Il fuoco sacro dell’amore
18 Dicembre 2017
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Il fuoco sacro dell’amore

Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo” (Ct 8,7).

Il Cantico dei cantici, che appartiene al corpus degli Scritti, più precisamente alla raccolta dei Sapienziali, è fra i più sorprendenti della Bibbia ebraica ed ha suscitato sempre perplessità ma anche tanta attrazione. Per la tradizione rabbinica il rotolo del Cantico ha il suo posto legittimo nella liturgia sinagogale della festa di Pasqua (a motivo dell’accostamento ad Os 2,16-22, dove si annuncia che l’amore del Signore per Israele, espresso con l’uscita dall’Egitto, troverà il suo compimento in un fidanzamento definitivo). Il titolo ebraico del libro Shir hashirim, letteralmente il “manticissimo”, è un superlativo con il quale si vuole innalzare questa composizione al di sopra di qualsiasi altro canto profano. Per i rabbini inoltre il Cantico è il “Santo dei santi” della Scrittura.

Poemetto di sole 1250 parole, tempestato di simboli e risalente al periodo post-esilico tra il V e il IV secolo, il Cantico non è una composizione programmatica, ma un poema che vuole intrattenere, far sognare, celebrare l’amore e soprattutto trasmettere un’esperienza che provochi i lettori al risveglio dei sensi. Simile alle collezioni di canti d’amore profani, in particolare egiziani, il Cantico contiene la descrizione elogiativa del corpo della persona amata (o wazf), che è tipica della poesia siriana e araba, ma presenta anche il suo carattere autoctono per via dell’orizzonte siro-palestinese (con la menzione dei luoghi: dall’Amana e dal Libano al nord fino a Kedar a sud; da Galaad e Chesbon a est fino a Sharon a ovest). Quanto alla lingua troviamo un ebraico tardivo con molti aramaismi. Si insiste molto sull’ambiente del palazzo salomonico immaginato a Gerusalemme. Domina il giardino, luogo dell’incontro d’amore, che rimanda all’eden perduto. Appaiono oltre ai frutti, profumi, gioielli e altri elementi che rimandano al lusso. I protagonisti sono un uomo e una donna i cui nomi hanno a che fare con lo shalom, la pace: Shelomoh lui e Shulammit lei, Salomone e la Sunnamita, pastore e pastorella, re e regina.

Nel testo, che è chiaramente profano, non si parla di Dio, se non nella descrizione di Ct 8,6, dove l’amore viene paragonato alla morte e alla “fiamma di Ya”, una specie di superlativo che potrebbe rimandare a un “colpo di fulmine sacro”. L’amore nel Cantico mette in luce la bellezza della reciprocità e della mutua appartenenza. In esso non vi è un partner che domina sull’altro, com’era accaduto dopo il peccato, ma una pari dignità nell’iniziativa dell’amore. Al sospetto e all’accusa, si sostituisce il registro dell’elogio e l’armonia che si respira nella coppia si riversa inevitabilmente nel cosmo. Come il corpo di chi si ama è un microcosmo dove si può contemplare la bellezza dell’universo, così nel macrocosmo si può respirare la sinfonia dell’amore tra l’uomo e la donna che libera profumi, sapori, musiche, colori, abbracci, baci e carezze.

Il Cantico è stato interpretato in modo letterale, come celebrazione della forza dell’amore umano tra una donna e un uomo, ma anche in modo allegorico, come nella grande tradizione ebraica e cristiana, per parlare del rapporto Dio e Israele suo popolo, tra Cristo Sposo e la Chiesa sposa. Il libro trova il suo fulcro nella dinamica sponsale dell’amore e – a mo’ di parabola che aiuta a trasferirsi in un “altrove” dove si parla il linguaggio caldo degli innamorati che guarisce dalla solitudine, dal ripiegamento, dall’egoismo – ci riconduce nel presente suggerendoci che la vita non procede per imposizione di comandi o costrizioni, ma in forza di un’estasi, di un incanto, di un rapimento che porta fuori di sé, mette in cammino e fa vivere la storia in chiave relazionale, comunionale e agapica.

Non c’è inverno che tenga dinanzi all’amore, non c’è morte che possa avanzare a cuor leggero verso il suo fuoco che illumina, riscalda e salva l’essere umano dal ghiaccio del ripiegamento e dalla rigidità dell’isolamento. Per questo l’amore è pasquale: sa di esodo da me stesso per passare ad orizzonti più grandi, sa di una morte a me stesso che non è l’ultima parola ma il principio della vita nuova, sa di abbraccio accogliente che non soffoca l’altro ma lo ossigena e lo rilancia nella vita.

 

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