La locura sannita
Ecco un’istantanea dall’ alluvione del Molise: il governatore Roberti, con ai piedi scarponcini di cuoio e giubbottino tecnico, mentre con passo sicuro e rassicurante attraversa prati ricoperti di monnezza, salta come un gatto, cammina sul ciglio di un dirupo, solo per ammirare la piena di un fiume (che già si sapeva che fosse in piena, per cui boh). Nel sottofondo, si può ascoltare la hit di Jovanotti “piove, senti come piove, madonna come piove” -, roba da dire al social media manager “ma ci sei o ci fai?”. Di lì a poco, famiglie di sfollati nella solita Riovivo, un ponte crollato sulla ss16, una frana che ha spezzato in due il litorale adriatico e di fatto isolato il Molise – fatti che ci ricordano che la realtà è sempre più drammatica di come immaginiamo.
In questo, riecheggia come una premonizione il monologo di Valerio Aprea (se non lo conoscete, ascoltatelo), “La locura”, perché – si sa – l’Italia, ed il Molise a quanto pare, è il paese delle canzonette mentre fuori tutto muore.
Altra istantanea: nei media locali e sui social, complici o paurosi, quasi nessuna possibilità di critica all’agire politico locale, perché quando c’è un’ emergenza, chi prova a riflettere è sciacallo: in fondo basta stringersi un po’ di più e volersi bene, che tanto tutto passa. Fino al prossimo dramma e poi di nuovo la ruota si ripete, come un eterno ritorno dell’uguale.
Si può riflettere adesso, nelle sedi opportune, per esempio nel Consiglio regionale? Si può capire perché nessuna misura di prevenzione sia stata adottata dal 2003 ad oggi, si può anche solo chiedere che fine abbiano fatto i soldi stanziati per mettere in sicurezza gli argini? E poi, se è vero che con la frana di Petacciato “ci si deve convivere”, si può capire “come” ci si deve convivere… solo aspettando gli eventi?
Dobbiamo proprio farci andare giù tutto? Altro flash: la campagna pubblicitaria in difesa della sanità privata, che campeggia in tutte le principali cittadine del Molise, dove si afferma che il privato non c’entra un cavolo col debito pubblico (con tanto di primo piano di un cavolfiore) e si evidenzia che per il paziente sotto sotto pubblico e privato sono uguali, per cui l’uno vale l’ altro. Sono passati appena sei anni dal Covid ed abbiamo già la memoria corta? Quali erano gli ospedali dove la gente stava ammassata nelle barelle a soffocare, quelli pubblici o quelli privati? Eppure, non ci vuole un premio Nobel per capire che il pubblico persegue l’interesse di tutti i cittadini ed il privato persegue il profitto. Questo è l’abc del capitalismo, se non abbiamo capito neppure questo, meglio restare a dormire nel proprio letto.
Dove vogliamo andare, vogliamo ancora omaggiare Salvini chinato a toccare la frana tra scroscianti applausi, vogliamo farci ancora mangiare lo stato sociale, oppure vogliamo provare a cambiare, a cercare un altro futuro possibile per questa terra lacerata? La risposta non è altra che cercare di scardinare questo sistema, perché se restiamo inermi la prossima colonna sonora potrebbe essere un requiem per la nostra terra. E vedrete che i nostri amministratori saprebbero ballare anche su quelle note, come nulla fosse.☺
