forconi alla mano   di Domenico D’Adamo
1 Dicembre 2012
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forconi alla mano di Domenico D’Adamo

 

Ai terremotati del Molise e a quelli che lo sono da sempre vorremmo offrire qualche utile consiglio per selezionare la futura classe politica alle prossime elezioni. Oltre naturalmente che munirci di forcone, ai politici che si candidano a guidare una qualsiasi istituzione andrebbe chiesto, senza spirito polemico, come essi intendano ripianare i debiti fatti dai loro predecessori e soprattutto chi li deve pagare. Se qualcuno di costoro iniziasse a parlare di sviluppo, senza aver prima spiegato con quali soldi ripianare i debiti e come farlo, sarà il caso di mostrare da subito il tridente che tanto ha nobilitato le nostre popolazioni. Se, poi, a qualche furbo venisse la felice idea di mostrare anche qualche pezzo di carta, decreto o delibera che sia, allora ci sarà consentito anche di tirarlo fuori il nobile attrezzo e di usarlo senza parsimonia.

L’anno scorso, alle ultime elezioni regionali, sindaci e imprenditori insieme, pancia a terra, hanno lavorato sodo per portare in consiglio regionale un loro beniamino. Uno, esperto di terremoti, che andava in giro con appeso al petto, una delibera CIPE da 364 milioni di euro: soldi liquidi, in questi anni segnati da una forte recessione economica oltre che da profonda depressione morale, soldi veri destinati, a detta di qualche sindaco, a “ricostruire la speranza” nelle zone colpite dal terremoto. Purtroppo, come suole dire l’On. Di Pietro “non tutti i buchi vengono con la ciambella”:i soldi sbandierati dall’ex sub commissario in campagna elettorale si sono vaporizzati e, a tutt’oggi, non un solo euro di quelli promessi è arrivato nelle tasche dei molisani, cosicché, a ricostruire la speranza, sono rimasti solo i terremotati di San Giuliano di Puglia.

Alle prossime consultazioni elettorali, i nostri  sindaci, prima di chiedere i voti per i loro amici, farebbero bene a chiedere scusa ai loro compaesani che ancora abitano nelle baracche, per avere condiviso con il governatore, senza critica alcuna, il “Modello Molise”; quindi, in modo responsabile e senza indugi, costituirsi parte civile nel procedimento che vede Iorio insieme a Bertolaso indiziati di reato per aver deciso, senza averne il potere, l’allargamento dell’area del cratere. Decisione questa che secondo gli  inquirenti avrebbe sottratto risorse importanti ai terremotati, quelli veri. Sarà appunto questa la cartina di tornasole per capire quanto i sindaci abbiano a cuore il bene dei loro cittadini, ovvero quanto Iorio li abbia sedotti.

In più occasioni i sindaci del cratere hanno fatto finta di mostrare i muscoli. I nostri eroi hanno persino inscenato la riconsegna delle fasce tricolori in prefettura, atto di protesta simbolico e di sicuro impatto mediatico ma privo di alcun valore giuridico: sarebbe bastata una semplice e più efficace letterina di dimissioni se veramente erano incazzati; un gioco delle parti bene orchestrato per simulare un falso contrasto, risolto puntualmente negli incontri riservati con il commissario. Nonostante la posizione china, nessuno di loro è riuscito a diventare il miglior fico del bigoncio: tutti occupati com’erano a suonare la grancassa del governatore, a loro insaputa, portavano l’acqua a un vice politico di complemento, privo di spessore politico ma di grande esperienza nelle cose di terremoto.

 Il sindaco di Ripabottoni, per comprendere meglio il motivo per il quale al suo comune sono stati tagliati i fondi per la ricostruzione, dovrebbe chiedere all’esperto di terremoti, nonché sub commissario prima e consigliere delegato poi, per quale motivo il responsabile della programmazione regionale abbia indugiato per più di un anno prima di trasmettere il piano della cantierabilità dei progetti di classe A al Ministero dello sviluppo economico, ritardando con ciò l’avvio della procedura per giungere all’accordo di programma quadro, senza il quale i 346 milioni di euro restano là dove sono.

Con il forcone ben saldo nelle mani bisognerà ancora domandare, a chi si propone di governare questa regione, per quale motivo i terremotati nel prossimo futuro, per raggiungere l’ospedale più vicino, dovranno percorrere 40 chilometri di strada, mentre nel capoluogo ci sono più strutture sanitarie, sia pubbliche che private convenzionate. In questi ultimi dieci anni l’unica decisione a favore dei malati è stata quella di istituire il servizio del 118, le altre decisioni hanno riguardato i clientes di ogni genere, le carriere degli amici e il futuro dei parenti. Dovremo farci spiegare perché le decisioni riguardanti la sanità si prendono a Roma e non nel consiglio regionale: pare di capire che il commissario delegato e non il governo nazionale abbia esautorato ancora una volta i rappresentanti dei cittadini da ogni decisione anche circa la sanità.

Dovranno spiegarci ancora come mai con i 500 milioni di euro dell’art. 15 non si è creato un solo posto di lavoro stabile e soprattutto perché a seguito dell’alluvione del 2003, così come sostengono gli inquirenti i quali ipotizzano un disastro colposo in danno delle popolazioni che svolgono le loro attività a valle della diga del Liscione, i soldi stanziati per la ripresa produttiva delle zone colpite dall’alluvione e dal terremoto sono finiti a monte di quella diga. Questa volta i politici che vogliono candidarsi a guidare il nostro paese non dovranno farci sognare perché per quello ci pensano gli amici di Grillo: sarà invece compito loro dirci quanto peso bisognerà sopportare e come distribuirlo.☺

domenicodadamo@alice.it

 

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