Il bianco e il danno
Di famiglia veneta e lombarda, Laura Pulin (1958) vive a Trento: il suo splendido libro Lo spazio bianco, Rimini, Raffaelli 2025 (prefazione di Paolo Ruffilli), riunisce foto, elaborazioni grafiche e testi poetici e in prosa che fermano istantanee di viaggi fra sud del mondo (la valle del Rift in Africa) e il più remoto Oriente. La quantità dei disparati luoghi, elencati in specifici indici, è impressionante; l’incanto dei sensi coinvolti nella fruizione desta ammirazione per i paesaggi ‒ ora austeri deserti, ora smaglianti e preziose architetture ‒, ma anche una pensosa contemplazione di condizioni di vita segnate da povertà, sperequazioni, conflitti (a p. 105 il disegno di un uomo con fucile). Il titolo del volume è lo stesso di un poemetto di pace posto sotto finale (pp. 106-110): «E voi, mercanti/ e architetti del mondo,/ […] voi a forgiare il nuovo pensiero-unico,/ il magnifico post-umano prossimo/ e venturo, da guerra a guerra, da fame a fame// […] Giocolieri della morale, oplà/ affamato il mondo ora insegnate/ sapienze arcane di logica e di scienza […]// Tacerà mai/ questa nera voce dei carnefici?». La risposta è nel rovescio del nero, lo spazio bianco del foglio e della luce interiore: «Non resta che amore/ nel nostro tempo rivestito di dolore,/ amore per l’inerme ed il piccolo,/ sbocciati a una terra che avete fatto/ rinsecchita e schiava. // […] e lascio/ la mia bianca ombra ferita/ come una camicia strappata al fondo/ del mare». Un libro che (riprendo sue parole ascoltate un tempo) è «un luogo mentale in cui riscattare lo strepito assordante e vuoto di questo tempo perverso».
Che poi è il tempo in cui ci precipita, con un sobrio e solenne piglio da antico epos, la giornalista Francesca Mannocchi ‒ in questi ultimi anni assai presente sui nostri mass media come prestigiosa testimone e commentatrice di atrocità belliche ‒ attraverso uno strumento per lei nuovo: la sua prima raccolta di poesie, ora pubblicata con il titolo Crescere, la guerra da Einaudi, presso cui figuravano già il reportage sul dramma dei migranti Io Khaled vendo uomini e sono innocente (2019) e, sul proprio personale conflitto con la sclerosi multipla, Bianco è il colore del danno (2021).
La silloge di Francesca Mannocchi è un atto di accusa per interposta voce poetica. Fra un Prologo (L’arpione della memoria) e un Epilogo (Memoria/Oblio), undici canti da zone di guerra, lampi di strazio e di inaudito, dispiegati con singulti di scalinature (le indico con \). «Quella notte ho scritto sul mio taccuino:/ “Come si racconta il rumore di una bomba/ dentro il pianto di un neonato affamato?”». Altra domanda rivolge Francesca alla giovane che migra con solo due bambole, una pentola, un’ altalena: «“E da casa tua, da Homs,\ cosa hai portato via, Asma?”/ Lei ha aperto le mani,/ palme nude,/ e ha detto:\ “Niente”.// Quel “niente”/ aveva la forma esatta del mondo./ Era la misura della perdita,/ ma anche la tenacia dell’esistere./ […] Quello che non avete potuto prendere/ vi camminerà accanto per sempre». Il secondo poemetto ci illustra la condizione che chiamiamo esilio: «Mi chiamo Fahim/ sono stato professore di filosofia politica, a Kabul. […] Mi chiedono:/ “che cosa significa essere un rifugiato?”/ Io rispondo:/ “Significa essere un pensiero senza casa”./ […] “Dell’ Afghanistan mi manca\ la mia reputazione”./ […] Quando l’ho perduta,/ sono diventato invisibile./ Non un uomo,/ un numero di pratica./ Un essere sospeso tra la gratitudine e la vergogna./ […]l’esilio non è la distanza\ tra me e la mia casa,/ ma la distanza\ tra voi e il mio nome.// Tra voi e il mio volto».
Qui i nomi sono apertamente enunciati: come Muhammad, da Yarmouk, «una porzione di Palestina\ innestata nel corpo della Siria» («Ho visto uomini bollire l’erba dei marciapiedi/ e chiamarla pasto./ […] Ho visto vecchi dormire con un chicco di riso in mano\ come fosse un sacramento»): «Yarmouk è una domanda che non smette di bussare:/ “Che cosa è un uomo,/ quando il mondo decide di non vederlo?”. E così molte altre voci desolate, di gente mite ingiustamente violata, composta anche nell’indignazione ‒ benché questa semina di vento prometta future tempeste, in quanto «La storia non dimentica l’indifferenza:/ la conserva, come miccia». Incontriamo l’«urbanistica di sopravvivenza» di una tendopoli, e bambini e ragazzi divenuti «profili di rischio» e perciò passati per le armi: «Io dico “ragazzo”./ I notiziari dicono “terrorista”./ Tra quella parola e la mia,/ tra ragazzo e terrorista,/ sta la vita intera di un figlio». L’epilogo recita: «Non chiediamo al futuro\ una memoria museale,\ ma una memoria viva, sporca./ Che continui a ferire quando serve.\ Che non consoli, ma obblighi».
Nobile voce, come quella di Laura Pulinquanto mai adatta a questo periodico di resistenza umana, Francesca Mannocchi chiude il suo terzo poemetto così:
E se un giorno mi chiederanno:
«Che cosa hai visto?»
Io risponderò:
«Ho visto il volto dell’Altro,
e nel suo volto
ho riconosciuto il mio».


