Nel nostro paese l’articolo 8 della Costituzione afferma che “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge… I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”. Queste “intese” per oltre trent’anni non sono mai state stipulate dai Governi nonostante le insistenti richieste delle chiese interessate. La legge costituzionale c’era, ma non la volontà politica nell’applicarla. Certo le chiese rappresentate dalla Tavola valdese (metodisti e valdesi), le Chiese cristiane Battiste, le Comunità ebraiche, la Chiesa luterana in Italia, le Assemblee di Dio, l’Unione delle Chiese cristiane avventiste, hanno una legge per i loro rapporti con lo Stato, ma altri? I Testimoni di Geova, i Buddisti e i Musulmani e tante altre associazioni o gruppi religiosi non hanno alcuna “intesa”. Non vi è oggi nel nostro paese una reale uguaglianza nella libertà di tutte le confessioni, uguaglianza così solennemente affermata dalla Costituzione.
Possiamo così comprendere che il tema libertà religiosa non è oggi un argomento superato solo perché vi sono leggi a tutela di essa, anzi proprio nell’ambito di queste leggi è indispensabile assumere nuove responsabilità affinché detta libertà divenga patrimonio della vita di un popolo e non tema di conversazione tra alcuni appassionati.
Vorrei così parlarvi del rapporto tra gli evangelici italiani e la libertà religiosa.
L’apostolo Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi (10,23) afferma: “Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa è utile; ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa edifica”. Il teologo protestante Karl Barth ha affermato nella sua Dogmatica che: “la libertà del cristiano è la libertà di fare quello che occorre fare per edificare la comunità”.
Faccio queste brevi citazioni per sottolineare che la libertà e la responsabilità sono sempre strettamente connesse tanto da formare un unico stato di vita, un’unica possibilità di azione, un unico senso dell’agire sociale. Libertà e responsabilità sono in cammino per passare da uno stato (tutto è lecito) ad una prassi (quello che edifica).
Come evangelici questo tema non è nuovo. Oggi ne parlo soprattutto nei rapporti con lo Stato e nel parlarne noi evangelici veniamo da un passato particolare. Ricordo due fatti significativi:
1) nel 1946, durante l’acceso dibattito all’Assemblea Costituente circa i contenuti degli articoli fondamentali (ricordiamo il dibattito sull’art. 7: Patti Lateranensi), gli evangelici italiani, riuniti nel Consiglio Federale, presentarono a tutti i componenti la Costituente, un documento sulla “libertà di culto e di coscienza”. L’intento non era certo quello di chiedere particolari diritti religiosi o tendere a realizzare le finalità di una confessione religiosa, ma di fare “una valutazione critica ispirata ad un motivo religioso dei problemi giuridici e politici concernenti la libertà di coscienza e di culto e dei diritti e doveri che ne derivano per i cittadini, gli enti di culto e lo Stato”. Quindi un contributo, affinché la “libertà religiosa” fosse parte fondamentale per la Costituzione e per tutti i cittadini.
2) nel 1976 gli evangelici appartenenti alle chiese valdesi e metodiste avanzarono una precisa richiesta al Governo affinché il Parlamento ponesse in essere l’art.8 della Costituzione. Fu un processo molto lungo e travagliato. Credo che mai dei cittadini di una repubblica abbiano fatto tanta fatica per far applicare un articolo fondamentale della Costituzione da parte delle istituzioni repubblicane, espresse dalla Costituzione stessa!
Solo nel 1984, con la legge 449, i rapporti tra lo Stato italiano e le chiese rappresentate dalla Tavola Valdese, divennero legge. Questa battaglia democratica ebbe, però, una particolare caratteristica:
a) non fu la richiesta di un “concordato protestante” (così alcuni invece lo definirono), cioè la richiesta di porsi sul piano del diritto particolare riservato ad alcuni e non a tutti.
b) fu l’applicazione dell’art.8 della Costituzione (che ha aperto la “stagione delle intese” con altre confessioni religiose) come risultato della libertà nella responsabilità di essere cittadini di un Stato democratico.
Però ha ancora senso oggi parlare di questo tema quando sono state raggiunte mete alte nella legislazione del nostro Paese?
In un saggio, Alessandro Galante Garrone, scrive: “Il problema della libertà religiosa in Italia può finalmente riaffacciarsi nei giorni incandescenti dell’Aprile 1945, con la caduta del fascismo e del razzismo. E’ la rivincita dei diritti di libertà, che saranno sigillati dalla Costituzione repubblicana del 1948. E qui si pone il primo interrogativo. Oggi, a mezzo secolo da quei giorni, possiamo ormai considerare il problema come risolto definitivamente, e rimasto come una nobile memoria del passato, da interessare e incuriosire soltanto gli storici? O non dovremmo piuttosto giudicarlo come una questione politico-giuridica ancora aperta, che attende da noi una risposta chiara, e un conseguente impegno combattivo? Il fatto è che come cittadini dovremmo sentirci posti tutti insieme, uomini di qualsiasi fede o laici, di fronte a una domanda perentoria, ineludibile, alla quale ci tocca rispondere con assoluta chiarezza e sincerità. È stato sempre rispettato, e in assoluto, tale diritto nell’ultimo cinquantennio in Italia, e lo è ancora oggi? Oppure se è stato più di una volta dimenticato, eluso, offeso, in modo preoccupante o quasi inavvertito, e lo è ancora oggi, pur non in misura così grave come in altri momenti del nostro passato prossimo o remoto? … Per quel che a me sembra, rispondo: il problema è ancora aperto, e abbiamo tutti il dovere di affrontalo e risolverlo”(da Un affare di coscienza, Baldini&Castaldi, pp. 85-86).
Vi è dunque oggi una sfida rivolta a tutti i cittadini affinché vi sia vigilanza e impegno per una reale libertà religiosa. Dico questo perché a me pare che la “libertà religiosa” non riguardi né i religiosi né tanto meno le fedi; è invece essa stessa alla base della “libertà”. Questo perché la libertà religiosa non è un elemento annesso all’espressione della libertà: se ben compresa, ne è il cuore stesso. È infatti, fondamentalmente, il diritto offerto (o rifiutato) di affidarsi e di credere; e, di conseguenza, di realizzare pienamente la propria umanità di donne e i uomini. E le chiese evangeliche?
l’Assemblea della Federazione Chiese Evangeliche in Italia nel novembre 1997 in un suo documento ha affermato: “… L’Assemblea auspica che le chiese sappiano … sottrarsi a ogni tentazione di assimilazione e riaffermino con chiarezza e coraggio il dono della libertà che le spinge ad amare e ad appassionarsi alla libertà degli altri tanto quanto alla propria. Il fatto di ricevere oggi, come chiesa, una visibilità e una riconoscibilità negate nel passato, non deve farci dimenticare le libertà religiose, democratiche ed economiche ancora negate a tante persone, gruppi e popoli. Impegnarsi per i diritti di libertà di quanti ne siano privati, significa tutelare la libertà di tutti e di ciascuno e valorizzare la testimonianza evangelica nella società”. ☺
Nel nostro paese l’articolo 8 della Costituzione afferma che “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge… I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”. Queste “intese” per oltre trent’anni non sono mai state stipulate dai Governi nonostante le insistenti richieste delle chiese interessate. La legge costituzionale c’era, ma non la volontà politica nell’applicarla. Certo le chiese rappresentate dalla Tavola valdese (metodisti e valdesi), le Chiese cristiane Battiste, le Comunità ebraiche, la Chiesa luterana in Italia, le Assemblee di Dio, l’Unione delle Chiese cristiane avventiste, hanno una legge per i loro rapporti con lo Stato, ma altri? I Testimoni di Geova, i Buddisti e i Musulmani e tante altre associazioni o gruppi religiosi non hanno alcuna “intesa”. Non vi è oggi nel nostro paese una reale uguaglianza nella libertà di tutte le confessioni, uguaglianza così solennemente affermata dalla Costituzione.
Possiamo così comprendere che il tema libertà religiosa non è oggi un argomento superato solo perché vi sono leggi a tutela di essa, anzi proprio nell’ambito di queste leggi è indispensabile assumere nuove responsabilità affinché detta libertà divenga patrimonio della vita di un popolo e non tema di conversazione tra alcuni appassionati.
Vorrei così parlarvi del rapporto tra gli evangelici italiani e la libertà religiosa.
L’apostolo Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi (10,23) afferma: “Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa è utile; ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa edifica”. Il teologo protestante Karl Barth ha affermato nella sua Dogmatica che: “la libertà del cristiano è la libertà di fare quello che occorre fare per edificare la comunità”.
Faccio queste brevi citazioni per sottolineare che la libertà e la responsabilità sono sempre strettamente connesse tanto da formare un unico stato di vita, un’unica possibilità di azione, un unico senso dell’agire sociale. Libertà e responsabilità sono in cammino per passare da uno stato (tutto è lecito) ad una prassi (quello che edifica).
Come evangelici questo tema non è nuovo. Oggi ne parlo soprattutto nei rapporti con lo Stato e nel parlarne noi evangelici veniamo da un passato particolare. Ricordo due fatti significativi:
1) nel 1946, durante l’acceso dibattito all’Assemblea Costituente circa i contenuti degli articoli fondamentali (ricordiamo il dibattito sull’art. 7: Patti Lateranensi), gli evangelici italiani, riuniti nel Consiglio Federale, presentarono a tutti i componenti la Costituente, un documento sulla “libertà di culto e di coscienza”. L’intento non era certo quello di chiedere particolari diritti religiosi o tendere a realizzare le finalità di una confessione religiosa, ma di fare “una valutazione critica ispirata ad un motivo religioso dei problemi giuridici e politici concernenti la libertà di coscienza e di culto e dei diritti e doveri che ne derivano per i cittadini, gli enti di culto e lo Stato”. Quindi un contributo, affinché la “libertà religiosa” fosse parte fondamentale per la Costituzione e per tutti i cittadini.
2) nel 1976 gli evangelici appartenenti alle chiese valdesi e metodiste avanzarono una precisa richiesta al Governo affinché il Parlamento ponesse in essere l’art.8 della Costituzione. Fu un processo molto lungo e travagliato. Credo che mai dei cittadini di una repubblica abbiano fatto tanta fatica per far applicare un articolo fondamentale della Costituzione da parte delle istituzioni repubblicane, espresse dalla Costituzione stessa!
Solo nel 1984, con la legge 449, i rapporti tra lo Stato italiano e le chiese rappresentate dalla Tavola Valdese, divennero legge. Questa battaglia democratica ebbe, però, una particolare caratteristica:
a) non fu la richiesta di un “concordato protestante” (così alcuni invece lo definirono), cioè la richiesta di porsi sul piano del diritto particolare riservato ad alcuni e non a tutti.
b) fu l’applicazione dell’art.8 della Costituzione (che ha aperto la “stagione delle intese” con altre confessioni religiose) come risultato della libertà nella responsabilità di essere cittadini di un Stato democratico.
Però ha ancora senso oggi parlare di questo tema quando sono state raggiunte mete alte nella legislazione del nostro Paese?
In un saggio, Alessandro Galante Garrone, scrive: “Il problema della libertà religiosa in Italia può finalmente riaffacciarsi nei giorni incandescenti dell’Aprile 1945, con la caduta del fascismo e del razzismo. E’ la rivincita dei diritti di libertà, che saranno sigillati dalla Costituzione repubblicana del 1948. E qui si pone il primo interrogativo. Oggi, a mezzo secolo da quei giorni, possiamo ormai considerare il problema come risolto definitivamente, e rimasto come una nobile memoria del passato, da interessare e incuriosire soltanto gli storici? O non dovremmo piuttosto giudicarlo come una questione politico-giuridica ancora aperta, che attende da noi una risposta chiara, e un conseguente impegno combattivo? Il fatto è che come cittadini dovremmo sentirci posti tutti insieme, uomini di qualsiasi fede o laici, di fronte a una domanda perentoria, ineludibile, alla quale ci tocca rispondere con assoluta chiarezza e sincerità. È stato sempre rispettato, e in assoluto, tale diritto nell’ultimo cinquantennio in Italia, e lo è ancora oggi? Oppure se è stato più di una volta dimenticato, eluso, offeso, in modo preoccupante o quasi inavvertito, e lo è ancora oggi, pur non in misura così grave come in altri momenti del nostro passato prossimo o remoto? … Per quel che a me sembra, rispondo: il problema è ancora aperto, e abbiamo tutti il dovere di affrontalo e risolverlo”(da Un affare di coscienza, Baldini&Castaldi, pp. 85-86).
Vi è dunque oggi una sfida rivolta a tutti i cittadini affinché vi sia vigilanza e impegno per una reale libertà religiosa. Dico questo perché a me pare che la “libertà religiosa” non riguardi né i religiosi né tanto meno le fedi; è invece essa stessa alla base della “libertà”. Questo perché la libertà religiosa non è un elemento annesso all’espressione della libertà: se ben compresa, ne è il cuore stesso. È infatti, fondamentalmente, il diritto offerto (o rifiutato) di affidarsi e di credere; e, di conseguenza, di realizzare pienamente la propria umanità di donne e i uomini. E le chiese evangeliche?
l’Assemblea della Federazione Chiese Evangeliche in Italia nel novembre 1997 in un suo documento ha affermato: “… L’Assemblea auspica che le chiese sappiano … sottrarsi a ogni tentazione di assimilazione e riaffermino con chiarezza e coraggio il dono della libertà che le spinge ad amare e ad appassionarsi alla libertà degli altri tanto quanto alla propria. Il fatto di ricevere oggi, come chiesa, una visibilità e una riconoscibilità negate nel passato, non deve farci dimenticare le libertà religiose, democratiche ed economiche ancora negate a tante persone, gruppi e popoli. Impegnarsi per i diritti di libertà di quanti ne siano privati, significa tutelare la libertà di tutti e di ciascuno e valorizzare la testimonianza evangelica nella società”. ☺
Nel nostro paese l’articolo 8 della Costituzione afferma che “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge… I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”. Queste “intese” per oltre trent’anni non sono mai state stipulate dai Governi nonostante le insistenti richieste delle chiese interessate. La legge costituzionale c’era, ma non la volontà politica nell’applicarla. Certo le chiese rappresentate dalla Tavola valdese (metodisti e valdesi), le Chiese cristiane Battiste, le Comunità ebraiche, la Chiesa luterana in Italia, le Assemblee di Dio, l’Unione delle Chiese cristiane avventiste, hanno una legge per i loro rapporti con lo Stato, ma altri? I Testimoni di Geova, i Buddisti e i Musulmani e tante altre associazioni o gruppi religiosi non hanno alcuna “intesa”. Non vi è oggi nel nostro paese una reale uguaglianza nella libertà di tutte le confessioni, uguaglianza così solennemente affermata dalla Costituzione.
Possiamo così comprendere che il tema libertà religiosa non è oggi un argomento superato solo perché vi sono leggi a tutela di essa, anzi proprio nell’ambito di queste leggi è indispensabile assumere nuove responsabilità affinché detta libertà divenga patrimonio della vita di un popolo e non tema di conversazione tra alcuni appassionati.
Vorrei così parlarvi del rapporto tra gli evangelici italiani e la libertà religiosa.
L’apostolo Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi (10,23) afferma: “Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa è utile; ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa edifica”. Il teologo protestante Karl Barth ha affermato nella sua Dogmatica che: “la libertà del cristiano è la libertà di fare quello che occorre fare per edificare la comunità”.
Faccio queste brevi citazioni per sottolineare che la libertà e la responsabilità sono sempre strettamente connesse tanto da formare un unico stato di vita, un’unica possibilità di azione, un unico senso dell’agire sociale. Libertà e responsabilità sono in cammino per passare da uno stato (tutto è lecito) ad una prassi (quello che edifica).
Come evangelici questo tema non è nuovo. Oggi ne parlo soprattutto nei rapporti con lo Stato e nel parlarne noi evangelici veniamo da un passato particolare. Ricordo due fatti significativi:
1) nel 1946, durante l’acceso dibattito all’Assemblea Costituente circa i contenuti degli articoli fondamentali (ricordiamo il dibattito sull’art. 7: Patti Lateranensi), gli evangelici italiani, riuniti nel Consiglio Federale, presentarono a tutti i componenti la Costituente, un documento sulla “libertà di culto e di coscienza”. L’intento non era certo quello di chiedere particolari diritti religiosi o tendere a realizzare le finalità di una confessione religiosa, ma di fare “una valutazione critica ispirata ad un motivo religioso dei problemi giuridici e politici concernenti la libertà di coscienza e di culto e dei diritti e doveri che ne derivano per i cittadini, gli enti di culto e lo Stato”. Quindi un contributo, affinché la “libertà religiosa” fosse parte fondamentale per la Costituzione e per tutti i cittadini.
2) nel 1976 gli evangelici appartenenti alle chiese valdesi e metodiste avanzarono una precisa richiesta al Governo affinché il Parlamento ponesse in essere l’art.8 della Costituzione. Fu un processo molto lungo e travagliato. Credo che mai dei cittadini di una repubblica abbiano fatto tanta fatica per far applicare un articolo fondamentale della Costituzione da parte delle istituzioni repubblicane, espresse dalla Costituzione stessa!
Solo nel 1984, con la legge 449, i rapporti tra lo Stato italiano e le chiese rappresentate dalla Tavola Valdese, divennero legge. Questa battaglia democratica ebbe, però, una particolare caratteristica:
a) non fu la richiesta di un “concordato protestante” (così alcuni invece lo definirono), cioè la richiesta di porsi sul piano del diritto particolare riservato ad alcuni e non a tutti.
b) fu l’applicazione dell’art.8 della Costituzione (che ha aperto la “stagione delle intese” con altre confessioni religiose) come risultato della libertà nella responsabilità di essere cittadini di un Stato democratico.
Però ha ancora senso oggi parlare di questo tema quando sono state raggiunte mete alte nella legislazione del nostro Paese?
In un saggio, Alessandro Galante Garrone, scrive: “Il problema della libertà religiosa in Italia può finalmente riaffacciarsi nei giorni incandescenti dell’Aprile 1945, con la caduta del fascismo e del razzismo. E’ la rivincita dei diritti di libertà, che saranno sigillati dalla Costituzione repubblicana del 1948. E qui si pone il primo interrogativo. Oggi, a mezzo secolo da quei giorni, possiamo ormai considerare il problema come risolto definitivamente, e rimasto come una nobile memoria del passato, da interessare e incuriosire soltanto gli storici? O non dovremmo piuttosto giudicarlo come una questione politico-giuridica ancora aperta, che attende da noi una risposta chiara, e un conseguente impegno combattivo? Il fatto è che come cittadini dovremmo sentirci posti tutti insieme, uomini di qualsiasi fede o laici, di fronte a una domanda perentoria, ineludibile, alla quale ci tocca rispondere con assoluta chiarezza e sincerità. È stato sempre rispettato, e in assoluto, tale diritto nell’ultimo cinquantennio in Italia, e lo è ancora oggi? Oppure se è stato più di una volta dimenticato, eluso, offeso, in modo preoccupante o quasi inavvertito, e lo è ancora oggi, pur non in misura così grave come in altri momenti del nostro passato prossimo o remoto? … Per quel che a me sembra, rispondo: il problema è ancora aperto, e abbiamo tutti il dovere di affrontalo e risolverlo”(da Un affare di coscienza, Baldini&Castaldi, pp. 85-86).
Vi è dunque oggi una sfida rivolta a tutti i cittadini affinché vi sia vigilanza e impegno per una reale libertà religiosa. Dico questo perché a me pare che la “libertà religiosa” non riguardi né i religiosi né tanto meno le fedi; è invece essa stessa alla base della “libertà”. Questo perché la libertà religiosa non è un elemento annesso all’espressione della libertà: se ben compresa, ne è il cuore stesso. È infatti, fondamentalmente, il diritto offerto (o rifiutato) di affidarsi e di credere; e, di conseguenza, di realizzare pienamente la propria umanità di donne e i uomini. E le chiese evangeliche?
l’Assemblea della Federazione Chiese Evangeliche in Italia nel novembre 1997 in un suo documento ha affermato: “… L’Assemblea auspica che le chiese sappiano … sottrarsi a ogni tentazione di assimilazione e riaffermino con chiarezza e coraggio il dono della libertà che le spinge ad amare e ad appassionarsi alla libertà degli altri tanto quanto alla propria. Il fatto di ricevere oggi, come chiesa, una visibilità e una riconoscibilità negate nel passato, non deve farci dimenticare le libertà religiose, democratiche ed economiche ancora negate a tante persone, gruppi e popoli. Impegnarsi per i diritti di libertà di quanti ne siano privati, significa tutelare la libertà di tutti e di ciascuno e valorizzare la testimonianza evangelica nella società”. ☺
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