la peccatrice
28 Marzo 2011 Share

la peccatrice

 

Eravamo a pranzo da Simone il fariseo quando sei entrata accolta da gomitate complici e silenzi imbarazzati. Ti conoscevano tutti, meretrice inghirlandata nelle strade della notte e ora tutti mormoravano il tuo nome: Maria, Irina, Zina o forse Julia. Avanzavi col passo che ti era consueto: ondeggiante come se fossi fatta d’acqua e, rannicchiata ai piedi del Maestro, hai iniziato con lui il tuo colloquio; un colloquio fatto di fonemi incomprensibili, certo della tua lingua madre e di un pianto senza rumore, generoso come acqua piovana. Con le tue lacrime bagnavi i piedi del Signore e con i tuoi lunghi capelli – biondi, bruni?- li asciugavi. Poi dalla sacca, da cui sbucavano improbabili indumenti e belletti da due soldi,  hai estratto la tua unica ricchezza: un vasetto di olio profumato col quale hai  voluto onorare il corpo e il capo del Signore. Era uno spreco inutile ma tu  eri innamorata di lui e sentivi che l’amore non è calcolo.

Quando verrà la sua ora, vestita di un bianco luminoso, quasi anticipo di risurrezione, sarai sotto la sua croce ad abbracciargli i piedi con lo stesso disperato amore; dopo, sola, mi precederai al  sepolcro ad attendere che Dio si svegli dalla morte e ti chieda di farlo entrare ancora nel tuo giardino.

Mentre io lo avrò seppellito e avrò sprangato con un sasso la sua tomba perché non credo  neppure che egli possa tornare.

Carolina

 

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