Il bastone di sant’antonio abate
6 Settembre 2019
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Il bastone di sant’antonio abate

             Cumbà, quanne vaje e Sande M’chele, n’nde scurdà de r’purtarme ’nu pezze de f’n’cchione… Era la raccomandazione rivolta dal barbiere a un suo amico o compare che aveva in programma di recarsi in pellegrinaggio il 29 settembre a Monte Sant’Angelo, al santuario di San Michele. Lo pregava di riportargli un pezzo del fusto della ferula che cresce rigogliosa in quel territorio. L’uso che ne facevano i barbieri era quello di affilare e rifinire i loro rasoi passandoli sul fusto midolloso di questa pianta.

In effetti il fusto della ferula, che eretto e cilindrico può raggiungere anche i 3 metri di altezza, è midolloso internamente e persiste nella pianta anche quando questa è secca. Una vistosa guaina di cui sono provviste le foglie superiori avvolge l’infiorescenza nella fase di sviluppo. Tali infiorescenze sono formate da piccoli fiori gialli con 5 petali disposti in ombrelle terminali, di cui la centrale è a 25-40 raggi. Diffusa in tutta l’area del Mediterraneo, la ferula predilige terreni aridi incolti, zone assolate e bordi delle strade. Fiorisce tra maggio e giugno, e quei piccoli fiori gialli la rendono visibile ai passanti anche a notevoli distanze.

Volgarmente conosciuta anche come finocchiaccio o ferla, ha come nome scientifico Ferula communis e appartiene alla famiglia delle Apiacee. Ferula in latino significa “canna, bacchetta, sferza”, in quanto il suo fusto secco, stando al racconto di Marziale e Giovenale, veniva utilizzato come bacchetta per le punizioni corporali degli scolari indisciplinati. Tuttavia in passato i suoi lunghi fusti, dall’ interno spugnoso, leggero e resistente, sono stati anche nelle mani degli imperatori come scettri, dei vescovi come pastorali e dei tedofori come fiaccole olimpiche.

Narra una leggenda che sant’ Antonio Abate ingannò i demoni frugando col suo bastone di ferula fra i tizzoni ardenti fino a che una scintilla accese il midollo spugnoso all’interno. Così il santo poté donare il fuoco all’umanità. E di ferula è il bastone che, ora a forma di stampella (per ricordare il dovere dei monaci di aiutare zoppi e infermi), ora semplicemente a forma di pastorale, insieme al porcellino accompagna sant’Antonio Abate nell’iconografia tradizionale.

Fino a qualche tempo fa i fusti della ferula hanno aiutato a tenere i conti fra persone diverse: tagliato un segmento da nodo a nodo, lo si divideva nel senso della lunghezza; la parte col nodo, detta “madre”, restava al negoziante e quella più corta, detta “figlia”, restava al cliente. Quando avveniva un acquisto si riunivano le due parti chiamate tacche e si segnavano con una o più incisioni, a seconda del valore che si attribuiva loro, per testimoniare l’importo del credito. L’ espressione “mezza tacca” che usiamo per definire ciò che vale poco, viene dal fatto che, se le due parti non coincidevano e restavano mezze, perdevano ogni validità. In Puglia la ferula era utilizzata dai pastori per costruire gabbie, sedie, panieri e diversi altri utensili. In Sicilia e in Sardegna i fusti vengono tuttora raccolti al termine della fioritura e dopo l’essiccatura vengono utilizzati per lavori di artigianato, ad esempio per costruire tipici sgabelli a forma di cubo, resistenti e leggerissimi.

Alla base o in prossimità della pianta di ferula cresce il ricercatissimo fungo Pleurotus eryngii var. ferulae, comunemente noto come Fungo della ferula, apprezzato in cucina per l’ eccellente qualità della sua carne.

Ma la ferula è anche considerata una specie officinale tossica per via di alcuni principi con attività anticoagulante presenti nei suoi tessuti. Eventi di tipo emorragico sono stati riscontrati negli ovini, caprini, bovini ed equini che se ne erano cibati. Nei pascoli il bestiame tende comunque a scartare la ferula e a non cibarsene, favorendone l’ espansione: la pianta fiorisce e disperde il proprio seme, diventando così infestante e assumendo il ruolo di flora di sostituzione.☺

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