La debolezza che vince
13 Aprile 2021
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La debolezza che vince

Tra il 1623-24, Gian Lorenzo Bernini porta a termine un’opera giovanile, che entra a completare la decorazione di Villa Borghese a Roma: il Davide.

L’eroe biblico, composizione in altezza naturale, colto nell’atto di lanciare il ciottolo contro un Golia immaginario, in un punto esatto, nello spazio in cui si muove l’osservatore. La presenza virtuale del gigante è fondamentale per l’opera. Tutta la tensione dell’azione di Davide è rivolta verso quel punto, proiettata all’esterno. Il movimento parte dalla gamba, percorre il corpo che si fende ad arco. L’equilibrio del movimento teso al lancio – testa, sguardo, braccio – mette in atto una posa di straordinario pathos espressivo.

Nelle sue opere Bernini pone sempre un punto privilegiato, unico. Le composizioni a spirali sono distribuite in profondità nello spazio delle figure e avvicinandoci ad esse, in un punto esatto, il gesto acquista l’efficacia espressiva: nel caso del Davide è contenuta tutta la tensione dell’attimo prima del lancio. La piena padronanza dello spazio e delle forme in movimento, rivelano l’abilità dello scultore. Analizzando l’opera, nel girarvi intorno, si scoprono dettagli e vedute sorprendenti, che accompagnano muscoli, tendini, nell’attimo del lancio con la fionda. Interpretazione più profana che religiosa.

Eroe alternativo

Interpretazione nuova, più profana che religiosa, si diceva. Rispetto all’eroe che domina gli eventi e guida le sue stesse forze con l’uso della ragione, come negli esempi rinascimentali offerti da Michelangelo, Donatello, Verrocchio, qui Davide è presentato come atleta alternativo, nel pieno dello sforzo fisico, avvitato su se stesso in un classico “contrapposto”. La smorfia del viso, la testa girata, lo sguardo di sbieco, le narici gonfie, la fronte corrugata, le labbra serrate, i capelli scomposti dallo stesso vento che muove il mantello, sono gli elementi che accompagnano il gesto. Allegoricamente, a mio avviso, il gesto è ripreso dall’energico Polifemo di Annibale Carracci dipinto nella Galleria Farnese a Roma, rimandando i tratti della figura agli esempi ellenistici.

Allegoria delle virtù eroiche

L’intonazione classicheggiante è chiaramente aderente alla passione che il cardinale Scipione Borghese nutriva per l’antichità e si pone come allegoria delle virtù eroiche, anziché come soggetto biblico offerto alla meditazione religiosa. La composizione a spirale, l’articolazione delle membra, l’energia espressa nell’opera è esaltata dal gioco della luce, che l’artista ha saggiamente studiato, tanto da coniugare movimento e spazio. Nel volto contratto, nella fronte corrucciata, nelle labbra serrate sembra che l’artista abbia operato il suo autoritratto, intento nello sforzo di vincere la durezza del marmo. Osservando attentamente l’opera si nota che la corazza donata dal re Saul a Davide, ingombrante e pesante, è abbandonata insieme alla cetra, altro attributo dell’eroe. Lo strumento musicale termina con la testa d’aquila, intento celebrativo-allegorico della famiglia Borghese.☺

 

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