Fra slogan e solitudini
18 Settembre 2020
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Fra slogan e solitudini

“Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere”.( Nietzsche)

Dopo mesi la prima domanda di chi ti sente al telefono è “come stai” con leggero stato ansioso, di chi ti vede è uno sguardo tiepido d’amore come se avessi superato i confini delle colonne d’Ercole. Siamo stati chiusi, (sono stata chiusa?) per mesi nella nostra casa eppure il senso di redivivi dal viaggio avvolge negli sguardi altrui. È un dato di fatto: più passavano camion di bare, più infuriava il virus, sempre più ha cominciato a dilagare la pandemia dell’ottimismo. Nel giro di qualche settimana si è trasformata nell’imperativo a riscrivere la realtà ribaltandola in una visione irrealistica e univoca. C’era qualcuno che suggeriva di trovare negli angoli della casa “i misteri e i segreti”. Pochi giorni dopo si elogiava su quanto fosse il momento adatto per riscoprire i cosiddetti “veri valori”, e a nostro vantaggio si predisponevano note di proficuità psicologica: starsene in casa la sera, riflettere, lavorare su se stessi, analizzare la propria vita alla luce dei cambiamenti. Poi fra diverse foto di ricette mirabolanti in ogni casa: ciambelle, pan di spagna  rustici, frutta cotta a bagnomaria, carne in manicaretti esotici, c’era sempre più l’invito al nuovo stile di vita mentre video incontenibili ci rendevano edotti sull’inaudito splendore delle meravigliose città vuote, delle irripetibili opportunità morali offerte dalle tragedie in generale, della straordinaria bellezza del mondo e della vita, senza il mondo e senza la vita.

E lì gli slogan fra gerani e librerie, balconi e finestre da cui colavano inni e canzoni («ne usciremo migliori, più profondi e solidali»), “andrà tutto bene” con arcobaleni e soli. Dopo siamo corsi verso la rinascita. Ora fra i cori dei negazionisti, le rincorse dei disfattisti, le paure dei quasi giovani per sé e i vecchi genitori, dei genitori del non lasciare soli i deboli figli, dei virologi che campeggiano in politica e fuori, dei ridicoli che non si sentono tali, dei seri che hanno voglia di ridere, cerchiamo di riflettere. Vi prego!

Mentre il mondo cambia, ci siamo ripetuti spesso che “impareremo dall’ esperienza” e “diventeremo esseri umani migliori”; ma chi percorre un cammino di consapevolezza sa perfettamente che il potere delle abitudini e dei propri condizionamenti è così forte, che è necessaria una solida determinazione per imparare dalle esperienze, e non dimenticare i buoni propositi. Ma gli eventi possono smuovere le coscienze, ma nessun evento di per sé ha il potere di cambiarci nel profondo, se non partecipiamo attivamente in questo processo e la sfida è di accogliere tutto come un’occasione di crescita. Le neuroscienze oggi ci dicono che il nostro cervello ha una vita emotiva e questo ha un effetto sul modo in cui pensiamo, sentiamo e viviamo. Il nostro “stile emotivo” è il risultato dei circuiti emotivi che abbiamo creato negli anni, e che abbiamo percorso e ripercorso. Eppure, questi circuiti non sono fissati per sempre, possiamo modificarli attraverso uno sforzo intenzionale e consapevole, attraverso le nostre scelte che non hanno semplicemente un impatto su di noi, ma sull’intero ecosistema dell’interdipendenza. Sappiamo bene che non impariamo dall’esperienza, ma impariamo riflettendo sull’esperienza: perché davvero si possa attuare un cambiamento.

Un silenzio interiore che stimoli la riflessione e la crescita. Uno dei passi del lavoro su se stessi è quello di osservare in profondità: quando siamo toccati dalla vita, è importante riconoscere le proprie emozioni a partire dal momento in cui affiorano, diventare un tutt’uno con ciò che sentiamo, ma poi una volta che ne abbiamo attenuato l’intensità è fondamentale ricercare le cause del disagio.

Se da questa prova vogliamo uscirne migliori, possiamo mantenere il cuore aperto e impegnarci seriamente nel nostro cammino di crescita, che è un dono per l’intera umanità. Perché, in ultima analisi, non c’è nulla che possiamo davvero fare per gli altri, se non lavorare su noi stessi.

Solo allora potremo analizzare i vari punti. Lo slogan “andrà tutto bene” era un incoraggiamento, ma “nulla sarà come prima” potrebbe rivelarsi un impegno etico e politico, per cambiare comportamenti collettivi nella direzione che da troppo tempo indichiamo soltanto a parole. Al di là della retorica cosa vuol dire farcela insieme?☺

 

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