Il conflitto quotidiano
15 Novembre 2020
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Il conflitto quotidiano

 “Ogni essere vivente deve saper affrontare le situazioni conflittuali della sua vita, altrimenti muore. Però siamo stati educati ad evitare i conflitti e a sentirci in colpa, come bambini, quando litighiamo. Così finiamo per subire le contrarietà o, peggio, per prendere la scorciatoia della violenza. Non saper ‘stare’ nel conflitto provoca sofferenza: questa grammatica consente di imparare a trasformarla sperimentando il conflitto come esperienza profonda di manutenzione relazionale, ciò che può preservarci dalla violenza e, all’opposto, dalle relazioni simbiotiche. È possibile vivere i conflitti come componenti creative della vita, alleati importanti della convivenza”.

Parola di Daniele Novara. Parole da riscoprire profondamente al principio di un nuovo anno scolastico, nel momento in cui si elaborano i progetti che si porteranno avanti e, magari, ne rispunta qualcuno di “educazione alla pace”. Un “classi- co” scolastico sempre ricco di risvolti e stimoli, ma anche un’espressione un po’ abusata nella scuola italiana, dove viene propinata dai docenti ai ragazzi in buona fede ma senza il fondamento di una metodologia solida ed efficace. Può allora risultare utile, a chi desidera progettare un percorso formativo innovativo per i propri ragazzi, conoscere La grammatica dei conflitti (Edizioni Sonda), una pubblicazione non più recente ma assolutamente attuale, una pietra miliare con cui Daniele Novara, appunto, direttore del Centro Psicopedagogico per la Pace e la Gestione dei Conflitti di Piacenza, ci fornisce un ricco strumento di autoformazione e una prospettiva inedita sulla questione: dal conflitto è possibile imparare.

Ma, perché ciò accada, non bisogna evitarlo, bensì conoscerlo e affrontarlo, individuandone le componenti fondamentali e acquisendo alcuni strumenti per provare a leggerlo e gestirlo in modo nonviolento. Dall’esperienza personale a quella scolastica il passo è breve, immediato, e può a sua volta estendersi ad un’ampia gamma di sfere relazionali, via via più ampie. Tutti i giorni, infatti, viviamo un numero variabile di conflitti: di alcuni non ci accorgiamo neppure, altri invece lasciano il segno e possono cambiare la vita intera. Comunque tendiamo a sfuggirli, sostiene Novara, e a considerarli problemi da cui è meglio tenersi alla larga. Eppure i conflitti possono essere incredibili occasioni di apprendimento su noi stessi e sugli altri, possono aiutarci a incrementare le competenze relazionali e sociali e a migliorare la qualità della nostra vita. Chi impara dai conflitti può riuscire a superare modalità relazionali consolidate ma inefficaci, per garantirsi relazioni più stabili e creative.

Uno dei pregi della Grammatica dei conflitti è proprio questo: essere una vera e propria cassetta degli attrezzi (che però non scade mai nella prescrizione banalizzante) in grado di educarci ad una nuova lettura del conflitto. Novara demolisce una serie di pregiudizi che provocano una marea di danni: l’idea, ad esempio, che il conflitto, specie nel linguaggio dei media, equivalga alla “guer- ra” (mentre in un certo senso è l’esatto contrario della violenza, perché comprende l’altro nel proprio orizzonte e non vuole distruggerlo), o quella che il conflitto sia sempre da evitare, che occorra cercare una soluzione subito… No. Il conflitto è piuttosto una condizione esistenziale comune, dalla dimensione privata a quella della più larga sfera sociale e addirittura globale, una condizione connaturata che bisogna imparare ad affrontare positivamente, senza demonizzarla. Educare alla pace, allora, è educare alla trasformazione nonviolenta dei conflitti.

“Litigare” è una straordinaria opportunità di autoconoscenza e di crescita; perché segna il confine tra “io” e gli altri, tra le mie esigenze, le mie emozioni, i miei bisogni e quelli altrui. Al contrario della violenza, infatti, che cancella l’altro come soggetto, il conflitto esiste solo dove c’è relazione. Il libro di Daniele Novara, in proposito, ci spiega bene cosa significa mediare e negoziare, nel conflitto, e poi suggerisce strumenti utili per leggere con saggezza le situazioni conflittuali, come il “diario” e il “quadrante dei conflitti”, che possono essere assolutamente proposti anche ai ragazzi, e aiuta a districarsi nel groviglio di emozioni e reazioni istintive che il conflitto suscita.

Ma il messaggio prezioso di questo libro è più profondo: imparare dai conflitti vuol dire innanzitutto imparare a interrogarsi su di sé. A riflettere, per esempio, sui propri “tasti dolenti”, per esempio quei nodi dolorosi e non risolti dell’infanzia che nei conflitti tornano a far male. Vuol dire imparare a farsi e a fare le domande giuste, base di quell’approccio maieutico che permette una trasformazione reale delle persone e delle relazioni. Quanto bene potrebbe fare tutto questo ad un educatore, al suo rapporto con se stesso e con i conflitti quotidiani che deve “reggere”? E quanto bene potrebbe a sua volta fare un educatore ai suoi ragazzi, educandoli in questo modo?

La scuola, specie nell’ottica di una ritrovata (o bentornata) educazione civica, può essere più che mai palestra di vita, di relazione, di resilienza. Gestire bene un conflitto può diventare fonte di una nuova sintonia con gli altri e con se stessi, costruzione di un equilibrio relazionale prezioso, di cui i nostri ragazzi sono sprovvisti. E anche noi. E può anche diventare (in una dimensione di ricerca spirituale, all’interno delle relazioni umane) una via per il perdono, che libera e costruisce. Litighiamo, allora. Perché la pace non è l’assenza del conflitto, ma il tenace, paziente lavoro di sua ricomposizione per una reciproca crescita delle parti. Non c’è vera pace senza conflitto, inutile illudersi. Il conflitto può avvicinare, insomma. Non spezza, se usato bene, ma avvicina e rinsalda i legami. Come mi fu insegnato quindici anni fa. E con un ricordo personale mi permetto di concludere questa proposta di lavoro. ☺

 

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