Il tocco che ridà la vita
9 Dicembre 2019
laFonteTV (4175 articles)
Share

Il tocco che ridà la vita

«E subito Gesù… si voltò alla folla dicendo: “Chi ha toccato le mie vesti?”. E la donna, impaurita e tremante… gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: “Figlia, la tua fede ti ha salvata”» (Mc 5,30.33-34).

Il vangelo secondo Marco, il più antico dei quattro vangeli, viene scritto con molta probabilità a Roma fra il 65 e il 70 d.C. ed è indirizzato a cristiani estranei al giudaismo. Diversamente da Matteo e Luca che ricordano l’infanzia di Gesù, Marco apre il suo vangelo con la predicazione di Giovanni il Battista ambientata nel deserto e seguita dall’entrata in scena di Gesù adulto, al momento del suo battesimo nel Giordano (cf. Mc 1,1-13). Essendo molto breve e imperniato sugli eventi che ruotano attorno alla passione e risurrezione di Gesù, si pensa sia stato redatto per essere letto durante la celebrazione pasquale. Viene definito il vangelo dei catecumeni per il suo scopo catechetico e pastorale e per il suo obiettivo di far passare i cristiani da “fuori” a “dentro”, invitandoli in uno spazio non tanto fisico quanto relazionale: l’amicizia con Gesù.

Per Marco il contatto con Gesù restituisce vitalità. Questo lo si vede, in un modo molto speciale, nel brano di Mc 5,21-43, che è fatto di “trame incastonate”, dove appare un miracolo dentro l’altro e dove l’intervento di Gesù ha come destinatarie due donne: una ragazza di 12 anni molto malata, il cui papà, di nome Giairo, capo della sinagoga, si rivolge a lui per chiedergli di imporre le mani alla figlia per guarirla, e una donna, anonima, affetta da perdite di sangue da 12 anni, fortemente convinta che toccare il mantello di Gesù possa restituirle la guarigione.

Gesù parte per recarsi nella casa di Giairo che lo ha mandato a chiamare per far visita a sua figlia che, però, nel frattempo, muore, e lungo la strada incontra l’emorroissa. L’indicazione temporale – “dodici anni” – crea una forte connessione tra la bambina che muore all’età di 12 anni e la donna che è malata da 12 anni. Il morire della bambina a 12 anni esprime in qualche modo la condizione della donna: è viva ma ormai morta. Quelle perdite di sangue, infatti, le tolgono la vita, rendendola impura secondo la legge ebraica (cf. Lv 15,25) e proibendole di contrarre matrimonio. Si tratta di una donna incompiuta in una società dove la donna si realizza solo come sposa e madre.

Questa componente femminile, messa sotto scacco dalla malattia, dalla morte e da una debolezza che minaccia la vita fisica e quella relazionale, non parla solo dell’identità della donna, ma rimanda anche allo statuto del popolo di Dio, unito a lui in un’alleanza d’amore che lo rende suo partner, sua “sposa”.

Le due donne, attraverso il dettaglio che le accomuna – il numero 12 – rappresentano il popolo dell’alleanza, simboleggiato, guarda caso, proprio dalle 12 tribù di Israele. Questo popolo è ormai esanime: l’osservanza della legge, le offerte e tutta una vasta gamma di riti non ha trasmesso vita (cf. Gal 3,21), gioia e pienezza al popolo, ma lo ha logorato divenendo un fardello insopportabile.

La donna emorroissa è ricorsa ai medici che l’hanno dissanguata anche a livello economico senza guarirla e alla bambina malata il potere del padre, capo della sinagoga, non ha sortito alcun effetto benefico. Tutto questo è segno che il popolo è destinato a morire se non sceglie di aprirsi a chi possa arginare l’ondata di malessere per riportare salute e guarigione.

Giairo e l’emorroissa scelgono di rivolgersi a Gesù. E Gesù si lascia trovare. Si lascia toccare dalla donna anemica che percepisce tutta la sua energia salvifica. Colui che è stato toccato dalla mano e dalla fede di una donna continua il suo viaggio e, giunto a destinazione, è lui a toccare un corpo spento liberandolo dai tentacoli di una morte beffarda che vuole impedire a una bambina di diventare grande, a un germoglio di portare frutto.

Capita a tutti di sentirsi anemici e senza forze e di cercare soluzioni per restare a galla. Il Vangelo ci suggerisce un rimedio sicuro: la terapia della fede che consiste nell’aprirsi all’incontro con un Dio che, anche quando versiamo in situazioni mortifere, ci tratta da vivi, ci chiama per nome e ci tende la mano. Questo incontro rimette in circolo la vita, ci libera dall’isolamento e ci rende capaci di relazioni vive e vivificanti.  

laFonteTV

laFonteTV