Graffianti graffiti
La geniale architettura della nuova raccolta di Norma Stramucci, Banksy e me (Lecce, Manni, 2025, pp. 144, euro 17), prevede un sistematico rapporto fra l’intero impianto dell’attività di Banksy e una corrispettiva tessitura poetica, in cui le singole opere del grande ‘artista di strada’ danno sistematicamente titolo a ciascuna delle variazioni in versi che vi si appoggiano. Nella sensibile prefazione, Massimo Raffaeli precisa che le poesie di questo libro «non illustrano niente e nessuno, semmai introiettano le immagini per dipartirsene e entrare in dialogo con esse». L’operazione consente all’autrice di dare voce tanto a una linea di appassionato impegno politico-sociale (molte le variazioni sui più celebri graffiti di sarcastica protesta con cui l’artista rivendica il proprio sostegno a pace, giustizia e libertà), quanto a una linea di riflessione lirica. E quest’ultima, a sua volta, scaturisce dall’attrito con le asperità sia di questa presente Storia tutta in faccende di violenze e stermini, sia della storia personale, in cui spicca l’incurabile ferita della perdita del figlio Andrea – scomparso «in un incidente di moto il 17 agosto 2016, a trentatré anni», come informava la prefazione di Raffaele Donnarumma alla precedente raccolta Soli 3 + (quell’altro), pubblicata nel 2019 da Arcipelago Itaca.
Per esempio, Cenerentola, dalla Stramucci dedicata a Giulia Cecchettin, rapporta il tragico ‘caso di cronaca’ con l’icona del Dismaland – provvisorio parco a tema con cui Banksy intese ‘ribaltare’ Disneyland all’insegna della «terra» (inglese: land) del «tetro» (inglese: dismal) – nella quale la carrozza si è schiantata in un incidente, il cavallo è stramazzato e la fiabesca ragazza è riversa sul selciato di fronte a un’immancabile schiera di paparazzi golosi di scoop (i cui caschi da moto rinviano al dramma di Lady Diana): «dormono/ forse le fate quand’è notte,/ e un ranocchio che non s’è trasformato/ ha gettato alle ortiche la corona». Dalla serie di Banksy London Zoo, i Due elefanti alla finestra sviluppano questa chiosa: «Hanno detto che in Albania/ nel campo profughi il carcere/ ci vuole. Anche a lasciarlo vuoto/ ma la differenza va sancita:/ venti celle di galera dentro una galera./ Un’altra finestra nascosta al mondo/ ché il mondo non la veda: cuore cerca cuore./ Dubito lo trovi». E la poesia Un rinoceronte carica un’auto in sosta, in quell’assurdo assalto del bestione a una Micra bianca dotata di birillo a mo’ di illusorio corno sul cofano, legge un’allegoria dell’ insistito tentativo dell’autrice di ‘possedere’ le grandi illusioni – di pace e felicità – della vita: «ma ai nostri sensi/ pure ingannati/ io e te siamo contenti:/ non è mai sterile l’amore». Parallelamente, il Washing Zebra Stripes di Timbuctù – surreale icona in cui una donna lava via le strisce all’animale e le stende su un contiguo filo – offre a Lavando strisce di zebra un’occasione di riflessione metaletteraria: «Mi prendo a pezzetti quello che ho dentro./ Me lo ripulisco, lo lavo per bene./ E poi lo allungo come un rigo e lo stendo./ Pezzo dopo pezzo, all’aria./ Ardisco chiamarlo mia poesia./ Non so se sono quel che rimango,/ la zebra solo bianca/ o le strisce nere esposte al vento».
Di fronte al terribile muro che circonda Betlemme, Banksy collaborò alla costruzione del Walled Off Hotel (un peculiare «Hotel fuori-le-mura»: https://walledoff hotel.com/), provocatoria impresa che ambiva a mettere in corto circuito il turismo di massa e la ferocia di certe imposizioni ‘poli- tiche’. Proprio quel muro è ritratto nel presepe Natività modificata (o Scar of Bethlehem, «Cicatrice di Betlemme»), in cui a disegnare la stella cometa è una perforazione da proiettili (istrut- tivo il video https://it.euronews.com/video/2019/12/21/la-cicatrice-di-betlemme-l-ultima-opera-di-bansy). A sua volta, quella natività si trova in Stramucci interiorizzata e portata a fiorire sul lutto privato, così come il celeberrimo La ragazza con palloncini volanti rapisce la fantasia a vagheggiare un oltremondano volo «verso Dio è implicito/ ma anche verso, finalmente,/ il figlio mio». A cavallo fra il proprio trauma e quelli del Mondo sta la terribile variazione che chiude il libro sulla Madonna col bambino che Banksy effigiò con il seno trafitto da un proiettile a colare non latte, ma rugginoso sangue:
Oh mie bambine che non sapevate
quale fosse il più bello
nel mio presepio avete messo due
Gesù bambino. E ora uno guarda
il pezzetto di casa nostra
dove profuma persino la scarpa
che ignara ha calpestato
il bisogno di un cane.
E Maria gli dà il latte
buono e del colore giusto.
Ma quell’altro
quell’altro ha gli occhi all’oltre
come chi bada
allo strisciare silenzioso
di un ferro arrugginito sulla pelle.
E Maria gli dà il latte
inacidito dal dolore,
sporco di guerra.
