I sette demoni
19 Aprile 2021
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I sette demoni

Nel Vangelo di Luca c’è una parabola di Gesù che può essere considerata il “negativo fotografico” della parabola del figliol prodigo: “Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima” (Lc 11,24-26). In questo racconto, il protagonista del ritorno non è il figlio andato via di casa, ma uno spirito maligno mandato via probabilmente attraverso un esorcismo come quelli compiuti da Gesù. Non si tratta di un allontanamento volontario ma di una espulsione. Tuttavia la natura di questo essere è quella di infestare o i luoghi o le persone, per cui torna al vecchio ospite e lo trova pronto a riaccoglierlo. Il racconto si arricchisce inoltre di altri personaggi, sette spiriti impuri che probabilmente indicano la totalità del male, ciò che verrà poi codificato dal catechismo con l’elenco dei sette vizi capitali e simili a quei sette demoni da cui è stata liberata Maria di Magdala, sempre secondo una notizia registrata da Luca (8,2).

Qual è il senso di questa parabola un po’ ermetica? Il punto centrale, a mio parere, sta nel fatto che questo spiritello trova la casa, cioè l’anima che aveva infestato, tutta in ordine ma vuota, disabitata. Colui che ha ricevuto il dono della guarigione non ha dato ospitalità ad altri spiriti, come ad esempio alle preoccupazioni per le necessità di qualcuno che è nel bisogno, né tanto meno ha fatto spazio a Dio e ai suoi progetti ma si è semplicemente adagiato sul fatto di essersi liberato di un ospite fastidioso. È stato liberato, non per sua capacità ma per l’impegno di qualcuno come Gesù che ha pregato per lui, ma non ha fatto tesoro di questa liberazione per spenderla a fin di bene, per migliorare il mondo anche grazie alla forza che poteva venire dalla sua esperienza del male vissuto. È una parabola, per cui il suo messaggio si presta a molteplici interpretazioni che hanno però in comune l’amara considerazione che l’uomo spesso non impara dai propri errori e proprio per questo è condannato a ripeterli, in modo addirittura peggiore: pensiamo a quanto facciamo (o non facciamo) per combattere i cambiamenti climatici, ad esempio. Oppure alle scelte di stampo conservativo portate avanti nella chiesa, fatte passare per prudenza, ma in realtà tendenti a mantenere ben saldo il potere decisionale nelle mani di pochi, tutti rigorosamente di sesso maschile.

Abbiamo avuto la primavera del Concilio che ha fatto entrare aria nuova nelle strutture che ormai puzzavano di muffa ma l’unico effetto sortito è stato quello di abbandonare il latino per ridire le stesse cose vuote in tante lingue e facciamo passare per grandi innovazioni gli aggiornamenti pessimi delle traduzioni ufficiali di bibbia e liturgia. Ci chiediamo come parlare alle nuove generazioni ma in realtà vorremmo far passare per vangelo regole e atteggiamenti nati in culture rigide e oppressive che nulla hanno a che fare con la libertà cristiana. I sette demoni che infestano il povero malcapitato comprendono anche la desolazione e lo scoraggiamento per un’occasione perduta che non tornerà più ed infatti, dopo la stagione dei grandi profeti (uomini e donne) che hanno portato sulle loro gambe le novità del Concilio, ci ritroviamo con una massa di mediocri solo alla ricerca di un modo per fare notizia ma, ironia della sorte, la chiesa ormai fa notizia quasi solo per gli scandali.

Non basta entusiasmarsi per le scelte spesso solo simboliche fatte da un papa, se poi abbiamo una massa ecclesiale (fatta di clero e laici) che stenta a suscitare domande e ricerca di senso. Basti pensare al tempo attuale della pandemia quando l’unica preoccupazione è quella di tenere le chiese aperte per continuare a celebrare riti, mentre è flebile la voce della denuncia.

C’è stato un elemento centrale nella rivoluzione conciliare: l’opportunità di riconsegnare la Parola e soprattutto il vangelo nelle mani di ogni cristiano che finalmente ha potuto ascoltarlo facilmente, anche entrando in chiesa, nella propria lingua, ma questo fatto, anziché creare le premesse per un cambio radicale, ha solo reso più evidente e consapevole la distanza tra il vangelo e la vita reale della chiesa proprio a coloro che si volevano avvicinare: quante persone che magari da ragazzi, per un motivo o per un altro, hanno frequentato le parrocchie, i movimenti e gli oratori e sono stati affascinati da Gesù, hanno semplicemente preso atto che proprio Lui non era di casa nelle beghe relazionali di gruppi spesso chiusi e autoreferenziali. Pensiamo, come esempio ultimo in ordine di tempo, alla cosiddetta generazione Bose, che sta assistendo sbigottita allo sgretolamento di un ideale non solo per l’ostinazione dei protagonisti diretti, ma anche con l’avallo di quell’ istituzione papale che viene poi sbandierata come il ritorno alle origini del cristianesimo ma che non fa per nulla chiarezza sulla faccenda, dando adito a ogni tipo di sospetto. Uno spettacolo del genere viene visto con sarcasmo dall’opinione pubblica o, per dirla col linguaggio clericale, dai “lontani”, visto che una chiesa che parla di amore e di perdono non riesce a comporre neppure i conflitti interni tra persone che hanno sempre affermato (a volte anche con compiacenza) di aver scelto la radicalità del vangelo. Immagino che se Gesù oggi dovesse spiegare chi sono i sette demoni, molto probabilmente direbbe che sono esperti di marketing e comunicazione, ingaggiati per aiutare a vendere un prodotto (il vangelo) a cui il primo a non credere è il venditore stesso. ☺

 

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