Il tempo investito nella coppia
6 Novembre 2026
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Il tempo investito nella coppia

Lorenzo Foltran, poeta di Roma, dove si è formato in italianistica per poi specializzarsi in management dei beni e delle attività culturali, vive in Francia. Ha pubblicato tre raccolte: In tasca la paura di volare (Oèdipus edizioni, 2018), Il tempo perso in aeroporto (Graphe.it edizioni, 2021) e Khalvat (Graphe.it, 2025). Ai leggeri e vaganti titoli delle prime due sillogi (splendido il secondo) si contrappone il petroso e, sulle prime, indecifrabile termine sotto cui si snoda la terza. Il risvolto spiega: «Il Khalvat è un concetto tipico della spiritualità e della letteratura persiana. Si può tradurre con “racco- glimento”, ma anche con “mistica intimità”. Nella tradizione sufi, indica la concentrazione interiore indispensabile per la contemplazione». Concentrazione e raccoglimento sono fattori importanti per sintonizzarsi sul racconto che qui si dipana, e che riguarda una travolgente storia d’amore. La prima sezione, intitolata L’una il nume dell’altro, scende nell’intimità di due amanti che si sono chiusi nel proprio microcosmo, quasi elevandosi, nell’intensissimo scambio, a personali divinità (del tipo che, secondo Epicuro, vive fra mondo e mondo, indifferente a tutto ciò che è estraneo al proprio compiuto stato di beatitudine). «Implode a poco a poco il mondo fuori./ Purezza custodita delle notti/ […]A noi stessi libiamo come Dei/ su stoffe giunte dal lontano oriente./ […] Rituale della nostra religione,/ ebbri, sciolte le vesti, età dell’oro./ Distanti, gli altri, tutti alla ricerca/ della vita futura e precedente./ Questa è la vera vita, non ce n’è altra./ Io e te, tu ed io, noi nel tempio, nel tempo».
Tuttavia, purtroppo, come ciascuno sperimenta è proprio la «vera vita» a non conoscere un’adeguata tenuta. Il ‘tempo del mito’ viene sempre a patti, prima o poi, con l’Economia reale cui s’intitola il secondo movimento: quei riti del lavoro quotidiano e dell’obbligata interazione con gli altri che al mito sottraggono tempo e tenuta. Ecco dunque alcune prime crepe, nella ridda di uffici, pratiche, palazzi che via costruiscono uno spazio urbano soffocante, pronto ad accendersi la sera di un «inquinamento luminoso» che «dalla volta celeste oscura il mito»: sì che «le luci artificiali sono tenebre/ che velano e poi eclissano l’abbraccio/ di due amanti mortali che credevano/ un istante d’aver visto il contorno/ della loro figura tra le stelle». Fra endecasillabi e settenari, l’intimità di quel quasi mistico khalvat si incrina: «Se la notte ti sveglio/ (gli spasmi delle gambe/ che cominciano presto)/ è perché cerco sempre/ di trovare la mano/ a cui cieco mi aggrappo/ per non cedere al vuoto/ che batte alle finestre./ Ma spesso non gradisci/ e mi ritrovo al bordo/ di un letto smisurato./ Sopportare gli insulti,/ tenere duro e amarti». Dal khalvat al calvario il passo è breve.
Il finale non è svelato, ma la terza parte s’intitola Naufrago in piscina. Il protagonista maschile è ritratto nel suo isolamento fisico e mentale lungo le sue nuotate, e quella monade di coppia della prima sezione è ormai lontana vasche-luce. Questa immersione nella singolarità – in un nuovo elemento – sa di solitudine, e di naufragio (in piscina, ma anche in un cielo solcato da fuochi d’artificio, su un divano di fronte a videocassette, in un giardino, in cucina, fra i rifiuti su una spiaggia). Se ne possono forse guadagnare «raccoglimento» e «intimità» magari anche «mistica», ma la principale sensazione resta quella di una mancanza, quella della felicità iniziale, perduta fra rottami di istanti e reliquie di un frantumato io. Questa rubrica propone per solito una poesia emblematica della raccolta: qui vale la pena disporne a riscontro due: dalla prima sezione, dove perfino le ombre sono in armonica sintonia, e poi dalla terza (la crisi della seconda ha già i suoi esempi)
La goccia che si staglia sulla foglia
contiene in essa ciò che la circonda.
Seguiamo i corsi d’acqua tra i cipressi,
alternando i silenzi alle parole.
Appartate, al sicuro dal deserto
e dai commerci delle carovane,
le nostre ombre riposano sui prati.
Quando ci avviciniamo troppo al muro
si destano, si siedono, ci guardano.
Con un gesto consigliano di stare
lontani dai confini del giardino,
di ritornare al centro, alla fontana,
luogo dove il divino si rivela.
Perfetta simmetria del quadrilatero.
Alla deriva, naufrago in piscina,
il cloro esala i fumi soporiferi,
narcotizzanti, droghe a poco prezzo,
che a bocca aperta inspiro quando emerge
in una smorfia dall’acqua la testa.
Fino a che posso libero i polmoni
per tenere lo sguardo sull’abisso.
Ma dal bordo di marmo si propaga
la luce fluorescente dei fanali
che impedisce alla fossa di salire.
Sotto, le orecchie piene di silenzio
e costante il gorgoglio in superficie.
Con le onde in alto, scelgo di affondare,
avvolto dalla massa, urlo di bolle.
Alle pagine 68 e seguenti, uno spazio deputato a Poesia della lettrice o del lettore: forse perché chi si sia ineluttabilmente riconosciuto nella parabola tracciata da questi versi abbia modo di rispondere loro testimoniando, in quest’angolo di mondo – in questa singola copia di questo singolo libro – la propria personale, irripetibile esperienza.☺

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