la nostra festa
28 Marzo 2011
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la nostra festa

 

Addio, mia bella addio, l’armata se ne va, e se non partissi anch’io, sarebbe una viltà…

Ricordo dolcissimo delle scuole elementari e della mia maestra mantovana, camicia rossa di fede e di fatto; cantavano così i tanti giovani italiani che nel 1859 si armarono al seguito di Garibaldi e dei Piemontesi per combattere contro gli Austriaci. Chissà, forse avrà cantato anche il nostro conterraneo Leopoldo Pilla, professore emerito di geologia presso l’Università di Pisa, quando, dieci anni prima, nel 1848, combatté tra i seimila soldati regolari e volontari che, provenienti dalla Toscana e da Napoli, si scontrarono con le truppe numericamente esorbitanti del maresciallo Radetzky nei pressi di Mantova.

Un monumento a Leopoldo Pilla ci è tramandato da Giuseppe Montanelli, avo di Indro, che, sopravvissuto allo scontro, ne raccontò nelle sue Memorie “…Più volte gli austriaci ci assaltarono e più volte li ributtammo…Una cannonata lì sul ponte rapiva al momento questa cima di geologia di Leopoldo Pilla, che spirò dicendo ‘non ho fatto abbastanza per l’Italia!’ ”.

“Non ho fatto abbastanza per l’Italia”: stava morendo, Leopoldo Pilla.

Tali il suo ardore e la sua fermezza, quali quelli delle migliaia di giovani e giovanissimi, garibaldini e non, che, dal Nord al Sud, hanno fatto l’Italia a prezzo della vita stessa, lasciandoci a testimonianza indelebile del loro valore la nostra Patria, unica.

L’ardore e la fermezza trasfigurati in poesia da Manzoni che, entusiasta per i moti antiaustriaci del 1821, tambureggiava al ritmo incalzante del decasillabo: “…Già  le destre hanno strette le destre; già le sacre parole son porte: o compagni sul letto di morte o fratelli sul libero suol!”. 

L’ardore e la fermezza di Ippolito Nievo, che in forma romanzata, ma pur sempre attenendosi ad un vissuto personale di patriota della prima ora, così scriveva: “Io nacqui veneziano addì 18 ottobre del 1775, giorno dell’evangelista san Luca; e morrò per la grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo”.

È con gioia che mi appresto a festeggiare il centocinquantesimo anniversario dell’Unità di Italia, una gioia che si moltiplica per ogni italiano nel quale mi paia di riconoscere la stessa vibrazione; e credo giusto e doveroso onorare del ricordo questo giorno, esito ultimo di un cammino travagliato che ci ha consegnato un Paese di cui andar fieri, anche nella difficoltà, specie nella difficoltà, che meglio della quiete ci fortifica nella volontà di rivendicare l’identità della nazione italiana.

Il Risorgimento è stata un’epopea, coi suoi  tratti di nobiltà e meschinità, si intende, come tutte le epopee, ibrido quanto a partecipazioni, contaminato quanto a motivazioni, tragico e grottesco a momenti, ma comunque una lotta instancabile per l’indipendenza e per la libertà dalla dominazione austriaca da parte di un popolo diviso dalla storia ma accomunato dalle medesime antichissime origini culturali, e una battaglia ideale per la democratizzazione della società.

“Patriae unitati” e “civium libertati”, così sta scritto sui due frontoni del Vittoriano: all’unità della Patria e alla libertà dei cittadini. Non dovremmo dimenticarlo: il Risorgimento è bensì coinciso con la fine delle antico regime, dell’assolutismo monarchico, delle servitù feudali, del foro ecclesiastico, e nel contempo con la lenta espansione delle libertà borghesi, della democrazia, dei diritti civili

Per questo mi ha stupito -negativamente stupito- che, in prossimità del centocinquantesimo dalla proclamazione ufficiale del Regno d’Italia e sulla scia di un trend intellettuale revisionista e di maniera, si sia sentito dire da taluni che il Risorgimento sarebbe stata iniziativa autoritaria di una élite di liberali piemontesi, da altri che i Borboni sicuramente erano – sorry, sarebbero stati in caso -più attenti al popolo meridionale, più progressisti (!), da nuovi ancora che Cavour avrebbe parlato il francese meglio che l’italiano, mentre i briganti, quelli sì che erano italiani, patrioti italiani per l’esattezza, almeno stando a certa storiografia e cinematografia pseudo-meridionaliste ed effettivamente retrive.

Non è cosi che si rende merito alla nostra storia risorgimentale, complicata di uomini e destini diversi, intricata di provenienze anagrafiche, sociali e geografiche disparate, guidata da intelligenze lungimiranti, non importa se liberali o socialiste, ancora meno se piemontesi; dovremmo anzi restituire agli onori della storia patria questa saga ed i suoi attori tutti, anche quelli meno amabili, Cavour, a titolo d’esempio, o mistificati, quali lo stesso re Vittorio Emanuele II. Un re stravagante, certo, ma che per la Patria italiana si è messo in gioco, ha rischiato di suo.

A me fa sorridere le storiella del re paffuto, bassino, beone, l’opposto dell’elegantissimo suo padre Carlo Alberto, che ai messi di Cavour da lui giunti per offrirgli lauti compensi in denaro, purché lasciasse infine l’impresentabile Rosina, prosperosa quanto ignorante, avrebbe risposto: “Ringrazio lor signori e tengo la Rosina, ca l’è ‘na gran bela fija”;  o l’altra, secondo cui, giunto nella capitale dopo un lungo viaggio in treno, avrebbe esclamato in piemontese: “Finalment ai suma!”, che poi divenne il solenne “Finalmente ci siamo e restiamo”.

Ma lo stesso Vittorio Emanuele II, in procinto di partire per l’ennesima battaglia contro gli Austriaci durante l’ultima guerra d’indipendenza, si sarebbe rivolto ai suoi fidati di Torino raccomandando loro: “Vi sono al museo delle armi quattro bandiere austriache prese dalle nostre truppe nella campagna del 1848 e là deposte da mio padre…Abbandonate tutto, al bisogno: valori, gioie, archivi, collezioni, tutto ciò che contiene questo palazzo, ma mettete in salvo quelle bandiere”.

Pietro Calamandrei, uno dei nostri padri costituenti, diceva che i discorsi delle persone indifferenti alla politica gli facevano venire in mente la vecchia storiella dei due emigranti in viaggio su un piroscafo traballante; quando uno dei due, accortosi della gran burrasca che imperversava, svegliò il secondo che dormiva e gli gridò: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”, quello rispose: “Che me ne importa, non è mica mio!”. Aggiungeva Calamandrei: “E’ bello e comodo, così; ma quando la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io: il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare…”.

Oggi, oggi che la nostra barca pare prossima al naufragio, mentre celebriamo la libertà che i nostri avi ci hanno guadagnato, avendola sospirata a lungo, queste parole suonano come un monito capace di rendere la nostra festa e i nostri auguri più vividi e più veri.

Auguri a tutti. ☺

LucianaZingaro@libero.it

 

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