Incredulità
19 Febbraio 2021
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Incredulità

“Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete? Avete orecchi e non udite?” (Mc 8,17-18). Queste parole di rimprovero che Gesù dice ai suoi discepoli riecheggiano un altro testo del vangelo di Marco che suscita un po’ di perplessità per chi pensa che Gesù parlasse in modo trasparente. Si tratta di un passo che segue il racconto della parabola del seminatore: “A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano perché non si convertano e venga loro perdonato” (Mc 4,11-12). In entrambi i casi viene citato un passo di Isaia (6,9-19), che ricorre diverse volte nel Nuovo Testamento ed è applicato anche all’insuccesso della predicazione di Paolo presso i giudei di Roma (At 28,26-27). Doveva essere un testo molto meditato dai primi cristiani per spiegare l’indurimento del cuore di quella parte maggioritaria del popolo che non ha creduto in Gesù come Messia. Come a dire: in realtà era già stato previsto da Dio e lo aveva già detto attraverso il profeta Isaia diversi secoli prima, per cui l’incredulità non deve scoraggiare chi si affatica per l’evangelizzazione.

La particolarità di Marco, tuttavia, sta nel fatto che quelle stesse parole che denunciano l’incredulità del popolo sono applicate ai discepoli che, nonostante abbiano seguito Gesù e lo abbiano riconosciuto come loro Maestro, rischiano di non vederlo realmente per quello che è: non il Messia glorioso che sbaraglia i nemici con un manipolo di seguaci, come fecero i gloriosi Maccabei due secoli prima, ma il Messia crocifisso, quello che Paolo definisce “scandalo per i giudei e pazzia per i pagani”. I discepoli stessi, insomma, sono i primi a fraintendere il messaggio e la persona di Gesù. L’evangelista vuol far capire ai suoi lettori che non basta pensare di seguire Gesù ma bisogna sapere innanzitutto chi è, per seguirlo in modo coerente, altrimenti si rischia di proiettare su di lui i propri schemi mentali e quindi non solo di fraintenderlo ma di presentare agli altri una sua parodia. Per i discepoli si apre un tempo di formazione che passa attraverso vari momenti di incomprensione che culminano nell’abbandono totale del Maestro nell’ora più buia, quella della croce. Il vangelo tuttavia apre uno spiraglio alla fine, quando il giovane che appare alle donne chiede loro di andare a dire innanzitutto a Pietro (che ha rinnegato Gesù) e poi agli altri discepoli che Gesù si mostrerà loro risorto.

Mi piace applicare questo messaggio-denuncia di Marco anche al nostro tempo di pandemia in cui, nonostante gli appelli ad essere attenti, fatti da esponenti seri del mondo scientifico, ci si continua ad illudere che in realtà sono altri i veri problemi, come l’economia che si è fermata e il dispotismo di un governo che ormai parla solo con decreti legge. Vorrei segnalare l’esperienza che in prima persona sto facendo nel comune dove risiedo, Sant’Elia a Pianisi, che fino ai primi di dicembre era in una condizione simile a tanti piccoli paesi che vedevano solo marginalmente gli effetti devastanti della pandemia. In breve tempo, a causa di azioni collettive compiute come se si fosse in tempi normali (processioni religiose, assembramenti per funerali, inaugurazioni di esercizi commerciali e di luminarie natalizie più alcune feste private) si è precipitati nell’angoscia di veder crescere velocemente i contagi che hanno superato le cento unità su una popolazione di 1.600 abitanti e si è arrivati a contare già sei decessi più diversi ricoveri. Ciò che è accaduto in questo piccolo comune è la prova, se ce ne fosse ancora bisogno, di ciò che accadrebbe se si tornasse a una vita anche solo vicino alla normalità come molti si ostinano a fare pensando che la trasgressione delle regole sia solo un continuare l’abituale esercizio tipico di molti connazionali di far fesso il governo. Inoltre abbiamo una classe politica che discute se si debba andare o meno alle elezioni, accampando anche l’esempio confortante di paesi che, a causa di scadenze naturali delle legislature, si appressano a votare (ma un conto è votare perché si deve, un conto perché adesso bisogna approfittare, come vorrebbero fare Salvini e Meloni, del vento in poppa dei sondaggi, in barba alla salute di quei cittadini che in modo ipocrita poi ci si impegnerà a servire nel rito di investitura dei governanti). Chi ha a cuore il bene dei cittadini dovrebbe non preoccuparsi di come gestire i soldi che arriveranno chissà quando, ma controllare che quelli già presenti nelle casse siano erogati ai cittadini che ancora aspettano i contributi del lockdown e far sì che il governo di cui si faceva parte (è a Renzi che mi riferisco) attui ciò che ha scritto già sulla carta dei decreti anziché lamentarsi per quelli che sono ancora da scrivere.

Quelle parole di Gesù sono rivolte a noi che viviamo questo tempo di prova perché apriamo finalmente gli occhi sulla serietà del momento, anziché pretendere continuamente di tornare a vivere le distrazioni della vita consumistica; ai politici che continuano a fare scelte non per il bene dei cittadini ma calcolando quanti posti si possono garantire nel prossimo governo o parlamento per continuare a gestire un potere usurpato perché attuato contro il bene del popolo. E sono rivolte alla chiesa che nonostante l’opportunità offerta dal blocco delle attività per interrogarsi su cosa ci sta a fare, pretende solo di avere più spazi per continuare a fare attività che richiedono per natura loro assembramenti che oggi non promuovono l’esperienza della vita comunitaria ma accelerano semmai solo il trapasso al regno dei  cieli.☺

 

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