I bambini palestinesi
Sì, i bambini palestinesi, brutalmente colpiti dalle bombe israeliane, volano in cielo. Ma vorrebbero volentieri rimanere qui sulla loro terra: “(…) Proprio sotto casa c’era un muretto di pietre a cui era attaccata una di quelle grate con la rete di metallo (…) I bambini a furia di passarci per venire a prendersi i gelsi, si erano scavati un varco. Un bel giorno li vedo e dico: – Ciao ragazzi, quando volete i gelsi, se mi bussate, vi apro, così non dovete passare da lì sotto (…) La sua risposta, (quella di uno dei ragazzi) – rispettosa ma ferma, mi ha lasciato di sasso. – No, grazie, mi ha detto. Non serve che ci lasci il cancello aperto. Continueremo a prenderceli così, arrampicandoci, come abbiamo sempre fatto” (in Francesca Albanese, Quando il mondo dorme, pp. 34/35). Anche io, quando ero piccolo e abitavo sui monti a Campobasso, andavo con i miei amici a gustare – rubare, ovviamente – le ciliegie nelle campagne a valle del quartiere, dove c’era una volta il macello, il cui fabbricato ora è stato rimesso a nuovo dall’amministrazione di CB. Quanto si è uguali, da bambini e adolescenti, pur lontani, sconosciuti gli uni agli altri, di culture e tradizioni differenti! Ecco, dunque, gli stessi ingenui e spontanei comportamenti in universi completamente diversi.
Ora in Palestina non è più così da un bel po’, perché la terra a quei ragazzi è stata letteralmente estorta dalla prepotenza arrogantemente arbitraria e razzista di un governo il cui obiettivo è solo quello di fare le guerre, di eliminare i palestinesi autoctoni e distruggere la loro cultura nelle terre nelle quali si è sviluppata una grande e nobile civiltà. Ricordo a questo proposito una poesia – E abbiamo un paese – del più grande poeta palestinese del Novecento, Mahmud Darwish, di cui riporto quasi integralmente tutto il testo poetico: “E abbiamo un paese senza confini, come la nostra idea/ dell’ignoto, largo e stretto. Un paese…/ quando camminiamo nella sua mappa si restringe per noi,/ trascinandoci verso un tunnel cinereo, e gridiamo/ nei suoi labirinti: ti amiamo ancora. Il nostro amore/ è una malattia ereditaria (…) Se fossi stato un uccello mi sarei bruciato le ali – dice/ l’esiliato/ a se stesso. Il profumo dell’ autunno diventa/ l’immagine di quello che amo… La pioggia leggera si infiltra/ nella siccità del cuore e l’immaginazione si apre/ alle sue sorgenti, diventando luogo, unico/ e vero. E tutto da lontano/ ritorna campestre e primitivo, come se la terra/ si stesse ancora creando per incontrare Adamo, che/ scende/ al piano terra dal suo paradiso, poi dico:/ Quella è la nostra terra incinta di noi…/ Quando siamo nati?” – (Mahmud Darwish, Non scusarti per quel che hai fatto, Ed. Crocetti).
Sì… è proprio così: la cultura, la vita, la civiltà, la terra, il Paese dei palestinesi, tutto è stato crudelmente sottratto, estorto con le armi sconce, scandalose, brutali, mosse da una interpretazione biblica inconsistente razionalmente, per la quale la Palestina è solo di Israele… degli ebrei, che avrebbero ereditato questo territorio dai millenni che hanno preceduto l’oggi, cioè un oggi razzista, segregazionista. Sì, proprio così: infatti dal 1948 i palestinesi sono costretti a sopravvivere tra macerie, detriti, malattie incurate, ferite dell’anima, quando, invece, avrebbero sicuramente gradito, mi riferisco essenzialmente al pensiero di Edward Said, conoscere e vivere in una realtà diversa, fatta di gioia, di sorrisi, di condivisione di culture differenti, ma speculari. Ho fatto questa premessa, pensando soprattutto all’attuale e inarrestabile débacle civile, culturale, etica, che all’interno dello stato israeliano sta erodendo quel minimo di rispettabilità che la minoranza, che si oppone al genocidio a danno dei palestinesi, merita ampiamente, perché all’interno di questo Paese ci sono anche oasi di convivenza pacifica rispettosa delle diversità ideologiche, religiose, civili e anche politiche.
Il grande scrittore Edward Said, nelle opere mature, ossia pubblicate qualche tempo prima della sua morte, sottolineava quel concetto, nobile, di un solo Stato e due popoli, che avrebbe potuto dar vita e consistenza ad una soluzione ai loro conflitti spinosi e crudi, facendo maturare una convivenza che avrebbe arricchito le loro storie, pur contrapposte nelle progettualità politiche. In questo modo avrebbero potuto maturare la grande avventura di due popoli ed un solo Stato. Ma non è stato così; come non è così oggi, stagione dolorosa nella quale assistiamo alla distruzione totale della palestinità. Una crudeltà animalesca guida la politica militare e ideologica dello Stato israeliano.
Infatti, ogni volta che accendiamo la tv e ascoltiamo un tg, siamo costretti quasi immediatamente a stare sul “chi va là”, cominciando già a percepire una condizione di disagio, perché immaginiamo che di lì a poco venga data una notizia catastrofica relativamente al conflitto genocidario che lo Stato israeliano sta portando a termine nella Striscia di Gaza, come pure riferimenti non fugaci all’aggressione carognesca che i coloni sionisti stanno perpetrando a danno delle comunità beduine e della popolazione palestinese lì residente da molti decenni, e, comunque, già da molto prima del 1947/48. Il nostro disagio subito si trasforma in angoscia, come alla notizia di qualche settimana fa relativa alla morte violenta di un bimbo di quasi tre mesi – se ricordo bene – colpito con una pistola ad un posto di blocco israeliano, dove i militari avevano imposto l’alt ad un veicolo occupato da una famigliola palestinese. L’ auto si è arrestata subito; tuttavia, la famiglia palestinese è stata fatta oggetto di una ignobile sparatoria, per la quale il bimbo è morto e i suoi genitori sono stati feriti in varie parti del corpo. Questo comportamento delle forze armate israeliane, a danno dei palestinesi, è ormai da moltissimi decenni – dal 1948 – una prassi consolidata.
Di qui, emerge non solo una immotivata e iniqua ferocia (la famiglia palestinese aveva subito fermato la sua auto all’intimazione di farlo); ma appare anche in tutta la sua cruda evidenza la manifestazione di un odio razziale nei confronti del palestinese in quanto tale, perché ritenuto sia un illegittimo residente, sia, agli occhi di un comune israeliano, un indesiderato “animale” (così, infatti, una parte molto consistente della popolazione israeliana – compresi, altresì, tutto l’attuale governo, quasi tutti i partiti che occupano gli scanni parlamentari – considera il popolo palestinese).
E ancora il poeta, sommo e titanico, Mahmud Darwish ci accompagna lungo questo sentiero di sofferenza con immagini scolpite nella pietra: “Assassinati e anonimi. Nessuno oblio li unisce/ e nessun ricordo li divide… e dimenticati/ nell’erba invernale sulla pubblica via tra/ due lunghe storie di eroismo e sofferenza”. ☺
