Il nefasto effetto del jobs act
I dati sull’occupazione ci dicono che in Italia di 18 milioni e 800mila occupati dipendenti del 2024, 13 milioni e mezzo di persone hanno contratti a tempo indeterminato e a tempo pieno e 2 milioni e mezzo sono a tempo indeterminato e part time. I lavoratori a tempo determinato, tutti i lavoratori “non standard” arrivano a 5 milioni e 300mila. In vent’anni, tra il 2004 e il 2024, l’occupazione dipendente totale è cresciuta complessivamente del 17%. I lavoratori “standard”, a tempo indeterminato e a tempo pieno, sono cresciuti solo del 7,2%, mentre quelli stabili ma part time sono aumentati del 60%. Se consideriamo quelli a tempo determinato, le posizioni a tempo pieno sono aumentate del 32% mentre quelle part time sono raddoppiate con un aumento del 95%.
Con l’introduzione della legge renziana del Jobs Act emerge una chiara divergenza tra le tipologie contrattuali: a partire dal 2016 si amplia notevolmente il numero di nuovi contratti a tempo determinato e parasubordinati (apprendistato, stagionali, somministrazione ed intermittenti). Nel 2024 sono stati 3 milioni e 700mila i contratti a tempo determinato e 3 milioni e 100mila i contratti parasubordinati. Come termine di riferimento ricordiamo che il totale delle persone dipendenti a tempo determinato è di 2 milioni e 800mila. Gran parte dei contratti è quindi per periodi inferiori all’anno, con un’elevatissima frammentazione delle posizioni lavorative. Le dimensioni raggiunte dai contratti parasubordinati mostrano chiaramente che le condizioni di lavoro precario, temporaneo, a termine e discontinuo si estendono anche nella direzione del lavoro apparentemente autonomo, aggravando di molto fragilità e iniquità, o meglio ancora ingiustizie, del mercato del lavoro italiano. A partire dal Jobs Act la gran parte delle nuove assunzioni riguarda i contratti a tempo determinato e parasubordinati. I dati dell’Osservatorio sul precariato dell’INPS confermano che i lavoratori sotto i 29 anni sono maggiormente esposti a impieghi con contratti non-standard, mentre i contratti a tempo indeterminato si concentrano, con forti disparità tra nord e sud Italia, nella fascia tra i 30 e i 50 anni.
Una politica che limiti la varietà di contratti non-standard e offra incentivi al tempo indeterminato potrebbe ridurre efficacemente la precarietà del lavoro. Un rilevante intervento è stata l’introduzione del Reddito di cittadinanza (legge 26/2020) nel 2020, che ha consentito di attenuare le condizioni di povertà per le persone con maggiori difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro. Ma queste misure sono state eliminate con l’arrivo nel 2022 del governo di Giorgia Meloni. Inoltre, con il Decreto “Primo maggio” del 2023, il governo ha facilitato l’estensione dei contratti a termine, riportando nel mercato del lavoro regole che favoriscono la precarietà. L’attuale espansione del numero di occupati, anche a tempo indeterminato, sembra essere un risultato positivo, ma tuttavia nasconde gravi fragilità: non c’è una parallela espansione del numero di ore lavorate, dato l’aumento di posizioni part time o lavori di poche ore e “a chiamata”, i nuovi impieghi sono concentrati nei servizi a bassa qualificazione e in professioni con qualifiche e salari molto modesti.
Un mercato del lavoro con un’elevata precarietà e un diffuso part time tende a registrare anche una dinamica dei salari negativa: tra il 2008 e il 2024 i salari reali medi in Italia sono diminuiti di 9 punti percentuali, mentre in Germania e Francia si è assistito ad un incremento, rispettivamente, dell’14% e del 5%. Secondo il rapporto OCSE sull’occupazione, l’Italia risulta essere il Paese che ha registrato la maggiore caduta dei salari reali nell’intera area dei Paesi OCSE, cioè delle nazioni più sviluppate e democratiche nel mondo.
La caduta dei salari reali è l’effetto congiunto di varie trasformazioni. Sul piano della struttura produttiva, la dinamica dei salari è stata colpita dallo spostamento dell’occupazione verso i servizi a bassa qualificazione e dalla mancanza di investimenti in nuove attività economiche. È opportuno ricordare che tra il 2010 e il 2019, prima della pandemia, gli investimenti fissi lordi in Italia sono caduti in termini reali di 8 punti percentuali, mentre sono aumentati del 16% in Francia e del 20% in Germania. Senza nuovi investimenti e attività economiche avanzate, con scarse innovazioni tecnologiche e organizzative, con dimensioni d’impresa sempre dominate da aziende piccole e piccolissime, con la crescente polarizzazione della composizione per professioni degli occupati, la produttività del lavoro in Italia ha avuto un lungo ristagno e gli spazi per gli aumenti salariali si sono notevolmente ridotti. Anche nelle attività manifatturiere le produzioni presenti in Italia sono scivolate in basso nelle catene del valore globali, concentrandosi su segmenti a basso contenuto innovativo e con limitatissima domanda di lavoro qualificato; i salari, di conseguenza, sono stati spinti verso il basso, come anche le qualifiche dei lavoratori.
Con l’introduzione del Jobs Act si prometteva una crescita del paese fondata sul circolo virtuoso tra più flessibilità, più occupazione, più investimenti, più produttività e più salari. Nella realtà, a dieci anni di distanza, si è attivato un circolo vizioso. I bassi salari e l’alta flessibilità del mercato del lavoro hanno fatto in modo che le imprese evitassero investimenti e innovazione scaricando sul lavoro i costi di un modello produttivo inadeguato. L’indebolimento del lavoro, la flessibilità del mercato del lavoro introdotta con il Jobs Act, i bassi salari che ne sono derivati sono stati elementi fondamentali nei processi che hanno portato all’attuale declino dell’economia italiana. I bassi salari hanno portato una quota crescente di occupati, in particolare quelli con lavori a termine e part time, a vivere, sempre più, in condizioni di povertà con la diffusione del cosiddetto “lavoro povero”.
In Italia circa il 10% dei dipendenti stabili di età compresa tra 25 e 59 anni si trovava, tra il 2009 e il 2019, per salari bassissimi, in una condizione di povertà lavorativa. Nello stesso periodo, per la stessa classe di età, la quota di lavoratori poveri sui dipendenti con contratti a tempo determinato è passata dal 25% al 28%. La precarietà dei contratti di lavoro è direttamente associata all’aggravarsi delle condizioni di “lavoro povero”.
Il dibattito suscitato dall’introduzione del Jobs Act aveva già segnalato molti di questi rischi: gli effetti che le misure introdotte avrebbero avuto sulla quantità e qualità dell’occupazione, il degrado della produttività e della struttura economica. Si erano proposte politiche alternative, macroeconomiche, di espansione dell’occupazione, la drastica riduzione del numero di contratti di lavoro per contrastare la precarietà, l’introduzione del salario minimo per tutelare i redditi da lavoro, la riduzione dell’orario di lavoro. Oggi sarebbe il caso di applicare queste proposte! Ma per farlo, diventa necessario che si prenda in seria considerazione il valore simbolico dei quesiti referendari dell’8 e 9 giugno, della necessità che si vada a votare e che vincano i “SI”, che va ben oltre la necessaria riaffermazione dei diritti sociali, negati dal renziano Jobs Act. La vittoria dei 5 sì vorrà significare il ritorno alla dignità dei lavoratori e che i diritti sociali non possono e non devono essere sacrificati per l’arricchimento di pochi, il riarmo e la guerra.☺
