La dama di camelot
Le preziose: con questo titolo apro articoli che parlano di donne di ieri, l’altro ieri, oggi che, come le preziose del settecento hanno agito o vissuto per lasciare il testimone alle altre.
In questi mesi di tempeste civili e politiche, emergono figure di prossimi governanti fra cui quella di Giorgia Meloni. Sarà difficile appoggiare una donna che nei consessi del proprio partito oppure nei discorsi all’estero ha mostrato violenza di espressioni e attacchi non solo alla Costituzione italiana ma anche alla libertà individuale e sociale, il che spaventa non poco.
Per questo mi è venuto in mente di parlare di due figure iconiche, donne che non hanno avuto il potere in prima persona ma che hanno affiancato due grandi momenti della storia mondiale: Jacqueline Kennedy e Evita Peron.
Jacqueline Kennedy può sembrare una figura ornamentale nei riguardi della politica e dell’immagine presidenziale, invece fu una donna che partecipò attivamente a tutte le scelte del marito e forse proprio la nuova visione del mondo fu l’unica forma di amore che tenne insieme una coppia frantumata dal bulimico modo di vivere la sessualità di John Kennedy. Basta ricordare per chi non ha vissuto quegli anni emozionanti due discorsi.
Il primo, famosissimo, (rileggetelo prima di votare) è il discorso di investitura del 1961: “Concittadini del mondo, non chiedete cosa l’America può fare per voi, ma cosa possiamo fare, insieme, per la libertà dell’ uomo”. L’altro è del 26 giugno 1963. Il presidente statunitense è in visita a Berlino Ovest: “Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire ‘Civis Romanus sum’. Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire ‘Ich bin ein Berliner’. Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole ‘Ich bin ein Berliner!’”. “… La libertà è indivisibile e quando un solo uomo è reso schiavo, nessuno è libero”.
Jacqueline Bouvier appare per la prima volta in una splendida giornata di giugno del 1953 nel parco di residenza dei Kennedy dove tutti erano presenti al ballo di fidanzamento dei due giovani. Tutti guardavano questa esile ragazza che incedeva elegante, permeata di grazia a fianco a John: quando le sorelle la guardarono, lei si girò con un sorriso enigmatico.
Nasce il 28 luglio del 1929 a Southhampton, vicino New York, primogenita di una famiglia dell’alta società: suo padre John Vernon Bouvier terzo è un immobiliarista e mediatore di origini franco olandesi. Adora la sua primogenita e le sussurra sempre: “Tu sei nata per regnare ed io sono il tuo primo schiavo” e instilla in lei come dogma di femminilità il principio che debba autorevolmente governare sugli altri e a proposito dello charme di Jacqueline le ripete: “Ricordati, quando sorridi, della Gioconda di Leonardo” come se fosse un mantra. Penso se ne ricordasse, lo evidenziano le sue foto.
Non aveva una bellezza tipica dell’epoca, forme prosperose e burrose, era anzi abbastanza magra con occhi molto distanziati, una bocca carnosa ma raffinata. Ha eleganza nel muoversi e atteggiarsi che conquisterà un poco alla volta tutto il mondo (pensiamo e de Gaulle e Kruscev).
I due giovani furono invitati, proprio perché si conoscessero, dal premio Pulitzer Charles Burnett e fra i due scocca la scintilla, si innamorano: lei del ragazzone alto, aitante, dagli occhi blu e dal sorriso guascone che sta scalando con successo le salite impervie della politica (grazie non solo alle proprie indubbie capacità, al proprio fascino, alla propria visione della partecipazione soprattutto mediatica, ma anche all’influenza dello spregiudicato patriarca Jo che ebbe sempre rapporti con malavitosi e mafiosi per ingrandire il potere kennediano), lui della bellezza singolare, “europea”, dell’intelligenza, della raffinatezza della ragazza.
Il matrimonio ha luogo il 12 settembre1953, matrimonio che fu chiaramente voluto dai due giovani ma che fu ordinato, in ogni movimento e perfino nel vestito di Jacqueline, dall’onnipresente madre. Gli sposi erano bellissimi, Jackie indossava un abito sontuoso, un velo principesco di merletto di Burano che era della sua ava, un vestito ampio con fiorellini ricamati a mano. Quando i giovani ballarono “Ho sposato un Angelo” tutto il mondo s’incantò.
Ha inizio la luna di miele, alcuni ironicamente dicono di fiele perché John subito manifestò quella che era la sua natura. Lui è innamorato, forse, lei è innamorata ma capisce subito quello che sta vivendo: non reagisce, continua ad essere elegante, sorridente. John disse in un’intervista: “Forse non ho mai amato davvero nessuna donna, sono stato interessato a un paio tra cui mia moglie”; in realtà condividevano profondamente quello che erano i principi politici, sociali e civili e quindi avevano questo legame che faceva superare a lei la tragedia dei quotidiani tradimenti.
Qualcosa, invece, la ferisce nel profondo: si mangia le unghie fino a sangue e soprattutto, per lo stress, non riesce ad avere figli e questa è la sua più grande sconfitta. Ma dopo traversie il 27 novembre 1957 nasce Caroline sana e robusta e dopo finalmente viene coronato nel ‘60 il sogno di John, la nascita del maschio, il piccolo John John. Jackie è raggiante, ha due figli belli e sani dall’ uomo amato, osannato come strenuo difensore dei diritti civili contro i pregiudizi classisti razziali. È una nuova era per l’America, lo capiamo dalle parole del presidente che ho citato su, ma vi sono altri atti rivoluzionari come il sostegno alle lotte dei neri.
Nel privato la situazione non cambia: arriva la bomba Marilyn Monroe che paga con la vita il suo amore per i Kennedy. Marilyn sa bene che per lui sarà semplicemente un capogiro, però lei si innamora, è una passione che lei vive totalmente, non ha limiti, mentre Jackie ne ha e il 19 maggio del ‘62 al Madison Square quando verrà festeggiato il compleanno di John davanti a 15.000 spettatori ci sarà Marilyn ma non Jacqueline. Quando, con la voce da gattina Marilyn intona “Happy birthday mister president” c’è un boato da parte del pubblico: tre mesi dopo muore misteriosamente ma sappiamo da documentazioni come sono andate le cose.
Jackie certo non vive un buon momento: lei però parte, va a Ravello, incontra Gianni Agnelli, viene vista, fotografata e paparazzata da tutti. È oramai diventata un’icona di stile fin dalla copertina del ‘53 che la rivista Life le aveva dedicato. Lei e il marito aprirono la casa Bianca, totalmente rinnovata da Jackie, a premi Nobel, artisti, rinnovando il vecchio stile presidenziale cosicché attori, cantanti, intellettuali iniziarono ad avere anche loro la speranza in un futuro migliore. Si respirava aria di libertà.
L’icona di Jackie diventa mito il 22 novembre del 1963 a Dallas. Lei sceglie un tailleur rosa shock di Chanel con cappello a tamburello; molte le indicazioni di difficoltà per Dallas ma John e Jackie vanno. Lo ricordiamo tutti, basta rivedere il filmato: vanno a Dallas in una lincoln decappotabile che li vede salutare sorridenti; nella scena seguente si vede lei sconvolta e disperata che si protende sul cofano posteriore a recuperare i brandelli di cervello del marito che erano schizzati sopra e tenere il marito abbracciato stretto sussurandogli: “Ti amo John”. Non volle pulirsi, si adirò con chi le consigliava di cambiarsi dicendo: “Devono vedere cosa hanno fatto”.
Il mondo la vide scendere dell’aereo al braccio del cognato Bob, tutto il mondo la ricorda il giorno del funerale: lungo velo nero che copre lineamenti contratti dal dolore, dare le mani ai suoi due piccoli Caroline e John John che strazierà il mondo salutando il feretro del padre con il saluto militare. Niente lacrime. Lì Jacqueline si chiude al mondo e medita sulla creazione del mito del marito e di sé.
Dopo quindici giorni chiama il giornalista, premio Pulitzer, Theodore White, per l’unica intervista concessa sulla vicenda. Inizia con le parole “Non dimenticate che ci fu un luogo che per un breve splendente momento fu chiamato Camelot”.
È lei la dama di Camelot che ha perso il suo re Artù: avevano ordito gli anni del Rinascimento dell’America. Forse poco importa che la frase fosse una citazione da un musical recitatato da Richard Burton che pronunciava quella frase. Non importa. Jacqueline ha attraversato i confini della realtà e dato al mito ed alla storia la sua essenza e quella di John. Il resto, l’amore per Bob, il matrimonio con Onassis con annessi economici fanno parte di un’altra storia.
Jacqueline Kennedy ha chiuso la sua vita in quell’intervista. Nella realtà muore a 64 anni di cancro, chiusa sempre nella sua riservatezza e nel suo essere enigmatico. Tra la Gioconda e la dama di Camelot appunto. E si solleva una leggera bruma grigia. Fuori il diluvio.☺
