Fame di pane
di Maria Concetta Barone
È sul pane che voglio comunicarvi qualche personale considerazione, mi vorrei soffermare sulle ragioni per le quali miliardi di uomini non possono apprezzare il profondo e intenso odore del pane, appena esce, cotto, dal forno.
Sappiamo tutti che studiosi, poeti, filosofi, scienziati hanno parlato e scritto del grano e quindi del pane: lo hanno fatto con eccezionale amore ma anche, talvolta, con una angoscia profonda, nel momento in cui essi si sono chiesti che cosa potesse fare un intellettuale perché ci sia pane per tutti e per ciascuno. La letteratura e la storia, parlo ovviamente alla luce delle mie competenze, possono esprimere una profonda preoccupazione e mettere in evidenza una sostanziale, penosa, inquietudine.
Il poeta russo Osip Mandel’Stam in un’opera oggi praticamente dimenticata – Il frumento dell’uomo – ha celebrato il pane come elemento sacro ed ha avuto parole eccezionalmente belle per la gustosità appetitosa e la bellezza del “filone” di pane, chiamato Kolobof, che poi è stato lo pseudonimo del poeta da giovane.
Anche Primo Levi in Se questo è un uomo parla del pane che manca nelle baracche del campo di concentramento nazista, del pane che viene richiesto come elemento grazie al quale è possibile fare quello che gli altri vogliono che noi facciamo, perché esso è essenziale per la vita di ciascun uomo.
Sul versante storico è sufficiente solo fare il nome di George Duby e sottolineare l’eccezionalità dei suoi studi sull’agricoltura e sul ruolo del frumento, della farina, del pane nella vita dei contadini e delle classi agiate e signorili nell’età medievale.
Oggi, terzo millennio, c’è un numero enormemente elevato di persone che muoiono di fame, specialmente nei Paesi in via di sviluppo, dove l’incapacità amministrativa delle classi governanti e il sonno delle popolazioni, vittime dello sporco gioco politico dei vari regini subordinati alle logiche delle banche e della finanza del nord del mondo, rendono le popolazioni sempre più povere, indigenti, incapaci di reagire al processo di inarrestabile impoverimento, popolazioni fondamentalmente prive di qualsiasi strumento che le possa permettere di servirsi del frumento come uno degli elementi primari dell’alimentazione quotidiana. Eppure, proprio nelle regioni asiatiche e africane, dove il grano è germogliato per la prima volta, proprio in queste contrade del globo mancano il grano, la farina, il pane.
Le alterazioni del clima e l’inquinamento dell’ambiente nelle aree geograficamente più povere spingono intere popolazioni alla ricerca disperata del pane attraverso la migrazione. Questa le porta lontano dagli affetti, dalle proprie terre, dalle abitudini, elementi, questi, radicali di ogni comunità civile. Il consumo, poi, abnorme ed incontrollato di energia preannuncia condizioni di vita ed ambientali praticamente disastrose e fatali. Infatti, da un lato si sciolgono le calotte polari che in questo modo fanno alzare il livello degli oceani, le cui acque investono gli arcipelaghi, facendo affondare le terre continentali. Da un altro, c’è una penuria preoccupante di acqua, cosa che dà origine alla desertificazione di terre un tempo fertili. Di qui, la sete per intere popolazioni; di qui, i conflitti armati. È, dunque, l’acqua l’elemento centrale a determinare i conflitti penosi ai quali assistiamo spesso con malcelata indifferenza e colpevole estraneità. Ai conflitti armati di oggi sono collegati il petrolio e l’acqua, che esprimono l’esigenza di possesso di ampi territori dove poter coltivare riso e frumento, elementi essenziali alla vita di un popolo. La Cina, per esempio, da tempo acquisisce terre in altri continenti allo scopo di coltivare riso, elemento essenziale per la sua popolazione, come il pane per altre.
Ecco, dunque, cosa deve fare un intellettuale: esprimere quella inquietudine che porta diritto alle ragioni di una crisi, alle motivazioni di un conflitto, che dovrà esaurirsi nel momento in cui una giustizia sociale più equa possa lenire le sofferenze e la rabbia delle popolazioni messe alla fame e, quindi, spinte alla povertà più nera.
Per Claude Levi-Strauss il mondo ha avuto inizio senza l’uomo e potrà finire senza di lui; l’umanità è venuta alla luce senza pane e potrebbe scomparire, quando non avrà più pane.☺
28 luglio 2013
