Figli di profughi
Dedicato a coloro che, considerati vite di scarto, attraversano il mare e tante selve oscure con la speranza di una vita migliore ma spesso trovano la morte o il rifiuto.
Una delle prime immagini usate da Dante all’inizio della Commedia, per descrivere la sua situazione di smarrimento interiore, è quella del naufrago che, arrivato alla spiaggia, si volge al mare per rendersi conto dello scampato pericolo: “E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l’acqua perigliosa e guata, così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva” (Inf. I, 22-26). Un’immagine diventata sempre più di drammatica attualità ai nostri giorni dove assistiamo, spesso con annoiato distacco, ai tanti drammi che avvengono nel nostro mare (il Mare nostrum!). E se la Commedia di Dante descrive un viaggio tutto interiore dell’ anima, essa è ispirata di tanta letteratura che descrive viaggi di eroi e di profughi: lo accompagna Virgilio che ha descritto il viaggio di un uomo che scappa da una guerra in Medio Oriente ed approda in Italia, dove non avrà vita facile perché dovrà conquistarsi il diritto di abitarvi, anche con le armi. Ma Dante simpatizza anche per un altro viaggiatore: Ulisse, che gli racconta il viaggio verso l’impossibile, inseguendo i suoi sogni di gloria e il desiderio di conoscere e la cui nave si infrange contro una terra proibita: “Noi ci rallegrammo e tosto tornò in pianto: ché de la nova terra un turbo nacque e percosse del legno il primo canto. Tre volte il fé girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso” (Inf. XXVI, 136-142).
Se nel suo caso era Dio a proibirlo, in quanto si trattava della montagna del Purgatorio, ai nostri giorni sono i nuovi dei, i dominatori del mondo che hanno sancito la libera circolazione delle merci e hanno alzato muri visibili e invisibili contro la libera circolazione delle persone. Pensando ad Enea ed Ulisse mi sono accorto di quanto la nostra cultura occidentale, quella che si richiama alle radici grecoromane e a quelle religiose giudaicocristiane, sia intrisa di riferimenti ai viaggi e al mare, non con rimandi ad agenzie turistiche che suscitano drammi e conflitti sulla scelta della località più cool in coloro che sognano la vacanza, ma ai drammi di guerre, carestie e persecuzioni.
La letteratura greca inizia con una guerra di invasione e un lungo assedio a cui seguiranno due diversi viaggi: quello di un ritorno a casa che diventa un viaggio di espiazione per il male commesso (Ulisse) e quello di un gruppo di profughi causati dalla guerra che va in cerca di una nuova patria in cui rifarsi una vita (Enea), che diventa il testo letterario più importante della letteratura latina. Per non parlare del nostro Antico Testamento dove l’identità del popolo è forgiata dalla condizione di nomadismo dei suoi antenati (Abramo, Isacco e Giacobbe) e dal lungo viaggio nel deserto per liberarsi dall’ oppressione egiziana, una vera superpotenza dell’ antichità, prima di Roma; fino all’ultimo viaggio della speranza, dopo l’esilio a Babilonia. Ma anche il cristianesimo ha nel suo DNA un viaggio in mare con tanto di naufragio di un prigioniero illustre: Paolo di Tarso. Dopo aver assaggiato le prigioni romane viene portato a Roma in catene ma, diversamente da tanti naufraghi del nostro tempo, ha la possibilità di sperimentare l’ospitalità dei maltesi: non so se avrebbe fatto la stessa esperienza se fosse naufragato ai nostri giorni.
Se penso ai cantori dell’identità nazionale e della superiorità della cultura occidentale, a coloro che si considerano eredi di quel revival grottesco della romanità fatto di fasci littori e saluti a braccio teso e che, mentre i loro padri spedivano i giudei nei campi di sterminio, oggi si considerano i baluardi della tradizione giudaicocristiana, vorrei chiedere loro se conoscono realmente le radici culturali a cui si vorrebbero rifare, che affondano in storie immaginarie ma veritiere di emigranti e naufraghi in cerca di terre nuove in cui rifarsi una vita; o se, dopo aver aperto i porti ad Enea, Ulisse o Paolo, considerano il resto dell’umanità, quella in carne ed ossa, solo un “carico residuale”.
Voglio chiudere con il riferimento all’ultimo grande autore classico della cultura occidentale a cui fa riferimento anche quella nuova versione dell’occidente greco-romano-giudaico-cristiano che è l’America dell’odio razziale e dei nuovi muri. Sto parlando di Shakespeare e particolarmente dell’ultima sua grande opera teatrale, la più intrisa di riferimenti cristiani ed evangelici: La tempesta. Anche lì si parla di due naufragi e dell’ approdo ad un’isola misteriosa, anch’essa nel cuore del Mediterraneo. Il primo naufragio è quello di persone tradite ed esiliate, che si rifanno una vita nella terra che li ha accolti. Il secondo è quello dei loro nemici che vivono la stessa esperienza e sono costretti a mettersi nei panni delle loro vittime. A differenza di coloro a cui hanno fatto del male, essi sono accolti ed accompagnati a prendere coscienza del male che hanno fatto per sperimentare poi il perdono gratuito delle vittime e la riconciliazione con esse. L’unica speranza dell’ occidente forse sta nel ricordare le proprie radici culturali che ci insegnano che siamo figli di naufraghi e di profughi e, anziché continuare a chiudere i porti e i cuori ai disperati, dovremmo saperli guardare negli occhi e sperimentare il loro perdono.☺
