Il fratello universale
Chi sia stato Charles de Foucauld e cosa abbia fatto nella vita, con buona probabilità non molti potrebbero rispondere di averne sentito il nome o di poter parlare delle scelte di vita e del messaggio che possiamo cogliere dalle sue multiformi esperienze di ricerca di Dio, del silenzio assoluto nella solitudine del deserto sahariano – “mitico” e “mitizzato”-, nell’incanto splendido del cielo africano, fascinoso, profondo, scuro ma lucentissimo per le stelle che vi si stagliano, infinitamente attrattivo nel trascinamento dello spirito alla cattura del senso di spiritualità alla quale ci si rivolge in virtù anche della seduzione che la profondità infinita dell’universo e l’odore terrigno della sabbia riarsa dal sole sollecitano, ravvivando il senso della comunione con gli uomini, della seduzione fascinosa che ci sospinge verso gli altri, verso le storie degli altri, verso la vita degli altri da noi.
Sotto questo cielo, sprofondato nella sabbia fredda delle notti nel deserto o dentro il suo eremo/fortino, a Tamanrasset, non rifugio solitario ma luogo di presenze continue, di ospitalità costantemente generosa nei confronti delle genti nomadi di queste regioni, i Tuareg, di cui molti in Europa ignoravano la storia, le tradizioni, la cultura, Charles de Foucauld ha capito quanto fosse necessario confrontarsi con queste popolazioni, considerandosi prossimo alle loro radici culturali, spirituali, e definendosi loro “fratello universale”.
Charles, infatti, considerava i Tuareg come fratelli, questi, ultimi tra gli ultimi all’interno dell’universo nomade delle popolazioni sahariane, oppresse dall’ imperialismo colonizzatore della Francia, che in questo modo intendeva esprimere la sua superiorità civile, militare, culturale. La Francia, infatti, considerava le popolazioni dell’ Africa, e non solo quelle, una entità da sfruttare, da schiavizzare in nome della grandeur nazionale, che si fondava sul senso di superiorità rispetto a tutte le altre popolazioni e alle loro storie. Charles è stato il divulgatore della cultura e delle tradizioni Tuareg, compilando il primo vocabolario al mondo – francese/tuareg – tra la fine dell’Ottocento e la prima decade del Novecento; inoltre, de Foucauld è stato anche lo studioso appassionato delle tradizioni sociali, culturali del popolo Tuareg, facendole conoscere a tutto il mondo a lui contemporaneo. In tale scelta di vita sta l’aspetto rivoluzionario di questo personaggio insolito, inquieto nello spirito, audace nei suoi viaggi durante i quali è riuscito a scoprire nuove frontiere, studiando geograficamente ed anche topograficamente, i territori attraversati e divenendo negli ultimi decenni dell’ Ottocento un geografo molto apprezzato. Charles, tuttavia, manifestava la sua irrequietezza nella costante ricerca di sé e del mondo nel quale vivere e realizzare la sua visione di vita sempre al fianco delle povertà, delle subalternità, condannando fortemente le forme di schiavitù applicate dalle autorità francesi. Per queste ragioni Charles si spoglia di tutto, delle ricchezze, del titolo nobiliare, rinuncia alla carriera militare a lui aperta, divenendo sacerdote, monaco, eremita nel Sahara sud algerino (Beni Abbès e Tamanrasset) e liberandosi, dicevamo, della presunzione di parte consistente dell’universo cattolico che riteneva di essere l’unico possessore della Verità assoluta e la rappresentazione della primazia nei confronti di altri credi religiosi che ponevano al centro del loro interesse la Natura, il Cielo, gli ultimi della Terra, i più disagiati, quelli che l’uomo del nord del mondo, l’uomo dell’opulenta, avara ed anche razzista Europa, avrebbe voluto (come vorrebbe) sempre considerare e trattare come subalterni, come schiavi, privi della capacità di costruire una società di uomini liberi e uguali.
Nell’approfondire il senso di queste scelte che Charles persegue fino alla sua morte, avvenuta in modo violento a Tamanrasset il primo dicembre del 1916, ucciso da armi “amiche”, consistono il significato e l’efficacia della scrittura collettanea che abbiamo fatto, come pure la rilevanza della decisione di mettere in comune visioni anche diverse in un cammino condiviso, quest’ ultimo sollecitato dal desiderio di verificare quanto oggi sia rilevante e necessario conoscere e diffondere la cultura, che subito diventa praxis, dei rapporti pacifici in grado di offrire nuove soluzioni di condivisione delle diversità fra uomini di differenti rappresentazioni della postmodernità; di confronto che potrebbe accrescere e diversamente valorizzare il nostro mondo e che, secondo tanta parte di studiosi, da Said, a Fanon, a Mbembe, restituirebbero agli ultimi della Terra, ai poveri dei continenti più disastrati, la loro dignità e la loro autenticità, come le condizioni sociali di eguaglianza, di solidarietà tra i cosiddetti primi e i presunti ultimi.
Raimon Panikkar (Visione trinitaria e cosmo teandrica: Dio-Uomo-Cosmo, Jaka Book, Mi, 2010) sostiene che siamo (nazioni e società civili) tutti indipendenti ma legati gli uni agli altri e inventa un neologismo “interindipendenza”, lessema che indica nello stesso momento libertà e legame. “L’ interindipendenza”, sostiene Panikkar, non è né eteronomia e neppure libertà; ma la relazione fra due soggettività/individualità/, che sono differenti fra loro ma che avvertono la necessità di star insieme, riconoscendo che le diversità sono la condizione dello sviluppo dell’una e dell’altra”.
Tuttavia, sappiamo bene che la società della interindipendenza è, ovviamente, tutta da costruire. Questo è un passo, è una proposta che richiama alla mente il senso dell’incontro, dell’ascolto, della condivisione delle diversità, così come ci ha fatto vedere che sia possibile Charles de Foucauld.
N.B. Il libro Il coraggio di esplorare è stato presentato il 26 ottobre scorso nella Sala Celestino V della Diocesi di Campobas- so/Bojano alla presenza di mons. Giancarlo Bregantini e degli autori del volume.☺
