Il travaglio della fede
30 Agosto 2017
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Il travaglio della fede

«Ecco, Dio è sublime nella sua potenza; quale maestro è come lui? … è così grande che non lo comprendiamo…» (Gb 36,22.26).

Il libro di Giobbe appartiene al corpus degli scritti sapienziali, la cui riflessione s’interessa del presente e dell’uomo all’interno della creazione. Per i saggi d’Israele nella creazione vi è un ordine che è il modello anche per l’esistenza umana. Il saggio, infatti, è l’uomo che nella sua vita incarna l’armonia insita nel creato, è un uomo di grande esperienza che sa che da tutto e da tutti può imparare e non teme di attingere alle culture degli altri popoli. È un credente in ricerca che tenta di esprimere la propria fede in un linguaggio accessibile alle culture circostanti.

Il libro di Giobbe, esempio di inculturazione della fede perché si confronta con la sapienza egiziana e mesopotamica, narra la vicenda di Giobbe, un non ebreo, descritto sia dal narratore che da Dio come un uomo “integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male” (Gb 1,1.8; 2,3), che è “il più grande fra tutti i figli d’oriente” (Gb 1,3), un chiaro esempio del principio della retribuzione: colui fa il bene riceve il bene, cioè si moltiplica e prospera.

Ma in questa storia così felice fa capolino il dubbio insinuato dal satana che, diversamente da quanto si pensa, non è l’incarnazione del male, ma una figura deputata a saggiare la natura della fede di Giobbe e che lancia la “bomba”: “Forse che Giobbe teme Dio per nulla?” (Gb 1,9). Può l’uomo rapportarsi a Dio in una relazione improntata alla gratuità? A questo punto interviene la prova che consiste nella perdita dei figli e dei beni (Gb 1,13-19) e poi anche della salute (Gb 2,7). In una prima reazione, da cui deriva la proverbiale “pazienza di Giobbe” (cf. Gc 5,11), Giobbe legge la sua prova con gli occhi della fede: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!” (Gb 1,21). Ma in una seconda reazione, egli maledice il suo giorno e sostiene che avrebbe voluto che il grembo di sua madre fosse stata la sua tomba, non il luogo della gestazione e della sua preparazione alla vita (Gb 3,11-12). Nasce così uno scontro corpo a corpo con Dio (rîb o controversia bilaterale): Giobbe non riesce a capire perché se Dio ha creato tutto per la vita, si accanisca nell’umiliare le sue creature con la malattia (Gb 10,8).

Compaiono nel racconto anche tre amici del protagonista che sono i portavoce di una visione della sofferenza come caso morale. Giobbe però si ribella alla visione di Dio da essi propinata e alla ricetta preconfezionata della teoria della retribuzione e li definisce “medici da nulla” (Gb 13,4). In realtà tutti vogliono trovare il colpevole, che per gli amici è Giobbe e per Giobbe è Dio. Pur ammettendo di non essere del tutto esente e che prende le difese di un dalla colpa, Giobbe considera la sofferenza che gli è toccata in sorte eccessiva rispetto al male che ha potuto compiere. Per questo perde la speranza e non trova altro rimedio che invocare la morte e dire al sepolcro “Padre mio sei tu!” (Gb 17,14). Poi in Gb 32-37 appare un personaggio nuovo, Eliu, il cui intervento punta a correggere alcune affermazioni fatte da Giobbe e dai suoi amici, Dio il cui mistero è insondabile e il cui agire non può essere sottoposto al giudizio: “Dio è così grande che non lo comprendiamo” (Gb 36,26). Il dolore è per Eliu come un grande lavacro di purificazione, un crogiolo che libera dal male e dalle sue scorie.

A partire dal capitolo 38, Dio interviene e propone a Giobbe uno scambio di ruoli. Egli sostiene che l’ordine del mondo non è centrato sull’uomo, ma supera l’uomo. Dio non risponde a tutte le questioni di Giobbe, ma lo rende tuttavia degno di scambiare la sua parola con la parola soprannaturale e di conversare col suo Creatore e lo invita a fidarsi della sua provvidenza misteriosa, intenerendo il cuore di Giobbe tanto da indurlo a dire: “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto” (Gb 42,5).

Il libro di Giobbe non è un libro sul tema del dolore, ma sull’incontro con Dio attraverso una ricerca che non dribbla la dimensione della lotta interiore e del travaglio della fede. Esso è un libro da ascoltare dall’interno della coscienza.

Spesso attribuiamo a Dio tutto il male del mondo. C’è un gusto tutto particolare a cercare il colpevole e più il colpevole sta in alto più c’è soddisfazione da parte dell’accusatore a porsi al di sopra di lui. Ma quando hai accusato Dio pensando di averlo sopraffatto, proprio allora scopri che hai perso il tuo unico vero difensore e custode per esporti a ogni sorta di pericolo e al non senso.

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