Formare cittadini
4 Ottobre 2026
laFonteTV (4253 articles)
Share

Formare cittadini

Bambini e ragazzi che discutono attorno a una mappa, ragazzi che progettano un podcast, gruppi che costruiscono presentazioni, insegnanti che guidano, incoraggiano, osservano e rilanciano domande. Eppure le Nuove Indicazioni Nazionali per la scuola del primo ciclo (in vigore da settembre) sembrano riportare in scena una figura che molti credevano ormai confinata in soffitta: il magister, il maestro che parla e trasmette sapere, mentre gli allievi ascoltano.
È proprio questo uno dei punti che suscita maggiori perplessità tra gli studiosi vicini alla prospettiva “Erickson” (realtà da sempre impegnata sui temi dell’inclusione e dell’innovazione didattica, e che spicca per proposte educative ricche e rigorose) che condivido pienamente e che ho scelto come idea-guida di questo piccolo contributo personale al vivace dibattito in corso. Nelle nuove Indicazioni si intravede infatti una rinnovata centralità del docente come depositario delle conoscenze (un po’ retrò) accompagnata da un ridimensionamento del lessico delle competenze e della costruzione attiva degli apprendimenti. Insomma, una scuola chiamata a rispondere alle sfide del presente può davvero permettersi di guardare indietro?
Nonostante le forti perplessità rispetto ad alcune scelte culturali e pedagogiche, si individuano anche elementi che possono diventare occasioni concrete, appigli cui agganciarsi per continuare a costruire una scuola dinamica, aperta e capace di innovare. Non vanno ignorati.
Uno dei punti più discussi riguarda il ritorno a una maggiore centralità delle conoscenze disciplinari. Negli ultimi anni il sistema scolastico aveva progressivamente valorizzato il concetto di competenza, cioè la capacità di utilizzare conoscenze e abilità in situazioni reali, collaborative e problematiche. Le nuove Indicazioni sembrano invece riportare l’attenzione sui contenuti da apprendere, elencati per altro con minuziosa precisione e che, per quanto siano presentati come non prescrittivi, evidenziano una chiara volontà di suggerire contenuti. Così come sono tornati ad essere dettagliati e prescrittivi gli obiettivi specifici di apprendimento, rispetto alle Indicazioni 2012.
Per Erickson il rischio è quello di riproporre una contrapposizione che la ricerca educativa aveva ormai superato. Conoscenze e competenze, infatti, non sono alternative. Le prime rappresentano il materiale con cui pensare; le seconde consentono di usare quel materiale in modo significativo. Una scuola di qualità ha bisogno di entrambe.
Particolarmente critica è la lettura delle Indicazioni dedicate alla storia nella scuola secondaria di primo grado. La principale novità viene individuata nella tendenza a privilegiare una narrazione fortemente centrata sulla dimensione europea e occidentale. Una prospettiva che rischia di apparire decisamente riduttiva in una società globalizzata e nelle classi sempre più caratterizzate da pluralità culturale e provenienze differenti.
La storia è uno strumento per comprendere relazioni, scambi, influenze reciproche, incontri e conflitti. Una prospettiva più ampia permette agli studenti di cogliere la complessità dei fenomeni storici, di interpretare meglio il mondo contemporaneo, di aprirsi al diverso e al lontano da sé.
Anche la scelta di enfatizzare il valore della “narrazione” suscita qualche interrogativo. Raccontare è certamente importante per coinvolgere e motivare gli alunni, ma la disciplina storica richiede anche confronto tra fonti, formulazione di ipotesi, verifica delle informazioni e sviluppo del pensiero critico. Il rischio, secondo Erickson, è che il racconto finisca per prevalere sull’indagine.
Eppure sarebbe penalizzante, per noi docenti, fermarsi alle criticità. Un aspetto interessante delle nuove Indicazioni, infatti, e al quale possiamo aggrapparci per continuare a costruire una didattica inclusiva e orientata al futuro, è proprio la presenza di suggerimenti metodologici che vanno in direzione opposta rispetto a un’immagine di scuola puramente “trasmissiva”.
Un esempio significativo è rappresentato dall’introduzione del “Latino per l’educazione linguistica”, previsto in forma opzionale negli ultimi due anni della scuola secondaria di primo grado. A prima vista potrebbe sembrare il simbolo di una scuola che guarda nostalgicamente al passato. Leggendo con attenzione il documento, però, emerge una proposta più innovativa di quanto si possa immaginare.
Il percorso viene infatti descritto come graduale e laboratoriale. Si parte dalle competenze già possedute dagli studenti nella lingua italiana per arrivare, attraverso attività guidate, al confronto con parole e semplici testi latini. L’obiettivo non è accumulare nozioni, ma sviluppare consapevolezza linguistica, capacità di analisi, logica e precisione.
Ancora più interessante è il forte richiamo all’interdisciplinarità. Il latino viene collegato alla storia, all’educazione civica, alle discipline STEM e all’uso delle tecnologie digitali. Le Indicazioni suggeriscono l’impiego di archivi digitali, dizionari online, piattaforme multimediali e persino strumenti di intelligenza artificiale per personalizzare attività ed esercitazioni.
Si tratta di indicazioni che molti docenti possono leggere come un’opportunità. Anche in un quadro culturale che appare talvolta orientato al recupero della tradizione, continuano infatti a trovare spazio il laboratorio, la ricerca, il lavoro per connessioni, l’uso consapevole delle tecnologie e il protagonismo degli studenti.
Forse il punto non è stabilire se le nuove Indicazioni siano “tradizio- nali” o “innovative”. La vera sfida consiste nel comprendere come tradurre i documenti ministeriali nella vita quotidiana delle classi.
La scuola italiana ha spesso dimostrato una straordinaria capacità di reinterpretare le norme alla luce dei bisogni reali degli alunni. È nelle attività laboratoriali, nei progetti interdisciplinari, nella didattica inclusiva e nella collaborazione tra docenti che i documenti prendono forma e acquistano significato.
Per questo, al di là delle legittime discussioni sul testo delle nuove Indicazioni, forse la domanda più importante resta un’altra: come continuare a costruire una scuola che formi cittadini curiosi, competenti, critici e capaci di orientarsi in una realtà sempre più complessa?
È una domanda aperta. Ma, come suggerisce la stessa lettura proposta da Erickson, le risposte più interessanti potrebbero nascere proprio dalla capacità degli insegnanti di trasformare ogni cambiamento in un’occasione di ricerca, riflessione e innovazione.
Avanti, rimbocchiamoci le maniche: tocca a noi!☺

laFonteTV

laFonteTV