il diritto di sapere  di Domenico D’Adamo
28 Dicembre 2012
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il diritto di sapere di Domenico D’Adamo

 

Le lentezze della giustizia non sono ormai più sopportabili. I cittadini hanno diritto di sapere se un loro interlocutore, privato o pubblico che sia, è persona affidabile e perbene o invece un mascalzone pronto a mollargli una fregatura, così come ogni cittadino soggetto ad accertamento giudiziario ha il diritto di conoscerne l’esito. Solo nel nostro paese queste richieste di buon senso non sembrano avere diritto di cittadinanza. La legislatura si è conclusa e anche questa volta, dopo tante chiacchiere inutili, siamo di nuovo a zero. A causa delle disfunzioni della macchina giudiziaria, vuoi perché le regole non consentono una rapida definizione delle controversie, vuoi perché l’organizzazione giudiziaria è priva delle sufficienti risorse umane ed economiche, nessuno è più disposto ad investire in attività d’impresa con grave pregiudizio per il lavoro e per lo sviluppo. Nella nostra regione le cose vanno peggio poiché alla patologia nazionale si aggiunge anche un effetto locale, l’essere una piccola realtà, che alimenta le inefficienze. Non si comprenderebbe altrimenti il motivo per cui i processi penali per giungere all’udienza preliminare impiegano numerosi anni da quando i fatti  si sono verificati e le controversie civili registrano la stessa lentezza riscontrata per altre realtà giudiziarie.

Possiamo affermare senza il timore di essere smentiti che quanto a parametri negativi non siamo secondi a nessuno e, siccome  siamo convinti di avere una classe politica omogenea al resto del paese, non comprendiamo il motivo per cui, pur avendo la polizia giudiziaria effettuato delle indagini sulle spese della politica nelle maggiori istituzioni della regione, non si riesce a conoscerne gli esiti. Siamo alla vigilia di importanti consultazioni elettorali e vorremmo sapere se chi ci ha rappresentato lo ha fatto con onore oppure no. O dobbiamo votare al buio? Non è difficile accertare, così come hanno fatto in altre parti d’Italia, se i soldi dei contribuenti siano stati usati correttamente o invece se questi signori, sempre pronti a tornare in campo, ci abbiano pagato le spese delle loro vacanze e quelle dei loro amici.

Prendiamo ad esempio il caso della richiesta di rinvio a giudizio del presidente Iorio, indagato per questioni relative alla ricostruzione post sisma. Secondo l’accusa allargare il perimetro del “cratere sismico”, non sulla base di valutazioni oggettive ma per puro interesse di tipo elettoralistico-clien- telare, è reato: vale la pena ricordare che nella versione governativa i paesi ricompresi nel cratere sismico erano solo 14, nella versione Iorio, dopo i famosi decreti del 2003, i comuni sono diventati 82 e per questo motivo il presidente è stato riconfermato alla guida della regione. Il sostituto  procuratore di Campobasso ritiene che Iorio, abusando dei suoi poteri, abbia commesso reato. I terremotati attendono da dieci anni che si faccia chiarezza su questa vicenda e sicuramente il PM avrà le sue legittime motivazioni per giustificare il ritardo nell’accertamento dei fatti, ma come è possibile che per interpretare qualche norma, oltre che acquisire qualche dato, ci sia voluto tanto tempo? Sostenere che le schermaglie difensive, la legislazione garantista e le norme ad personam abbiano impedito un rapido svolgimento delle indagini non è convincente anche perché in questo caso il contraddittorio deve ancora iniziare: stiamo ancora a “cara mamma”. Se solo l’ accertamento giudiziario fosse stato più rapido, forse, avremmo potuto utilizzare meglio quei 154 milioni di euro spesi fuori dal cratere.

Qualcuno potrebbe obiettare che non è compito dei giudici prevenire i reati perché il loro compito è quello di verificare ed eventualmente sanzionare i comportamenti che hanno rilevanza penale ed allora è bene che si sappia che questo sistema così com’è non funziona e che di queste chiacchiere è lastricata la strada che porta all’impunità, ovviamente dei potenti. Questa “giustizia” in galera ci manda  i poveri, i fessi e gli extracomunitari, mentre per i politici in attesa di giudizio si spalancano le porte del parlamento. Tuttavia se in tutta questa vicenda ognuno avesse fatto a pieno il proprio dovere – mi riferisco all’autorità di controllo della protezione civile (un tal Guido al quale qualche zelante sindaco ha conferito la cittadinanza onoraria) che avrebbe avuto il dovere di impugnare i provvedimenti ritenuti da loro stessi viziati da elementi di illegittimità -qualcuno dei terremotati che abita ancora nelle baracche, forse, questo Natale lo avrebbe potuto trascorrere in una casa vera.

In questa storia la cosa ancora più singolare è che ai sindaci del cratere, vuoi perché hanno sempre condiviso le scelte compiute da Iorio e non i sacrifici sopportati dei propri concittadini, vuoi perché aspettano l’esito delle elezioni regionali per cambiare condottiero, ancora oggi, nonostante tutto, proprio non gli riesce di schierarsi dalla parte delle vittime. La costituzione di parte civile nel processo penale contro Iorio ed altri non può essere esperita da chi è stato, ed è, in perfetta armonia con il governatore. Quelli che in questi anni hanno condiviso le decisioni del commissario delegato senza aver mosso neanche un muscolo, oggi sono certamente imbarazzati, e forse anche confusi per l’iniziativa giudiziaria rivolta contro il governatore con il quale, oltre alle gioie avrebbero ora il dovere di condividere anche qualche dolore: sì, perché, il Modello Molise è stato sicuramente scelto da Iorio ma in quella valle di lacrime ci hanno pianto volentieri anche i nostri sindaci. Immaginare che l’ex sub commissario possa consentire all’ amministrazione comunale del suo paese, nella quale è autorevole membro e della quale detiene il pacchetto di maggioranza,  di costituirsi in giudizio contro Iorio è puro esercizio di fantasia, cosicché le vere vittime di questa vicenda sono i terremotati che resteranno fuori del processo, in buona sostanza “cornuti e mazziati”.    ☺

domenicodadamo@alice.it

 

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