la folla anonima
9 Giugno 2010 Share

la folla anonima

 

 

Non sempre il ruolo che uno ricopre è garanzia dell’onestà della persona stessa, anzi, molto spesso, sia nella società civile che nella chiesa ci si trova di fronte al tradimento dei valori che si dovrebbero o si vorrebbero rappresentare. Chi si mette in ascolto della Scrittura sa che il problema nasce quando si guarda al ruolo e non alla persona, per cui molte volte l’ostentazione delle virtù può celare il tradimento delle stesse. Nel libro di Daniele, come ci viene consegnato dalla tradizione greca ed accolto dalla chiesa cattolica, c’è un capitolo interessante, che presenta un racconto molto moderno che mette in scena proprio l’ambiguo rapporto tra ruolo sociale e persona.

È la storia di Susanna, narrata in Daniele 13, che presenta la vicenda di una donna bellissima, sposata e fedele fino in fondo al proprio marito. La storia presenta due personaggi che incarnano l’ipocrisia malvagia mista al perbenismo sociale: sono due anziani che hanno il ruolo di giudici nella loro piccola realtà comunitaria. Sono disonesti, ma cercano di mantenere un contegno per non perdere il rispetto dei membri della società. Entrambi sono attratti fisicamente da Susanna e cercano in tutti i modi di avere dei rapporti sessuali con lei. È proprio in una di queste occasioni che i due, i quali fino a quel momento non sapevano di avere le stesse intenzioni, si incontrano e si confidano a vicenda e si alleano per ottenere il loro scopo, cioè adescare Susanna. Si nascondono nel luogo dove lei fa il bagno e, quando resta sola, escono allo scoperto e le propongono di unirsi sessualmente a loro, altrimenti l’avrebbero accusata di intrattenere una relazione extraconiugale con uno sconosciuto. Lei non cede e si lascia accusare pubblicamente e addirittura condannare a morte, pur di difendere la sua onestà di vita e di coscienza; solo l’intervento del giovane Daniele fa entrare in contraddizione i due accusatori, che alla fine vengono condannati al posto di Susanna.

Il narratore sottolinea che i due erano abituali adescatori di donne le quali si concedevano a loro per paura. Sullo sfondo del racconto c’è la folla anonima, che prima accoglie senza dubitare la falsa accusa verso una donna che è già sospettabile in quanto donna, da parte di due persone considerate perbene e solo quando viene scoperto l’inganno, con la stessa leggerezza, cambia opinione, acclama Susanna e Daniele e abbandona al loro destino i due mentitori.

Questo brano biblico ci insegna una verità riguardo all’uomo e alla società: l’ingiustizia non avviene mai per la scelta di uno solo, ma sempre per la disattenzione che diventa complicità da parte di chi gira lo sguardo altrove, come anche a causa di chi, avendo paura, pensa di salvarsi cedendo al compromesso e alla connivenza, nella speranza di evitare danni a se stesso, ma in realtà allargando la voragine dell’illegalità. Nel racconto è ben delineata, inoltre, l’origine della forza dei disonesti e quindi, di contro, la strada per neutralizzarli: finché i due uomini vivono il desiderio di delinquere in modo isolato non accade nulla, si sentono deboli; solo quando i due si confrontano e si alleano diventano abbastanza forti per commettere il male e finché restano uniti sono in grado di resistere. Nel momento in cui vengono divisi e sono affrontati singolarmente, perdono il loro potere. L’ingiustizia, infatti, si consolida con una rete di alleanze e di coperture, con la salvaguardia di un sistema di interessi. Si può fare giustizia, quindi, solo spezzando il vincolo che tiene uniti coloro che commettono il male, che spesso è anche rafforzato dal consenso accordato dalla società di riferimento.

La forza di Daniele nello smascherare l’ingiustizia sta nel non identificarsi con la maggioranza e nel non farsi guidare dalla paura di rimetterci di persona, cose che vengono ben prima di giungere alla decisione di commettere attivamente il male associandosi con altri, ma che sono comunque il terreno di coltura della disonestà. Daniele ha scelto di mettersi, al di là dei luoghi comuni, dalla parte del più debole, rischiando di persona; il suo coraggio ci dice che il bene non si afferma da sé ma è reso possibile da qualcuno che, al di là di ogni calcolo, decide di esporsi per la giustizia o meglio, per ogni persona che viene offesa nella dignità, perché non sono i valori astratti a stare a cuore a chi sceglie il bene, ma l’essere umano concreto che li incarna. Non a caso sono proprio i valori presi in astratto come, ad esempio, la democrazia oppure l’onore della chiesa o di Dio che hanno fatto più vittime lungo la storia.☺

mike.tartaglia@virgilio.it

 

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