faccia a faccia   di Dario Carlone
4 Ottobre 2013 Share

faccia a faccia di Dario Carlone

 

Se c’è qualcosa di incredibilmente singolare – per non dire poco gradevole – nel modo odierno di parlare è senza dubbio l’uso traslato di parole straniere nell’italiano. Il rapido sviluppo tecnologico, con l’utilizzo sempre più diffuso di computer, telefonini, tablet, i-phone, ci pone a contatto con vocaboli che, per comodità e brevità, trasponiamo nella nostra lingua rinunciando ad una loro traduzione. Quelle che oggi chiamiamo piazze virtuali, i luoghi di incontro telematici che la “rivoluzione comunicativa” ci ha insegnato a conoscere, i “social network”, ci forniscono una miniera di questi nuovi insoliti termini.

I frequentatori di uno di questi network hanno scelto il vocabolo inglese poke [pronuncia: poc, in italiano pokare] per definire l'atto di contattare un altro utente senza inviargli alcun messaggio, né invitarlo nella propria rete di contatti. Poke è un sostituto virtuale di quello che nel mondo fisico è lo sguardo, come dire “Ciao” senza parlare, un cenno del capo che potrebbe essere anche casuale. Poke significa “tocco” e il significato di poke su Facebook è “toccare qualcuno attirandone l’attenzione, fargli capire che lo si vuole conoscere”. Niente di nuovo sotto il sole per ciò che riguarda le relazioni umane, semplicemente una dimensione diversa, quella della rete telematica!

È innegabile ormai che lo sviluppo inarrestabile della comunicazione virtuale, on-line e quindi non dal vivo, imponga l’abitudine di utilizzare strumenti tecnologici. Purtroppo alcune categorie di persone, gli anziani, gli adulti poco adusi a servirsi del computer, oggi denominati “migranti digitali”, ne sono tagliate fuori; inoltre il mondo virtuale rende la comunicazione spesso divisa in canali paralleli che non si incontrano. Ciascun utente comunica solo con chi vuole e non con tutti. Per assurdo sembra quasi che questo tipo di comunicazione esasperi le differenze, amplificandole e allontanando le persone le une dalle altre. In secondo luogo viene spesso a mancare l’interazione fisica con il mondo. Ridurre la realtà a qualcosa di incorporeo riduce anche il nostro rapporto con ciò che è fisico, limitando la nostra capacità di intervenire su di essa e di modificarla. In questo modo si perdono sia la socialità sia la capacità di decidere insieme e creare condivisione.

Ma la realtà ci impone invece la necessità dell’incontro e del confronto, non attraverso circuiti telematici bensì “faccia a faccia”, ad esempio con i tanti “migranti” che in fuga da luoghi di morte, guerra, disperazione, chiedono asilo alla nostra terra. Persone, non contatti su Internet!

I sostenitori dell’importanza della rete legittimamente ne rivendicano l’ indipendenza e la totale autenticità. Viene però da chiedersi se ci sia nella comunicazione virtuale libertà assoluta, mancanza di condizionamento, assenza di vincoli: la sensazione diffusa di sentirsi a proprio agio, la convinzione presunta di poter dire ciò che si vuole, trovano effettiva realizzazione? Forse la libertà è più apparente che reale perché proprio nel luogo della maggiore libertà di espressione organismi centralizzati possono sfruttare le nostre informazioni e, a livelli a noi poco noti, organizzare le politiche economiche globali, compiere scelte a cui gli utenti non concorrono; in altre parole  contribuire all’eterodirezione.

Se la comunicazione virtuale ed eterodiretta risponde più a logiche centralistiche e di concentrazione di potere e di capitale, la comunicazione diretta funziona al contrario e in un certo senso è più vicina a un concetto di libertà individuale e di sovranità popolare. Nella comunicazione diretta c’è un controllo reciproco da parte delle stesse persone che interagiscono. Questi aspetti non vengono mai evidenziati perché tutto  avviene in maniera silenziosa, senza il risalto mediatico che un evento in rete procura. I migranti reali li incontriamo invece nelle strade, sono in mezzo a noi, ci interrogano nostro malgrado, ci chiedono reazioni che non possono limitarsi al semplice “tocco” su Facebook. La vita è anche altro rispetto alla rete, è soprattutto coinvolgimento!

Al di là dello scambio di informazioni che può avvenire attraverso la comunicazione online, slegata dal territorio, per costruire una relazione reale o un progetto fisico bisogna essere nello stesso luogo. Bisogna ridare peso all’appartenenza geografica, lavorare per il nostro territorio nel territorio, costruire legami veri che non si annullano spingendo un semplice tasto. ☺

dario.carlone@tiscali.it

 

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