi un austerity che strangola la popolazione. Lo spiega bene il giornalista egiziano Amr Khalifa: «L’Fmi è un incubo mascherato da sogno. Uomini ben vestiti che bussano alle porte delle nazioni in via di sviluppo con una cinghia di politiche neoliberiste».

Al-Sisi ha già avvisato: aspettatevi lacrime e sangue. Saranno versate sotto forma di licenziamenti di dipendenti pubblici, aumento delle tasse e dell’Iva, taglio dei sussidi su elettricità e acqua, svalutazione della già debolissima sterlina egiziana.

«Le cosiddette ‘riforme’ colpiscono i poveri – aggiunge Wageeh – La sterlina sarà ulteriormente svalutata, una condizione di base dell’Fmi per attirare gli investitori, ma che farà crescere ancora i prezzi. I posti di lavoro nel settore pubblico vengono tagliati, aumentando la disoccupazione. Ci aspettano mesi durissimi. Se questo porterà a delle manifestazioni è presto per dirlo, ma è logico attendersi un alto livello di proteste».

Un disastro visto l’attuale quadro di crisi: inflazione al 15,5% registrato ad agosto (la più alta da 8 anni); crollo delle esportazioni (solo il cotone è calato del 54,2% quest’anno) e del settore turistico (-60%); drastica diminuzione delle risorse idriche; 25% della popolazione sotto la soglia di povertà; 27,8% di tasso di disoccupazione.

Le riforme avallate (o meglio, imposte) dal Fondo Monetario sono la stessa ricetta di sempre: ridurre la spesa per coprire il deficit. A mancare è però la spinta all’economia e all’aumento dell’occupazione: mentre al-Sisi inaugura progetti faraonici come il nuovo Canale di Suez, non si vede l’ombra di progetti infrastrutturali e di sviluppo nelle zone rurali e periferiche. «Il governo è inefficiente, anche gli economisti più a destra lo criticano – conclude Wageeh – Ma Il Cairo procede».

Le madri egiziane suonano però come campanello d’allarme: se togli i sussidi, non un lusso, ma una necessità, a 24 milioni di poveri non puoi che prepararti al grido “pane e libertà”.

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